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Il Tibet, la Cina e l’Occidente

Non è la prima volta che un Paese così lontano fa parlare di sé non solo perché culla di una spiritualità senza tempo, ma per la sua capacità di accomunare spirito di identità e forza politica di reazione verso uno dei grandi del mondo: la Cina. La rivolta dei tibetani e dei loro monaci non è solo una sorta di ennesima richiesta di indipendenza. Rappresenta l’affermazione di un principio di autonomia sottratta dalle ragioni unilaterali dell’occupante e che caratterizza la storia del piccolo Paese. Un dramma che si trascina nei modi di condurre una protesta civile della quale diventa difficile non essere spettatori.

Si potrebbe discutere di quanto l’Asia sia un continente complesso. Ma nella complessità delle culture che la dominano, degli animi così diversi, la difesa del Tibet rappresenta la sfida della coscienza sulla ragione politica, la lotta tra una dimensione spirituale e la ragionevolezza di poter disporre di un’autonomia politica che possa tutelare una minoranza etnica che vanta un patrimonio culturale che la rende tra le custodi di una delle fedi più trascendenti dell’uomo sull’uomo. Nel confronto tra il potere centrale di Pechino e la domanda di maggior capacità di autodeterminarsi nella difesa di diritti umani e di libertà di religione è in gioco la credibilità di uno Stato, la Cina, che non può vedere ridursi anche solo nelle sue periferie il senso di uno Stato monolitico, aconfessionale nella sua essenza, fortemente ancorato ad una concezione del potere fondata sulla struttura e cultura di partito.

Oggi il Tibet è meno lontano dal resto del mondo dal momento che ogni monaco nella sua preghiera, ogni repressione voluta e condotta contro una libertà silenziosa si trasforma in una rumorosa prevaricazione delle comunità più deboli. Questo per Pechino è il peggior pericolo che si possa correre. La possibilità di annichilire man mano la cultura tibetana, e depotenziare la figura del Dalai Lama, diventa un obiettivo definitivo per ancorare Lhasa alla Cina. Non si tratta solo di un genocidio culturale. L’affermazione di una cultura dominante, seguendo il cambio delle generazioni e favorendo l’amalgama tra le regioni vicine, tende a superare ogni residuo di una storia di occupazione che dura da più di cinquant’anni. Oggi non si tratta solo di difendere l’autonomia e l’identità del popolo tibetano e dei suoi monaci quali custodi di una rappresentazione intima della coscienza collettiva.

Si tratta di verificare quanto possa essere tollerata una simile violenza, una sopraffazione dei sentimenti e delle volontà che non può giustificare democrazie a più velocità o comunità da proteggere più delle altre. L’Occidente non può credere che un boicottaggio delle Olimpiadi sia una soluzione geniale. Si tratterebbe di far pagare al popolo cinese il prezzo di una scelta politica dettata da ragioni di potenza di ieri. Forse un boicottaggio delle produzioni e dell’export cinese potrebbe ottenere maggiori risultati. Ma dovremmo mettere in preventivo che molte industrie occidentali delocalizzate in Cina non potrebbero esportare nei propri Paesi d’origine. Un paradosso che chiarisce, più di ogni altra argomentazione, l’inazione dell’Europa e dell’Occidente intero.


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