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L’orso, la tigre e il dragone

Se la nuova era non passa più per l’Occidente.

Bandiere: Russia, Stati Uniti e CinaLa realtà contemporanea delle relazioni internazionali, che maturano in un contesto divenuto dominio di un’instabilità diffusa dovuta alla partecipazione di molti attori informali nel gioco geopolitico rappresenta non solo il risultato di una contrazione di un’ipotesi di ordine garantito dalla forza ma risolve, all’interno di una rigidità occidentale a gestire il cambiamento, ogni possibilità di omologazione ideologica delle stesse relazioni attribuendo all’offerta religiosa la responsabilità di essere l’unico fattore capace di amalgamare nazionalità diverse. Questa osservazione, importante nella sua semplicità, permette di affermare come il concetto stesso di global war, in un clima di esportazione/diffusione di un modello di democrazia, faccia si che il concetto neoconservatore imperante oggi nelle relazioni internazionali sia portato alle estreme conseguenze da una realpolitik americana votata a creare le premesse di una nuova Guerra Fredda che maturerà in Asia Centrale.

Un risultato simile, dopo la guerra in Iraq e la virulenza della minaccia terroristica, rappresenta, in fondo, l’epilogo fisiologico di un mondo senza timone, lasciato in balia di una diffusione di potenza che tenta di rimodellare in maniera contingente qualunque soluzione di equilibrio geopolitico. In questa corsa verso una governance possibile, ancorata a logiche di potere, lo Stato come categoria politica si riduce ad una mera istituzione formale in Occidente e si ripropone, invece, come una sorta di rivincita identitaria nelle comunità più piccole dei Paesi emergenti. Tuttavia, anche se permane il sentimento comune dell’esistenza di un Occidente culturalmente definito per affinità storiche, certamente nazionalismi emergenti e indeterminatezza dell’identità araba segnano la sovrapposizione, ed influenza quindi, delle realtà statali non arabe con un Islam politico denazionalizzato.

Di fronte a ciò l’Occidente si trova costretto a porsi obiettivi a più facce dove l’interesse nazionale si confonde con l’interesse di soggetti che sostengono la grande potenza di turno aprendo l’universo delle relazioni internazionali proprio a quegli attori informali che ne condizionano le scelte economiche e le politiche: le multinazionali energetiche e le compagnie finanziarie, il terrorismo internazionale. Di fronte a ciò, la solitudine degli Stati Uniti è, in una certa misura, la solitudine dell’Occidente. Una solitudine che non può essere letta solo in chiave provocatoria secondo la tesi di uno scontro di civiltà. Non può esaurirsi unicamente in una visione apocalittica realizzata sulla scorta del sensazionalismo politologico statunitense. Essa è, infatti, la conseguenza di una superficiale capacità di analizzare gli effetti di politiche di potenza e di divisione economica del mondo che prima o poi non avrebbero potuto che coinvolgere lo stesso Occidente negli aspetti negativi e favorire l’ingresso di altri attori già significativi come la Cina, l’India e la stessa Russia.

Guardando al 2005, quindi, fra eventi drammatici come gli attentati di Londra, il difficile disimpegno in Iraq, la concorrenza economica e militare della Cina, pur accogliendo la tesi di Huntington, scontro fra civiltà e guerra etica si sono rivelati due errori di valutazione nella condotta della politica estera statunitense al punto da rappresentare veri e propri errori di interpretazione del quadro politico mondiale complessivo. Ora, se la tesi di Huntington non è una novità perché conseguenza di una dinamica storica fatta di confronti nel tempo fra diversità, certamente una concezione etica della guerra sposta l’attenzione su una visione distorta dell’uso della forza e della sua legittimità. Se così fosse, ogni potenza potrebbe, nel nuovo sistema, se si dovesse celebrare il rito finale di un depotenziamento delle Nazioni Unite, qualificare la liceità dell’uso della forza militare e determinare i termini e i modi per potervi fare ricorso. Una scelta che potrebbe giustificarsi da sé al di là di qualunque ragionevole compromesso diplomatico se la potenza egemone riterrà la condotta prescelta necessaria per garantirsi sicurezza fisica ed economica nell’immediato.

