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Iran. Giochi di potere all’ombra dell’Islam

Primavere arabe, onde verdi, sussulti di riforme o di rivolte di sistema periodicamente segnano la storia dei Paesi di una regione che si pone non solo a metà strada dalla rotte geopolitiche mondiali, ma anche a metà strada tra il senso compiuto del dialogo e la mera rappresentazione politica di un’autorità legittimata per assenso da un potere attribuito alla guida autocratica dalla fonte religiosa a cui si attinge il diritto di governare, anche al di sopra dei fedeli che si intende rappresentare.


Il caso della rivolta in Iran, in fondo, sembra essere un fuoco di paglia rispetto alle ben più cruente esperienze di altre comunità. Tuttavia, per quanto il potere si sbraccia per definirla grottesca, di grottesco non sembra vi sia proprio nulla. Vediamo il perché. Al di là del dato economico che monta una protesta dettata da un maggior accesso alla ricchezza e di una migliore pianificazione economica che non si irrigidisca sullo sforzo energetico e sulla produzione di petrolio, l’onda verde coniuga in sé quanto rimane di un’idea di Iran mai sopita nei ricordi e nella cultura. Credere che l’Iran dello scià sia scomparso può essere una certezza. Tuttavia ciò che caratterizza la sottile linea del dissenso se non è la Persia di Mohammad Reza Pahlavi è quanto meno quella parte della Persia laica che Ruhollah Khomeyni cercò di archiviare in nome di un’idea politica in linea con le regole del Profeta e con le …proprie.

D’altra parte, per quanto i luoghi comuni associno il mondo arabo all’Islam quasi in termini di esclusiva sovrapposizione, la Persia, per quanto inserita in un gioco geografico nella regione del Golfo e per quanto islamica, non ha nulla di arabo. Essa esprime una propria identità che la stessa guida suprema religiosa ha inteso rappresentare sin dall’inizio della rivoluzione del 1979 dal momento in cui all’identità culturale della Persia si è sostituito un Iran quale stato religioso a guida dello sciismo. Una qualità di non poco conto dal momento che in una regione a prevalenza araba, a maggioranza sunnita, Teheran rappresenta l’alter ego del secolare confronto per la legittimazione alla guida dell’Ummah giocato in competizione con il wahhabismo sunnita ortodosso rappresentato dalla famiglia Saud. L’Iran, nella difficile composizione geopolitica del Medio Oriente insegue, insomma, l’ambizione di porsi quale potenza regionale assumendo su di se l’essere l’unica voce politicamente autorevole dell’Islam.

Una voce lontana dalle lusinghe occidentali a cui l’Arabia Saudita, al contrario e nonostante la sua fermezza religiosa, sembra non voler rinunciare difendendo a sua volta la legittimità della monarchia assoluta che la governa. Nel gioco ad assumere la guida del mondo islamico, che è cosa ben diversa da quella del mondo arabo, Teheran ha sempre giocato la parte dell’attore protagonista, direttamente o ricorrendo anche a strumenti efficaci come Hezbollah ad esempio (il partito di Dio) in Libano per controbilanciare la leadership saudita o arginare il monopolio della lotta contro Israele detenuto dalle fazioni sunnite come Hamas. Così come nello Yemen, nazione e guerra dimenticata, si combatte tra sciiti e sunniti in un conflitto che surroga su di se un confronto geopolitico ben più ampio e complesso per porsi a ridosso dell’accesso al Mar Rosso e al canale di Suez. Ora che si tenti di attribuire a registi stranieri il tentativo di destabilizzare la leadership di Rouhani questo sarebbe possibile, ma è tutto da vedere. Ciò che resta interessante è che l’Iran, nonostante la sua rigida forma di repubblica teocratica, non è immune da progressive e ricorrenti richieste di laicizzazione della vita politica e sociale.

Richieste, che in fondo sembrano rimettere in campo uno spettro scomodo quale quello dello scià, ma che, al contrario, ben si adatterebbero ad una cultura di un Iran laico nella vita di ogni giorno che sembra voler comunque riemergere al buio della rivoluzione khomeinista. Di certo se una involuzione - se di involuzione si può parlare in chiave democratica e laica dell’Iran - ci dovesse essere di sicuro non dispiacerebbe ai sauditi poiché ciò azzererebbe l’esperienza politica dello sciismo per affermare la supremazia “politica” del sunnismo nella regione una volta per tutte assicurando la longevità della dinastia dei Saud. Ma anche questo sarebbe da valutare dal momento che anche il regime saudita potrebbe alla fine subire un effetto simile. Perché se laicizzare l’Islam può non avere un senso, di certo ha un senso la distribuzione della ricchezza, delle libertà e delle opportunità. Argomenti verso i quali un Islam politico più accorto forse dovrebbe tendere.



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