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Iraq: Una costituzione per tutti?

Sono da poco passate le undici del mattino di lunedì 8 marzo 2004 quando, nella sala delle Conferenze di Baghdad, i 25 membri del Consiglio di Governo Provvisorio iracheno siglano il testo della nuova Costituzione dell’Iraq.Una Costituzione per tutti. Sarebbe questo il vero obiettivo a cui si vorrebbe ancorare la stabilità futura dell’Iraq. Una Costituzione condivisa, come dovrebbe essere peraltro per lo scopo a cui tende un documento così solenne, da cui far derivare l’ordinamento giuridico dell’Iraq e dettare le regole del gioco giuridico ma anche politico, sociale ed economico. Una Costituzione che sia la sintesi di valori in uno Stato in cui la diversità non è solo un aspetto delle contraddizioni di un compromesso altrui ma oggi diventa il risultato, l’epilogo, di una possibilità di ridefinizione delle aspettative di crescita di ogni singola comunità. L’appello al voto per i sunniti è la risposta alla volontà sciita di non perdere l’occasione per rimodellare i rapporti interni fra le comunità religiose più significative, per non assumere posizioni di secondo piano in un confronto rivolto a definire i termini del potere futuro.

La volontà sannita di partecipare al voto, e qualunque ne sarà il risultato, è espressione di una necessità di non presentarsi come responsabilità del fallimento di un’ipotesi di democrazia che si fonda non solo sulle tesi religiose ma sulla partecipazione agli utili "economici" costituzionalizzati dell’Iraq che verrà. Il voto sannita, ancorchè contrario alla Carta Costituzionale, sarà, di fatto., l’espressione di una volontà politica di un compromesso necessario ma non compiuto.

Anche in queste ore, e dopo l’esito del referendum in Occidente ci si continuerà a chiedere cosa stia accadendo in Iraq. Cosa impedisce in una terra nella quale si vuole esportare la democrazia come valore aggiunto, dopo la fine di un regime autoritario, il realizzarsi di un clima di serena condivisione di valori comuni sui quali costruire l’architettura istituzionale dell’Iraq del futuro. In questa vicenda, che si risolve nell’epilogo drammatico di un conflitto condotto senza un progetto politico chiaro e realizzabile, senza un’identità alternativa ad una storia di uno Stato di per sè artificialmente prodotto dalla logica coloniale, è evidente che le debolezze politiche a premessa dello sforzo militare continuano a manifestarsi progressivamente, clamorosamente. In questo il terrorismo integralista c’entra poco. Certo, esso può sentirsi favorito dall’incertezza e dalla provvisorietà in cui le comunità irachene sono sprofondate senza soluzione nel caos interetnico che le ha contraddistinte in un passato non tanto lontano.

Ma ciò è solo un risultato, non la ragione degli effetti dell’incomprensione e dell’assenza di consenso che la frammentazione ulteriore delle etnie ha creato in questi mesi di guerra-non guerra senza politica. La Costituzione, nella sua stesura, cerca di non sprofondare anche in queste ore nella paludosa composizione della società irachena proponendosi quale risultato di un compromesso possibile fra identità tra di loro molto diverse, perchè diversi sono i valori e le tradizioni storiche a cui esse, singolarmente, si riferiscono. Identità che non hanno raggiunto una unità politica favorevole, utile a dare concretezza istituzionale ad uno Stato che non si regge su una comune e condivisa cultura delle istituzioni, su una omogeneità di diritti e di pari opportunità difese nel rispetto dell’altro. In una visione ottimistica di democrazia possibile, il modello esportato in tutta fretta, ed implementato senza essere interiorizzato negli animi degli iracheni, certamente non può inserirsi in un quadro di equa partecipazione.

