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Egitto, politica e democrazia

Hosni MubarakLe elezioni in Egitto dovevano rappresentare il momento di verifica dell’esistenza di un processo verso la democratizzazione del mondo arabo e degli Stati che più di ogni altro lo rappresentano: l’Egitto fra tutti. L’aspettativa di un cambiamento, in realtà poco probabile nelle valutazioni oggettive, poteva essere giustificata se l’alternanza e la partecipazione delle classi sociali al gioco politico fossero due aspetti condivisi e presenti nelle istituzioni dei cosiddetti paesi arabi moderati, ma così non è. L’Egitto ha scelto il suo “faraone” e ha riproposto Mubarak.

Ha scelto nuovamente il successore di Sadat. E ha scelto, con questi, di mantenere una continuità autocratica del mondo arabo che non si arresta nemmeno di fronte alla parentesi terroristica. Anzi, il terrorismo stesso ne ha rafforzato la certezza di una leadership ancora oggi al potere di fronte alla paura di un cambiamento. In tutto questo restano fermi gli aspetti di sempre. E cioè che il Mediterraneo rappresenta nell’animo degli egiziani a tutt’oggi una regione instabile a causa della diffusione degli effetti delle crisi mediorientali, del terrorismo. Effetti che si estendono a tutta l’area islamica, dal Mashrek al Maghreb; regioni, queste ultime, a metà strada tra l’Occidente e il mondo arabo dove le risposte politiche del primo si annichiliscono nelle formule di una democrazia di esportazione attraverso una guerra senza sbocchi, senza alternative politiche a vantaggio del secondo.

Ma l’instabilità, che cerca nella conferma di Hosni Mubarak una soluzione seppur temporanea, è determinata anche dall’eterogeneità culturale e religiosa dei nuclei sociali presenti, oltre che dalla differenziazione in termini di possibilità economiche e di qualità della vita che marginalizzano le classi più povere e che rendono insicura qualunque ipotesi politica non consolidatasi come leadership. Così, anche se in Egitto non muta il leader certamente il Cairo è consapevole, soprattutto dopo gli attentati di Taba e di Sharm el-Sheikh, che la sua proiezione mediterranea realizza quel punto di contatto e di contiguità politica non solo con l’Occidente ma, in particolare, con i modelli antagonisti del radicalismo islamico che si autopropone come il solo strumento al momento capace di realizzare una sorta di coscienza araba transnazionale.

Mubarak e le autocrazie al potere in Medio Oriente restano in gioco per l’Occidente perché rappresentano gli unici argini possibili, ancora oggi, ad ipotesi di rischi teocratici come avvenuti in Iran. Le uniche opportunità disponibili per contenere la diffusione politica di un Islam popolare che mira a catalizzare il sentimento e la rabbia delle classi povere. Quelle classi che rappresentano il bacino migliore per il terrorismo ma che potrebbero, se riproposte in termini di acceso e di possibilità di crescita e di reddito, rappresentare al contrario la nuova base elettorale, popolare, democratica che ancora oggi è completamente assente nella dialettica interna e che si manifesta, come reazione, nell’azione terroristica. Quell’alternativa per la rinascita dei paesi in via di sviluppo dell’Africa e del mondo arabo, depositaria delle aspettative dei meno fortunati abbandonati a se stessi in ragione della difficile coesistenza fra regimi pseudodemocratici e veri e propri sistemi oligarchici di gestione del potere tipici dei vicini arabi più ricchi. Per questo, l’Egitto rimane il Paese delle contraddizioni.

Un Paese politicamente e socialmente diviso a metà fra l’affermare un potere personale, un Islam modernista e possibile, e un Islam popolare. Uno Stato in cui si alternano le esigenze di garantire il mito dell’unità islamica con l’affermazione di una laicità del potere che non è ancora un valore condiviso ma solo una semplice assicurazione sulla longevità politica di un leader. E l’Occidente? Anche in questo caso, in un’ottica limitata da una ragione più economica che politica delle relazioni d’area, è rimasto in disparte. Si è proposto solo come distratto osservatore di un risultato scontato perché privo dei presupposti che ne avrebbero potuto modificare l’andamento. Una posizione defilata che è il segnale più evidente di quanto si sia lontani da una volontà vera di promuovere, più che di esportare, valori democratici che rendano il Mediterraneo uno spazio di comuni opportunità, di diritti e garanzie sui quali costruire un futuro senza retoriche ed opportunismi di facciata.


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