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Riflessioni per un mondo in pericolo

Le vicende coreane, la difficoltà di ricomporre il Medio Oriente in un sistema regionale dotato di una stabilità apprezzabile fondata su valori di democrazia e di partecipazione laica delle comunità alla gestione del potere, dimostrano quanto non vi sia ancora una percezione diffusa di ordine mondiale. O, meglio, di quanto non vi siano proposte di ordine condiviso all’interno di una visione universale di una comunità fondata sul diritto. Se il diritto internazionale rappresenta la formula ordinamentale all’interno della quale disciplinare il ruolo degli Stati e l’uso della forza, certamente la realtà contemporanea non esautora la norma in sé ma non la rende nemmeno pienamente efficace.

Così, tra una crisi e l’altra, il rischio di proliferazione incontrollata dei sistemi d’arma nucleare, che avvicinano i regimi coreani e iraniani, e le minacce alla pace e alla sicurezza internazionale maturano all’interno di un’erosione del principio di legittimità che colpisce l’ordinamento giuridico internazionale, sia esso generale che convenzionale. In un mondo che muta le proprie formule di convivenza con una rapidità che annulla ogni dimensione spazio-temporale ancorata ad una visione regolare delle relazioni umane, i valori di legalità, di democrazia e del consenso sono destinati a subire gli effetti di una mutazione transgenica quasi vi fossero oggi concetti diversi di legalità, interpretazioni molteplici della democrazia e manifestazioni di consenso altrettanto eterogenee.

La fine di un sistema di equilibrio fondato sulla potenza e la volontà di un ordine unilaterale che possa sostituirsi ad una visione duopolistica del mondo, non ha assicurato un ordine giuridico condiviso. Oggi è in gioco la vera essenza della democrazia, la possibilità di estenderne gli effetti, di ricorrervi come sistema di governo e di convivenza anche per una comunità allargata che non si identifica solo nelle comunità nazionali statalizzate, come la comunità internazionale. L’affermazione della democrazia e della legalità, nelle comunità che si approssimano al confronto con l’altro - alla ricerca di una propria dignità politica che superi le diversità senza pregiudicarne i valori - rischia di non essere più la chiave di volta per superare la stessa forza come strumento di regolazione delle crisi.

Il risultato è che di fronte alla difficoltà di determinare un confine netto tra politica interna e politica estera, con le minacce equivalenti tra forme criminali sempre più transnazionali ed un terrorismo internazionale a più matrici, si ripropone un sistema di relazioni politiche complesso, anarchico e interdipendente. Oggi credere in un diritto internazionale legittimamente affermato, e difeso, rappresenta l’unico strumento per garantire modelli di partecipazione al potere e di affermazione di modelli di legalità che valorizzino un sentimento di legittimità che riconosca il diritto alla sicurezza di ogni singolo attore senza pregiudicare la sicurezza e la pace collettiva.

Credere che l’uso della forza possa ancora legittimarsi da sé in forza di una sovranità auto-interpretativa di esercizio di un diritto di autotutela, al di fuori di una previsione generale e di un consenso giuridicamente validamente garantito dalla volontà della comunità internazionale, lascia aperta la porta dell’arbitrio. Quell’arbitrio che matura nell’illusione di potenza, non solo e non sempre militare, che non afferma un senso di legalità ma indebolisce la credibilità di ogni attore, di ogni democrazia, rendendo inefficace ogni sforzo rivolto a promuovere la necessità di affermare e difendere un diritto internazionale riconosciuto da tutti come garanzia per un ordine possibile.


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