La frattura politica, e non solo religiosa, fra sunniti e sciiti e troppo profonda e legata alla storia del Paese più di quanto non sembri. Di fronte a ciò, proposta costituzionale tende ad essere interpretata come una sorta di contrattualizzazione, un accordo da raggiungere a tutti i costi a premessa di un sistema giuridico e di gestione del potere che bilanci interessi economici e opportunità di potere fra comunità che già soffrono di una diffidenza atavica. Quella diffidenza che ha trascinato le comunità irachene da un’autocrazia all’altra, dividendole con il placet di quello stesso Occidente che oggi ne cerca la stabilità, che spera nel consenso alla proposta costituzionale, che si illude di poter consolidare un successo militare attraverso un successo politico. Quell’Occidente che senza averne favorito le condizioni per una democratizzazione possibile allorquando la storia ne poteva dare la possibilità, utilizzava l’Iraq come argine allo sciismo di Khomeini soprassedendo ai crimini di Saddam Hussein.

Oggi la variabile sunnita continua a giocare la parte più significativa nella possibilità di modificare e riorientare il consenso verso un disegno che vuole mettere al centro interessi prevalentemente di facciata, espressi in virtù di una soluzione rapida, veloce, che nell’adozione di una Costituzione possa determinare la ragione di un disimpegno occidentale da lavoro finito nel prossimo futuro. In questa corsa a costituzionalizzare il tutto possibile anche le risorse petrolifere diventano un valore, un aspetto determinante da aggiungere al patto fondamentale per il nuovo Stato. Ma il controllo delle risorse economiche affidate alla libera autodeterminazione di ogni singola comunità federalizzata è solo l’eccesso di un progetto privo di valori politici. Valori che si rinvengono soltanto nei richiami ad un’islamicità dogmatica che sembra non accontentare gli stessi iracheni. Quell’islamicità che mira a costituzionalizzare una religione di Stato in barba ad ogni laicismo democratico di tipica derivazione occidentale.

In questo patchwork di culture e di opinioni confuse, fra diritto e ragioni religiose e di potere, la minoranza sunnita soffre del fantasma dell’esautorazione da una storia di potere e di identità che gli appartiene e che non ha mai condiviso con quella sciita. Della paura di sentirsi minoranza nobile di una comunità allargata, quella sciita, prossima all’Iran più di quanto non si creda. Del timore di perdere definitivamente le redini del potere di fronte ad un autonomismo curdo quale primo tassello di un gioco transnazionale, rivolto all’autodeterminazione a cui la Turchia, e non solo, guarda con particolare preoccupazione. Come sempre la verità è evidente allo spettatore internazionale al di là di ogni virtuale rappresentazione. E cioè che ci si trovi ormai di fronte all’assenza, sin dall’inizio, di un progetto politico occidentale sul che fare dopo la guerra. All’assenza di una progettualità iniziale che giustificasse l’intervento armato, che mutasse lo scenario istituzionale di un Paese costretto a pagare con il prezzo di un’altra guerra, questa volta civile, il costo del disordine politico e giuridico. Se la distruzione di un sistema centralistico fondato sull’autorità personale non è di per se motivo di stabilità futura, certamente un ordine istituzionale condiviso, alternativo ad una tirannia imperante, è funzione però di un sistema già pronto, anche se in prospettive teoriche, e collaudato nelle volontà di chi crede nella propria libertà e ne risolve la realizzazione con un consenso allargato.

Un consenso che non è il risultato di un conflitto pur essendo una delle premesse che possono autorizzare la forza se questa è funzionale ad una domanda di democrazia, voluta, chiesta, pagata anche a caro prezzo, ma dettata dalla volontà popolare. Una volontà che non si divide su particolarismi perchè consolidatasi, cementatasi nella condotta di una lotta contro un tiranno e che è già, questo, un motivo sufficiente per superare ogni diversità. Quella lotta che in Iraq non c’è stata e dove la democrazia non può essere esportata, ed esercitata, in un regime di amministrazione controllata nè abbandonata alle anarchiche ragioni del caos.


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