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La palude siriana e l’ottusità neoimperiale

La palude siriana e l’ottusità neoimperialeIl discorso di Putin alla federazione russa di un mese fa non era certo capitato per caso. Non era da interpretarsi come una sorta di resoconto dettato da appuntamenti da agenda. E, a ben guardare, non era solo una sorta di promozione delle capacità militari, strategiche e tattiche delle nuove Forze Armate russe. Era, ancora una volta, la dimostrazione di una capacità politica di guardare a tutto campo collocando la Russia, quella post-eltsiniana, al centro di un modello relazionale ritenuto troppo unilateralisticamente dettato dalle intemperanze americane.
Guardare alla crisi siriana di ieri e di oggi, riesaminando le intenzioni del Presidente russo, essendo quasi note quelle di Washington, significa ritornare nel passato di un attore che non vuole rinunciare ad essere parte del gioco politico-strategico e che, per questo, ritiene necessario rifuggire ogni compiacenza unilaterale per affermare, magari strumentalmente, una visione multilaterale che dia spazio ad ogni protagonista. La crisi siriana si gioca in una sorta di rideterminazione del peso strategico degli Stati Uniti e della Russia. Tra una necessità di sopravvivenza per i primi e di credibilità come argine alternativo allo strapotere imperiale per la seconda. Ma non solo.

La crisi siriana, al di là delle intenzioni di facciata, è uno strumento utile per riaffermare da una parte la credibilità e la forza di persuasione del neo blocco anglofono e dall’altro la volontà francese di Macron di non perdere occasione per consolidare una sorta di grandeur di ritorno nel Mediterraneo nella convinzione di poter inanellare, quanto prima, una sorta di legittimità politica a guidare lo spazio continentale europeo al di sopra degli stessi partner e, perché no?, della stessa Germania. Ma in questo gioco complesso dagli antichi sapori non vi sono novità. Che il Mediterraneo sia ancora una volta un’area di convergenza di interessi strategici che legano ad Oriente le possibilità economiche e le fragilità dei modelli di crescita occidentali sembra sin troppo evidente al punto tale che, ad esempio, l’inappetenza italiana al piatto somiglia ad una distrazione da commedia. Che su questo mare corrano le linee di supporto strategico dell’Occidente atlantico e non solo Putin lo sa benissimo, ne conosce i percorsi tanto quanto Trump, ovviamente supportato da menti più allenate, oggi crede di poter snocciolarne l’andamento seppur coprendone con finalità umanitarie i risvolti economici. Ma non solo. Il Mediterraneo, e quello spazio del Medio Oriente che si svolge a ridosso del Golfo e dell’Iran, fa della Siria un anello fondamentale nella ricompattazione di due mondi ancora distanti a cui il dialogo sembra solo una formalità rituale. Una formalità che neanche una certa ragionevolezza sulle conseguenze di una escalation militare sembra mettere in discussione ponendo, magari, uno scrupoloso e ragionevole dubbio sulle certezze di chi oggi ha scelto di attaccare Assad-jr.

Al di là delle motivazioni umanitarie che possono fare da contorno alle azioni militari, andando oltre la scelta extra-Nato presa da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti nel decidere di condurre una operazione militare - che in caso di reazione da parte siriana o dei suoi alleati non potrebbe permettere l’intervento come Nato degli alleati di Macron, May e Trump essendo loro non attaccati ma attaccanti – dovremmo chiederci quali siano le ragioni che dividono il campo su ciò che legittima un certo tipo di intervento militare quale ritorsione per violazione di norme umanitarie riconosciute dal diritto internazionale umanitario piuttosto che un altro. Così come, dovremmo anche chiederci come mai siano state presenti o prodotte armi chimiche negli e dagli arsenali siriani quando esse dovevano essere scomparse da tempo vista l’azione di qualche anno fa intrapresa dagli ispettori delle Nazioni Unite. Oppure, ancora, porci l’interrogativo su quale sia il discrimine che legittima il superamento della sovranità di uno Stato riconoscendo una sorta di diritto di ingerenza umanitaria, e militare oggi, rispetto a pari violazioni a cui tale diritto non sembra applicarsi. Si pensi allo Yemen o alle vicende passate di Al Qaeda, nelle sue varie versioni, dell’Isis/Is/Al-Nusra ecc… a cui si è delegata, sino all’intervento aperto di bandiera oggi, la riorganizzazione non certo incruenta e pacifica degli assetti politici e sociali dello Stato siriano.

Non sta a chi scrive sottolineare quanto, come e in che misura le prove ritenute necessarie per legittimare una guerra possono essere create ad arta. Vi sono esempi lontani e recenti e ben descritti che sottolineano quanto e come la creazione del consenso sia uno strumento utile per legittimare una condotta militare e come, non me ne voglia J.S. Nye, anche il concetto di soft power alla fine diventa solo l’anticamera apparentemente indolore della soluzione hard. La verità che non si vuole vedere è come tutti i tasselli messi in campo nel gioco diplomatico degli ultimi mesi abbiano man mano portato alla soluzione finale: decidere l’intervento armato. Dal ritorno delle spie alla promozione di un umanitarismo post-conservatore ma neoimperiale a stelle e strisce, l’Occidente si ritrova coinvolto in un nuovo gioco pericoloso con la Russia di Putin. Una Russia lasciata allontanare dalle nostre prossimità con buona pace di ogni disegno distensivo che aveva dato all’Europa alla fine degli anni Novanta una grande opportunità: essere un attore protagonista e condizione di equilibrio.

