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Ankara e il risveglio curdo

Nella vicenda turca vi sono alcuni aspetti che, al di là della sorte dei militari turchi o dal buon esito di una tregua, distinguono l’intervento di Ankara al confine con il Kurdistan iracheno e la ripresa attività del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan - Partîya Karkerén Kurdîstan). In effetti, non si tratta soltanto di un gioco delle parti, ma di un confronto tra identità politiche significative, istituzionalizzata la prima, quella turca, meno formale, ma definita in termini di identità, quella curda; entrambe, però, espressione di interessi geopolitici altrettanto chiari. Infatti, il confronto tra il movimento curdo, transnazionale di un’identità etnica solidale coesa, dimostra, ancora una volta, quanto il limite di prospettiva che ha caratterizzato una visione superficiale dell’Occidente verso il Medio Oriente debba essere superato. Un limite di analisi delle conseguenze dimostratosi tale dal momento che la stessa guerra in Iraq ha aperto la porta a potenze regionali come l’Iran a Sud del mondo arabo e la Turchia ad Oriente dello schieramento atlantico.

Non percepire un simile spostamento degli assetti regionali rischia di far perdere l’esatta dimensione che la vicenda assume nel suo significato più strettamente politico. L’Occidente, con la guerra in Iraq, si è sovraesposto nel gioco di potenza in Asia Centrale e nel Golfo Persico. Il ruolo della Turchia, in questa forward strategy, infatti, diventa essenziale per garantire la difesa di una continuità di interessi nel Medio Oriente dai quali Ankara stessa non vuole star fuori. Di fronte all’ipotesi di un Iraq federale, con un’autonomia particolarmente estesa attribuita alla regione curda del Paese, con un presidente iracheno di etnia curda, Talabani, il rischio di una crescita del modello transnazionale che il Pkk intende affermare è tale non solo da preoccupare Ankara ma, soprattutto, da rendere completamente privo di significato l’intervento in Iraq dal momento che una maggior autonomia del Kurdistan iracheno darebbe corso a due effetti. Il primo, una maggior disponibilità di finanziamenti per i curdi iracheni nella gestione diretta delle riserve petrolifere e, quindi, presentarsi quale comunità leader del movimento indipendentista. Il secondo, un pericolosissimo effetto domino a favore delle minoranze etniche come gli armeni che aumenterebbero la richiesta quanto meno di maggior autonomia, se non proprio di indipendenza e di più garanzie di partecipazione alla vita politica e civile della Turchia.

Washington oggi comprende molto bene i rischi di una proiezione di Ankara verso il Nord dell’Iraq dal momento che un confronto con l’esercito di Baghdad sarebbe oltremodo imbarazzante per una potenza impegnata in Iraq a favore del governo in carica ma, nello stesso tempo, alleata della Turchia. Per questo, nel confronto e nei tempi del confronto, scelti dai curdi che si sono dimostrati attenti osservatori dell’evoluzione strategica e politica della regione, gli Stati Uniti auspicano un intervento anche di basso profilo da parte delle truppe irachene nella regione curda. Ma sarebbe un intervento altrettanto imbarazzante per Baghdad, dal momento che il gioco curdo si sovrappone all’interesse dell’alleato e, a questo, alla possibilità di realizzare una convergenza strategica tra curdi iracheni, iraniani e afghani.

Di fronte a ciò, Ankara tenta la carta della difesa avanzata. Una preventiva azione dimostrativa di capacità politica e militare che valorizzi quella collocazione fisica che rende la Turchia di Erdogan di estrema importanza per rendita strategica nel controllo futuro delle reti di distribuzione del greggio e del gas dell’Asia Centrale e delle regioni transcaspiche e transcaucasiche verso il Mediterraneo. Un’azione concreta che dimostri, semmai ce ne fosse ancora bisogno e curdi nonostante, che Ankara rappresenta un attore indispensabile per poter porre in essere qualunque strategia di dominio avanzato di possibili eventi che potrebbero incidere sulla stabilità del Mediterraneo, sulla sicurezza e sulla competitività del modello produttivo occidentale, ancora oggi fortemente dipendente dall’offerta energetica altrui.

Il rischio che movimenti curdi e armeni rendano vulnerabile un potere politico-militare monolitico e che ciò possa minare irrimediabilmente la credibilità della Turchia verso Occidente non è trascurabile. Come non è da sottovalutare che un minor peso politico di Ankara priverebbe l’Occidente dell’unico partner che può assumere a regola la laicità dello Stato nonostante esso sia parte dell’universo islamico. Ankara nel confronto con il Pkk, nella possibilità di decidere i termini della crisi con il governo iracheno da sempre scomodo vicino, tende ancora una volta ad affermare quella identità turca che si pone a metà strada tra occidentalizzazione della vita pubblica, costituzionalmente laica, e fede islamica che la rende particolarmente utile in un progetto di costruzione di uno spazio politico, economico, sociale e giuridico condiviso con i partner europei.

Una necessità della Turchia, per l’Occidente, al punto tale da andare oltre qualunque ipotesi di soluzione dell’autonomia curda o di tutela delle comunità anatoliche ed armene. D’altra parte Ankara è consapevole, a sua volta, che lo stesso impegno militare occidentale nel Golfo Persico ha avuto quale risultato quello di permettere di dare spazio alle intenzioni di leadership di Teheran. Se l’Iraq non sembrava essere determinante in un futuro immediato - nonostante il tentativo di rimodellarne gli assetti interni secondo un interesse a stelle e strisce volto a porre le condizioni di contenimento di minacce di espansione non solo politica ma anche economica verso la regione del Golfo Persico di Cina e Russia - l’Iran, sfruttando le indecisioni e le incertezze dell’Occidente non è rimasto a guardare.

Il ruolo dell’Iran non è trascurabile soprattutto dal momento in cui esso si presenta come Stato leader di un asse antioccidentale che guarda non solo ad Israele, ma alla Turchia come ad un possibile concorrente nell’affermazione di una leadership regionale fra Asia Centrale e Vicino Oriente. E questo sembra proprio che i curdi lo abbiano compreso molto bene; per questo scelgono con le proprie azioni di dimostrarsi protagonisti nel gioco di potenza per gli assetti futuri di una regione a metà strada tra Occidente e Oriente. Una regione ricca nella povertà di pochi, ma determinante per l’equilibrio strategico del Mediterraneo e delle terre di mezzo.


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