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Geopolitica del gas

In questo inverno di per sé già rigido per le inclemenze di stagione si sommano i risultati di una concorrenza politica che si svolge nel mercato energetico, trasferendo il gioco di potenza nel confronto sulle capacità di persuasione di attori determinanti sia in una dimensione regionale che mondiale: la Russia e la Cina. Oggi la dipendenza energetica dell’Europa e dell’Italia dal gas russo diventa qualcosa che vale molto di più di un colbacco indossato in Russia o di una vacanza ospitale in una dacia in Sardegna da parte di un presidente occidentale poco lungimirante. Rappresenta un rischioso credito aperto dall’Occidente da tempo al presidente di una potenza, quella russa, che non vuole rinunciare alle proprie prerogative geopolitiche. Al proprio ruolo di potenza in un teatro ad essa culturalmente e storicamente congeniale.

Tutto questo emerge non dal ruolo esercitato da un Occidente che soffre di un’evidente crisi economica e di credibilità militare, ma dalla mancata capacità di analisi che sembra ancora oggi tenere in ostaggio le diplomazie europee e, con queste, quella italiana. In questo gioco a rimpiattino dell’Europa la crisi fra Mosca e Kiev non è solo quella di aver rappresentato un confronto fra l’impero russo ed una sua ex sub-repubblica. Bensì essa è l’espressione di un confronto fra due mondi diversi. Due modelli sino a qualche anno fa che condividevano scelte politiche e destini economico-militari nelle utopie politiche collettiviste. Ma oggi la vicenda di Gazprom, la ridistribuzione delle risorse e l’apprezzamento del gas dimostrano quanto Mosca sia consapevole di come una politica di potenza possa affermarsi attraverso il dominio energetico. Cioè, attraverso la capacità di condizionare le volontà altrui insistendo e controllando l’offerta e il flusso degli approvvigionamenti energetici.

La stessa dichiarazione di Gazprom di adeguare il prezzo del gas al valore di mercato non risponde solo ad una valutazione economica in termini di politiche di efficienza a discapito di valori sociali. Essa vuole dimostrare quanto Mosca sia capace di utilizzare la pressione energetica anche verso le prossimità occidentali ponendosi, non solo come fornitore, ma come interlocutore credibile in materia di politiche energetiche. Un interlocutore forte in un momento nel quale la volontà di Putin è chiaramente orientata a non far perdere a Mosca il vantaggio di essere la piazza politica fra Europa e Asia Centrale. Il luogo dove si decide il futuro equilibrio eurasiatico. Dove si svolge l’ultima possibilità del Cremlino di riacquistare la capacità di esprimere un’azione politica dal peso determinante guardando alla pressione cinese ad Est.

Così, al di là del superamento del confronto fra Russia e Ucraina, rimane aperto il dubbio che un ricatto energetico possa ripetersi e che le giustificazioni possibili, di fronte ad uno stop nelle forniture, non rispondono solo a ragioni di mercato, ma siano squisitamente politiche. In quest’ottica, anche la capacità di rimodulare quotazioni di mercato e prezzi risponderebbero ad un salto di qualità strategica dell’azione politica condotta. Una scelta di indirizzo per la quale il dominio economico dell’energia rappresenta un motivo più che sufficiente per decidere quale equilibrio realizzare e in che modo e soprattutto a favore di chi e a spese di chi altri.

Così, anche credere che Mosca possa rappresentare un fornitore di gas a prezzi vantaggiosi non è certamente garanzia di sopravvivenza energetica in futuro per l’Occidente. Bensì solo il risultato di una finestra lasciata improvvidamente aperta a Mosca per una guerra fredda energetica, con la possibilità di ottenere migliori risultati nel tentativo di ricostruire la propria potenza economica e militare. Tuttavia, in questo sovrapporsi di linee di approvvigionamento nel cuore dell’Asia Centrale e nel Golfo Persico, Mosca non ha scelta, non può permettersi di essere aggirata da offerte competitive, rischiando di sentirsi esclusa dal mercato più importante: quello dell’energia. Il consolidamento di Gazprom rappresenta, infatti, una necessità strategica in un mondo assetato di energia.

Un mondo nel quale l’emergere di Pechino dimostra quanto la scarsità del controllo diretto delle risorse possa essere aggirato da chi ne ha necessità come la Cina tentando di acquistare le compagnie petrolifere altrui. Un rischio che Mosca non vuole correre. Valorizzare Gazprom significa trasformare il vantaggio energetico in uno strumento di potere per affermare una necessità di potenza. Una dimensione di leadership regionale alla quale il presidente russo non vuole rinunciare. Così, di fronte all’ennesima prova di superficialità da parte dell’Occidente, si perde il valore dell’analisi. E cioè che il consolidamento di Gazprom non è altro che il risultato di una politica energetica attraverso la quale riuscire a ripristinare la capacità geopolitica di Mosca di agire nella regione centroasiatica e sui mercati mondiali.


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