Tutto ciò lo hanno compreso sia Mosca che Pechino e le manovre estive della scorsa estate hanno dimostrato come le distanze di ieri possono essere accorciate in virtù di una visione comune del sistema internazionale che verrà. E l’intesa strategica che ne è derivata ha dimostrato come il baricentro delle relazioni internazionali si sia spostato verso l’Asia Centrale. Un paese dalla doppia anima, come la Russia, e una potenza regionale tipicamente asiatica come la Cina post-maoista dimostrano, entrambe, come i termini relazionali possono mutare nella dimensione regionale determinando uno spostamento di potenza a livello globale e come possono capovolgersi rapporti di forza ed economici che fanno della Cina, oggi, una potenza regionale pronta nel medio termine ad assumere un ruolo globale.

Rapporti che potrebbero permettere a Mosca di esprimersi come potenza eurasiatica proponendosi in un particolare momento a lei storicamente congeniale più di quanto non sia quello europeo per lo stesso Occidente. Di superare la retrocessione a potenza destrutturata economicamente, alla ricerca di una riorganizzazione del proprio sistema economico, limitando la necessità di esportare materie prime per importare prodotti finiti. Così, il gioco condotto da Mosca e Pechino non è altro che rivolto a riempire vuoti di potere, direttamente con formule cooperative, indirettamente agendo sulle fragili leadership autocratiche degli Stati centro-asiatici. Le convergenze tra Pechino e Mosca ripropongono, in sostanza, un antico rapporto amore-odio superato in momenti anche difficili della storia mondiale ma che oggi è ancora più attuale per effetto di un condominio forzato di interessi nell’area che tenta di escludere dal gli Stati Uniti.

D’altra parte, in tutto questo, non può non collocarsi il ruolo della Shangay Cooperation Organization (Sco), istituita per realizzare un’organizzazione regionale capace di avvicinare le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale (Kyrgyzistan, Tajikistan e Uzbekistan) a Mosca e questa alla Cina. Un’architettura regionale di cooperazione che crea un sistema di relazioni economiche e politiche capace di organizzare per tempo la resistenza economica alla penetrazione statunitense ed aumentare, altrettanto, il peso specifico dei paesi dell’Asia Centrale. Un tentativo di assicurarsi partnership privilegiate e approvvigionamenti energetici anche nell’area caspico-caucasica. Si ripresenta così, alle porte del 2006, una riedizione di un Grande Gioco dove la posta in campo non è solo la democrazia possibile, ma la capacità di imporre la volontà del più forte in una regione determinante per gli assetti economici e politici del sistema internazionale.

In tutto questo, l’atteggiamento degli Stati Uniti è evidente. In una sorta di sindrome da accerchiamento Washington ripropone modelli articolati di reti diplomatiche già viste. Una percezione da concorrenza che ripristina un valore occidentale centroasiatico che coinvolge Australia, Giappone Thailandia e Filippine ma anche Vietnam e Pakistan. Un sistema articolato e multilivello di relazioni privilegiate e concorrenti pronto a mettere in campo i prossimi giocatori di una nuova Guerra Fredda in un futuro arco di crisi che si sposterà dall’Europa e dal Medio Oriente per definirsi nel cuore dell’Asia prossima e il cui fattore di equilibrio sarà rappresentato dall’India. Un fattore importante per il controllo del cuore tecnologico del mondo, per il dominio di uno spazio in cui si concentrano i 2/3 della ricchezza tecnologica mondiale e che mira ad affermarsi creando un’area di libero scambio fra la Cina e i dieci Paesi Asean[1]. Un gioco in cui vi sarà solo il confronto fra nuovi, ostici, competitor e non più facili partnership strategiche per l’Occidente.


[1] Asean, ovvero Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud Orientale - o del Sud Est Asiatico (Association of South-East Asian Nations). Organizzazione regionale politica, economica e culturale di nazioni istituita nel 1967 per promuovere la cooperazione e l'assistenza reciproca fra gli Stati membri e per favorire le politiche economiche e sociali relative al progresso economico aumentando la stabilità della regione. Ne fanno parte ad oggi: Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Tailandia quali fondatori e poi Vietnam, Laos, Brunei, Cambogia e Birmania. L’Asean, tuttavia, è un’organizzazione regionale aperta a forme di partenariato che si realizzano attraverso l’Asean dialogue partners (tra cui si annoverano Australia, Stati Uniti, Australia, Canada, Repubblica Popolare Cinese, Corea del Nord, Corea del Sud, Stati Uniti d'America, India, Giappone, Mongolia, Nuova Zelanda, Russia, e Unione europea).


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