Oggi non si tratta, se volessimo dotarci di una onestà intellettuale che guardi con obiettivo realismo ai rischi a cui andiamo incontro seguendo strategie assertive di dominio, di esser d’accordo con le parti in gioco. La verità è che in fondo il gioco degli interessi, come quello delle parti, viene scaricato indecentemente su una visione neoumanitaria che tutti, nessuno escluso, hanno regolarmente violato con politiche dirette a sovrapporsi se non guidare le dinamiche politiche interne a quei regimi che sino a ieri erano di comodo per l’uno o per l’altro. Il confronto è, quindi, ancora una volta tra chi ritiene funzionale la strategia del caos, come gli Stati Uniti, attraverso la quale assicurarsi l’essere ancora la potenza ordinatrice e la Russia che reagisce al rischio di sentirsi minacciata se non allontanata dalle regioni a lei prossime quali quelle a ridosso dell’Iran e dell’Asia Centrale.

La realtà geopolitica, insomma, non è di certo quella che viene ad essere prodotta ed offerta al consumo del cittadino qualunque impressionato dallo sfruttamento della sensibilità umana verso la foto del bambino o delle persone uccise, prontamente presentate in un mercato delle immagini di dubbio gusto. Un mercato, quest’ultimo, il cui risultato è quello di giungere seppur da presupposti contrari, a risultati tragicamente convergenti all’uso mediatico delle stesse efferatezze delle esecuzioni terroristiche: la creazione di un acredine diffuso verso l’avversario o il realizzare una condivisione alla necessità dell’uso della violenza per motivi umanitari. Così come la verità geopolitica è rappresentata non nella difesa di una opposizione democratica o dei legittimisti veri presunti, ma dal fatto che la Siria è un crocevia verso mercati e risorse energetiche che rimane ancorato saldamente nella regione più instabile del mondo e verso la quale si orientano Cina e Russia. La paura dell’isolamento politico ed economico di Washington, unito alla necessità di ricompattare un blocco anglofono che stemperi la Brexit ristabilendo una continuità di mercato atlanticamente, e non solo, competitiva, non è certo cosa di poco conto se non si ha la sicurezza del controllo delle rotte energetiche e dell’accesso al relativo sfruttamento. Che la Siria, aperta verso il Mediterraneo, sia a ridosso di giacimenti di gas in condominio tra Iran e Arabia Saudita ciò è già un buon motivo tanto quanto le ragioni della Russia che vorrebbe realizzare sotto l’egida di una nuova comunità di Stati produttori una propria leadership energetica alternativa all’Opec e, quindi, insensibile alle perturbazioni del dollaro. In questo, ovviamente, alleata con la Cina e supportata da un patto al contrario tra Turchia, Iran e Siria che unisce - in un accordo mortale per l’Arabia Saudita - lo sciismo più credibile reso quale ideologia comune a cornice dell’azione politica con il sunnismo postcaliffale di Erdogan.

La crisi siriana, alla fine, crea convergenze interessanti ma chiare e non poi così distanti tra esse, ma sovrapposte, dal momento che queste si costruiscono, sulle spalle di Damasco, sul ricordo delle storiche relazioni tra Iran e Russia quanto sulla necessità per Mosca di ancorare le possibilità russe mediterranee ad un ruolo di Ankara sempre più distante dalle rive atlantiche. E’ vero! Sono argomenti abbastanza complessi che ci impongono di andare oltre la nuova cortina di una neo-Guerra Fredda sempre più calda. Una guerra combattuta su un terreno, quello siriano, che riprende il canone inverso nel quale le ragioni di potenza si confrontano in un campo sempre meno neutro. Ma se le ragioni del Zbigniew Brzezinski de The Grand Chessboard (1997) sembrano ancora una volta andare verso il loro completamento con un assalto a stelle e strisce verso il cuore del mondo - passando per la Siria nel tentativo di ridurre l’ingombrante presenza della Russia - è anche vero che il trionfo dei neocon alla Wolfowitz, nascosti tra le ombre della presidenza Trump, non è così scontato.

Forse bisognerebbe consigliare proprio ai falchi statunitensi o allo stesso Macron affascinato da una neonapoleonica idea di grandeur, di rileggere un bel libro di Arthur Schlesinger Jr. – già illuminatosi quale testimone liberal dopo aver riconosciuto i limiti e l’assurdità del maccartismo, ed essere stato il redattore dei discorsi di John Fitzgerald Kennedy e della sua New Frontier – dal titolo The Imperial Presidency del 1973. Una rilettura necessaria per comprendere come il passaggio da presidenze imperiali a presidenze di guerra nasconda sempre tra le pieghe dei muscoli una fragilità di assetti che possono portare al declino della potenza medesima. Per Schlesinger jr. […] “…Quelli che sono convinti di avere il monopolio sulla Verità ritengono sempre di essere i soli a salvare il mondo quando massacrano gli eretici...” […]. Probabilmente la Russia ne è consapevole da tempo nostro malgrado. Gli Stati Uniti di Trump e dei neo-neocon meno. Non vorremmo credo, da europei residuali, trasformarci tra qualche mese, non essendo onorevolmente eretici, in vittime sacrificabili quali danni collaterali delle ortodossie britanniche e francesi o dell’ultima chance che Washington si concede quale potenza universale eletta tra gli eletti di un Occidente senza orizzonti. Non credo che a molti oggi, tra gli europei del dialogo, sia utile pagare miopie storiche e parossistiche politiche di potenza altrui lasciando che la Siria, con il suo dramma, diventi l’epilogo di una Apocalisse umana dietro l’angolo di casa nostra.


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