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Iraq, costituzione e caos

La bandiera dell'IraqMolti osservatori e attenti lettori dei fatti internazionali si staranno chiedendo in questi mesi, giorni, in queste ore cosa stia accadendo in Iraq. O meglio, da gennaio in poi cosa impedisce, in una terra nella quale si vuole esportare la democrazia come valore aggiunto, il realizzarsi di un clima di serena definizione dei valori comuni sui quali costruire la nuova architettura istituzionale dell’Iraq. In questa vicenda, che si risolve nell’epilogo drammatico di un conflitto condotto senza un progetto politico chiaro e realizzabile, senza un’identità alternativa alla storia di uno Stato di per sé artificialmente prodotto dalla logica coloniale, è evidente che le debolezze politiche poste a premessa dello sforzo militare si stiano manifestando clamorosamente. In questo il terrorismo integralista c’entra poco.

Certo, può sentirsi favorito dalla provvisorietà in cui le comunità irachene sono sprofondate senza soluzione nel caos interetnico che le ha contraddistinte in un passato non tanto lontano. Ma ciò è solo un risultato, non la ragione degli effetti dell’incomprensione e dell’assenza di consenso che la frammentazione ulteriore delle etnie ha creato in questi mesi di guerra-non guerra. La Costituzione, nella sua stesura, cerca di non sprofondare nella paludosa composizione della società irachena, proponendosi quale risultato di un compromesso possibile fra identità tra di loro molto diverse, perché diversi sono i valori e le tradizioni storiche a cui esse singolarmente si riferiscono. Identità che non hanno raggiunto un’unità politica favorevole, utile a dare concretezza istituzionale a uno Stato che non si regge su una comune e condivisa cultura delle istituzioni, su un’omogeneità di diritti e di pari opportunità difese nel rispetto dell’altro.

In una visione ottimistica di democrazia possibile, il modello esportato in tutta fretta, e implementato senza essere interiorizzato negli animi degli iracheni, certamente non può inserirsi in un quadro di equa partecipazione. Piuttosto la proposta costituzionale tende ad essere interpretata come una sorta di contrattualizzazione, un accordo da raggiungere a tutti i costi a fondamento di un sistema giuridico e di gestione del potere che bilanci interessi economici e opportunità di potere fra comunità che già soffrono di una diffidenza atavica. Quella diffidenza che ha trascinato le comunità irachene da un’autocrazia all’altra, dividendole con il placet di quello stesso Occidente che oggi ne cerca la stabilità, che spera nel consenso alla proposta costituzionale. Quell’Occidente che, senza averne favorito le condizioni per una democratizzazione possibile quando la storia ne poteva dare la possibilità, utilizzava l’Iraq come argine allo sciismo di Khomeini soprassedendo sui crimini di Saddam Hussein.

Oggi la variabile sunnita gioca la parte più significativa nella possibilità di modificare e indirizzare il consenso verso un disegno che vuole mettere al centro interessi prevalentemente di facciata, espressi in virtù di una soluzione rapida, veloce, che nell’adozione di una Costituzione possa determinare la ragione di un disimpegno occidentale da lavoro finito nel prossimo futuro. In questa corsa a costituzionalizzare tutto il possibile, anche le risorse petrolifere diventano un valore, un aspetto determinante da aggiungere al patto fondamentale per il nuovo Stato. Ma il controllo delle risorse economiche affidate alla libera autodeterminazione di ogni singola comunità federale è solo l’eccesso di un progetto privo di valori politici. Valori che si rinvengono soltanto nei richiami ad un Islam dogmatico che sembra non accontentare gli stessi iracheni.

Quell’Islam radicale che mira a consolidarsi politicamente quale religione di Stato in barba a ogni laicismo democratico di tipica derivazione occidentale. In questo patchwork di culture e di opinioni confuse, fra diritto e ragioni religiose e di potere, la minoranza sunnita soffre del fantasma dell’esautorazione da una storia di potere e di identità che gli appartiene e che non ha mai condiviso con quella sciita. Della paura di sentirsi minoranza nobile di una comunità allargata, quella sciita, molto vicina all’Iran più di quanto non si creda. Del timore di perdere definitivamente le redini del potere di fronte a un autonomismo curdo quale primo tassello di un gioco transnazionale, rivolto all’autodeterminazione a cui la Turchia guarda con particolare preoccupazione. Come sempre la verità è evidente allo spettatore internazionale al di là di ogni virtuale rappresentazione. E cioè che ci si trovi di fronte ormai all’assenza di un progetto politico occidentale sul che fare dopo la guerra. All’assenza di una progettualità iniziale che giustificasse l’intervento armato, che mutasse lo scenario istituzionale di un Paese costretto a pagare con il prezzo di un’altra guerra, questa volta civile, il costo del disordine politico e giuridico.

Se la distruzione di un sistema centralistico fondato sull’autorità personale non è di per sé motivo di stabilità futura, certamente un ordine istituzionale condiviso, alternativo a una tirannia imperante, è funzione però di un sistema già pronto, anche se in prospettive teoriche, e collaudato nella volontà di chi crede nella propria libertà e ne risolve la realizzazione con un consenso allargato. Un consenso che non è il risultato di un conflitto - pur essendo una delle premesse che possono autorizzare la forza se questa è funzionale a una domanda di democrazia, voluta, chiesta, pagata anche a caro prezzo - ma che è dettato dalla volontà popolare. Una volontà che non si divide su particolarismi perché consolidatasi nella condotta di una lotta contro un tiranno che è già, questo, un motivo sufficiente per superare ogni diversità. Quella lotta che in Iraq non c’è stata e dove la democrazia non può essere esportata o esercitata in un regime di amministrazione controllata o, peggio ancora, abbandonata alle anarchiche ragioni del caos.


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