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Profondo Iran

Il presidente uscente Ahmadinejad mentre votaLe elezioni iraniane si sono presentate per quello che dovevano essere. Anzitutto la ratifica di una leadership molto vicina alle posizioni di un’indiscutibile formula teocratica di regime politico che non ha assimilato, nonostante fosse opportuno, alcuna minima possibilità riformista. In secondo luogo, dopo il voto la persistenza di una forte instabilità e insicurezza nella quale l’Iran vive da tempo con un rischio di deriva autoritaria che non credo che all’Occidente, né tanto meno ai vicini arabi, possa piacere molto. Ancora una volta è la storia che si ripete come le dinamiche che la governano mentre la vera sfida è sui modelli. Sull’incapacità di impedire che l’Islam surroghi se stesso proprio in Iran in una riedizione democratica di uno Stato pienamente laico, rappresentativo, democraticamente istituzionalizzato.

La posizione dell’Occidente rimane oggettivamente interlocutoria, delicata e fragile per quelli che potrebbero essere gli assetti futuri nella regione del Golfo e non solo dal momento che un consolidamento di Ahmadinejad alla guida dell’Iran non farebbe altro che dare ulteriore agio alla “perfettibilità” terrena di uno Stato teocratico che delude qualunque minima aspettativa di confronto dialettico, qualunque sogno verso un’ipotesi di società aperta della quale molti mussulmani ne auspicano l’avvento e del cui timore è dimostrazione la resistenza di un integralismo senza ragioni. Ancora una volta, quindi, l’Iran è solo il prodotto di un’incapacità di dialogo nell’Islam per comunità che dovrebbero essere laiche e riformiste. Comunità, queste che nella storia dovrebbero guardare all’esempio turco. È la continuazione della mancata capacità di decifrare la complessità di uno scenario come quello mediorientale che resiste oltre ogni incontro e intento nell’accesso ad una formula di democrazia e di governo trasparente in comunità nelle quali i regimi si rafforzano nel mantenimento della paura e della povertà di molta parte della popolazione.

Certo la democrazia non è un bene esportabile. Tuttavia, essa rappresenta un valore di metodo e di sostanza al quale possono ricondursi anche modelli propri di organizzazione sociale senza che ciò possa pregiudicare i fondamenti del sistema rappresentativo e di governo. Così come qualche anno fa il confronto fra Khamenei e Khatami con il movimento studentesco iraniano fu un confronto interessante ed importante, religioso con il primo e politico con il secondo è altrettanto vero che dietro le schermaglie fra Ahmadinejad e Moussavi vi è il tentativo di impedire la crescita di un dissenso giovanile, tra tutti quello più pericoloso perché spontaneo, emozionale. L’errore strategico in cui l’Occidente rischia di cadere ancora una volta per difetto di prospettiva è sempre lo stesso.

Quello che una democrazia come modello di condivisone del potere e di controllo dell’esercizio dello stesso da parte della popolazione rappresenta il vero fattore critico su cui investire per la stabilizzazione dell’area, a patto che sia promossa in tutti i Paesi del mondo islamico con pari accesso alla popolazione. L’Iran in questo gioca un ruolo fondamentale. Teheran continua a godere di una centralità geopolitica di primo piano nell’area del Golfo e ciò potrebbe far sì che l’esportabilità di un possibile modello democratico iraniano favorisca una transizione spontanea verso assetti più partecipativi di Stati come l’Arabia Saudita, la Siria, l’Afghanistan. Ma se ciò non avverrà, se la paura di un allargamento dello scontro interno dovesse prevalere sugli animi delle leadership integraliste il rischio, mal interpretando i sintomi importanti del dissenso iraniano, sarà un pericoloso colpo di coda di un regime dialetticamente debole, non credibile nelle sue stesse esternazioni. Un regime che potrebbe difendere e giustificare la sua sopravvivenza ricorrendo anche ad una guerra sistematica, diffusa, sicuramente a bassa intensità ma non di breve durata.

In tutto questo si rinviene è ancora una volta la miopia occidentale di non leggere nella storia, in quella della Turchia, dell’Iran come delle stesse comunità arabe del Medio Oriente dei primi anni del Novecento. Vi è solo una sonnolenta memoria nel ricordare che esiste un Islam che accetta un riformismo illuminato, liberale, dove le possibilità di crescita e di dialogo sono già state patrimonio di un confronto cruento con lo stesso Occidente colonizzatore ma del quale ne hanno surrogato valori e capacità di fare politica. Ebbene sono questi aspetti che abbiamo dimenticato alimentando, nel corso degli anni, un’emarginazione per interesse delle opportunità del momento o del leader maximo da tutelare. Scelte contingenti, senza futuro visto che oggi il futuro in Iran, come in altre tirannidi del mondo, rimane uno dei migliori prodotti del nostro disinteresse.


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