Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Russia-Stati Uniti: biglietto di sola andata

Abbiamo superato in meno di due anni il capolinea della storia. Della storia del XX secolo, di quel secolo trascorso da pochi mesi ma che ha segnato profondamente l’equilibrio del mondo occidentale. Un secolo importante, che ha chiuso un millennio ridefinendo, senza riuscirne nonostante le guerre, l’assetto politico ed i valori su un continente che ha visto maturare e fallire le ideologie più caratterizzanti il passato, il presente ed anche il futuro dell’umanità: quella collettivista ed il capitalismo diffuso. L’epoca imperialista e l’affermazione dello Stato nazionale, passando attraverso i totalitarismi e le guerre mondiali che hanno chiuso il cerchio di un sistema competitivo e conflittuale lascia il posto alla libera determinazione delle scelte di dominio, fra un interesse economico e l’altro, alla ricerca di una stabilità diffusa che alla domanda politica risponde con l’opportunità di un’offerta di sviluppo e di qualità della vita non uguale per tutti.

La fine della Guerra Fredda, in verità già concretizzatasi formalmente con il crollo del muro di Berlino e sostanzialmente con la fine del modello economico collettivista sovietico, era già un dato storico acquisito. La novità, quindi, non è tanto da ricercare nell’Alleanza Atlantica e nel suo ruolo continentale come sistema di sicurezza schierato di fronte ad un nemico che non c’è più: l’Unione Sovietica. Quanto nella volontà di ridefinire il ruolo di Mosca e di Washington in un ordine mondiale che crede più nelle aggregazioni economicamente forti che in quelle militarmente capaci, dove la potenza militare - così come noi comuni cittadini potremmo concepire, quale disponibilità di uomini e mezzi e sistemi d’arma - lascia il posto all’insicurezza senza confini e senza volto che decide le sorti del mondo nel crollo delle Torri Gemelle. Si, perché richiamare l’attenzione all’undici settembre non rappresenta un semplice remake a noi prossimo di un evento vissuto. Bensì diventa l’affermazione storica della relatività dei modelli di comportamento che subiscono un’influenza diretta da variabili che non sempre possono essere controllate da sistemi organizzati di esercizio del potere sulle comunità: Stati Uniti compresi.

La paura di non esprimere una propria potenza e di non controllare i mercati rappresenta la vera minaccia del nuovo secolo. La minaccia alla qualità della vita di chi ne possiede la migliore espressione e la difficoltà a chi vuole approssimarsi e migliorare le proprie capacità di leadership in una regione. L’occidentalizzazione graduale della Russia - almeno negli stili di vita - rappresenta l’ineluttabilità storica di rimodellare l’equilibrio di potenza sul continente. Il superamento della formula della cooperazione, ovvero della migliore espressione del partenariato atlantico consolidatosi nel 1994 (Partnership for Peace - PfP) e perfezionatosi con la volontà di coinvolgere la Russia reinventando il Consiglio di Cooperazione (North Atlantic Cooperation Council - Nacc), oggi cerca di integrare in una dimensione Nato-Russia aspetti diversi di una sensibilità comune: gestire la competitività dei mercati dell’energia garantendo la sopravvivenza economica del modello occidentale.

Non si tratta, quindi, di vedere se alla Russia sia garantito o meno un diritto di veto nelle scelte dell’Alleanza Atlantica di domani nell’ambito del neo-Consiglio Congiunto. Al contrario a Putin interessa, di fronte ad un riassetto del modello economico interno, rideterminare il conseguente “peso” geopolitico di Mosca scegliendo fra tutte le aggregazioni disponibili quella che più si approssima agli interessi immediati della Russia: quella euroccidentale ovviamente. Mettere in campo le risorse energetiche petrolifere del Caspio, della Siberia, del bacino del Volga, aggiudicarsi il mercato occidentale garantisce a Mosca di poter finanziare la ricostruzione di un sistema produttivo oggi inadeguato e non competitivo. Nello stesso tempo, l’Occidente a sua volta grazie al mercato russo riesce ad affrancarsi dalla dipendenza dai barili dei paesi dell’area arabo-islamica, garantendosi la fornitura del greggio e del gas russo. Forniture importanti se si considera che la Russia non è un Paese Opec e ciò significa che non subisce le variazioni del prezzo determinato dai produttori del cartello ma, anzi, ne può regolare l’andamento.

Insomma, anche in questo caso, la storia, come sempre, non crea novità. Si ripete seppur con modalità diverse, ma i fattori che vengono posti in gioco sono sempre gli stessi. L’Atlantico è più vicino per Mosca quanto l’Unione europea ed i suoi mercati e le sue possibilità di riorganizzare i modelli produttivi di Stati che sino a ieri erano satelliti di un’Unione Sovietica dissoltasi nell’implosione del suo impero. Pietro il Grande avrebbe preferito di più lo sbocco verso l’Adriatico che la prossimità estremorientale. Putin ritrova nell’europeizzazione del proprio mondo la rivincita della Russia con una politica di piccoli passi nel ricostruire una potenza che non c’è almeno militarmente. Ma come si può ben vedere anche in questo caso economia e strategia non sono incompatibili. Non più oggi.

Forse per i politici occidentali presi dal loro quotidiano diventa difficile distinguere quale sia la differenza fra una partnership militare e una partnership energetica. Probabilmente Putin ha le idee più chiare. In fondo la peculiarità russa di essere uno Stato con due anime consente al Cremlino di poter decidere quale carta giocare fra i due mondi che avvolgono la Gran Madre: l’Occidente evoluto e razionalmente deterministico e l’Oriente levantino, permaloso ed autoritario. L’importante, per noi, è non farne le spese.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.