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Prove tecniche di guerra fredda

La Nato, la Russia, gli Stati Uniti, l’Unione europea e lo scudo antimissile.

Scudo SpazialeQuanto sta accadendo in questi ultimi giorni nei rapporti tra Occidente euroamericano e Russia non è solo un gioco di equilibrismo strategico che si riedita all’interno di una corsa all’affermazione di un desiderio di potenza. È una sfida fondata sulla credibilità e sulla forza persuasiva di un modello di democrazia dall’alto, quella russa, che soffre delle difficoltà dovute nel non riuscire a difendere e stabilizzare concretamente un ruolo politico che sia determinante nelle relazioni continentali. Un ruolo affidato, oggi, solo ad una politica e ad un’economia governata. L’allargamento dell’Unione europea verso Est per il Cremlino non ha rappresentato un evento trascurabile dal momento che è stato il punto di disancoraggio dei Paesi dell’Europa orientale da una storia condivisa con Mosca per cinquant’anni.

D’altra parte, la formula del partenariato che ha permesso l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Paesi già appartenenti all’ex Patto di Varsavia, seppur nella previsione di strumenti cooperativi adottati per non escludere la Russia dal gioco continentale, ha completato a sua volta il disegno di una strategia condotta lentamente nel corso della storia dalle democrazie occidentali. Una strategia di promozione di valori comuni che ha eroso man mano l’architettura militare e politica dell’impero sovietico. Tuttavia, però, l’iniziativa della difesa strategica da attacchi missilistici condotta nell’ambito di una dimensione euro-continentale della Sdi (Strategic Defense Initiative) non è una novità.

Si potrebbe discutere su quanto questa possa rappresentare un aspetto determinante per la credibilità, secondo il Cremlino, dell’impegno assunto in materia di anti-proliferazione da parte degli Stati Uniti. O quanto, al contrario, l’atteggiamento di Mosca possa sottendere la richiesta di una contropartita, magari per avere la libertà di azione in Cecenia o negli Stati caspico-caucasici. Una libertà apparentemente pregiudicata dallo schieramento sui propri confini, senza Stati cuscinetto questa volta, del dispositivo difensivo, europeo ed atlantico, gradito agli ex alleati di Mosca. Ma al di là delle apparenti schermaglie, è evidente che l’iniziativa di una difesa antimissile si inserisce in un quadro strategico diverso, complesso, che coinvolge politicamente Mosca più di quanto gli stessi Stati Uniti potessero immaginare nel passato e la Russia credere nel presente più immediato.

La Russia, negli assetti strategici odierni, non può non essere considerata, salvo accettarne una rinnovata dimensione di concorrente, un attore fondamentale per un modello di difesa concertato. Un modello che coinvolga il Cremlino dall’interno, valorizzando gli ambiti possibili di partenariato tra Russia e Alleanza Atlantica. Una necessaria responsabilità condivisa, che sia tale da sgomberare ogni dubbio sulla presunta estensione dell’occhio atlantico sino agli Urali e sulla direzione antirussa che una simile scelta difensiva potrà assumere in futuro. Coinvolgere Mosca in un’architettura di difesa comune - pur mantenendo l’autonomia atlantica quale valore esclusivo per i partner, nelle forme di un partenariato e confrontandosi nel Consiglio di Cooperazione fra Alleanza Atlantica e Russia - sarebbe un ulteriore strumento per favorire un processo di difficile democratizzazione.

Un processo di garanzia sul valore democratico della Russia di oggi che si scontra con le resistenze di una classe dirigente ostaggio di un nazionalismo che vede nei programmi di difesa occidentali ancora molto degli Stati Uniti e poco di europeo. È questa diversa prospettiva che determina nel Cremlino la paura e il sospetto verso una strategia difensiva percepita in chiave antirussa. Una paura che resiste dal successo della Partnership for Peace degli anni Novanta che ha relegato la capacità di attrazione di Mosca ad un ricordo di un altro secolo. Inoltre, se all’iniziativa di difesa antimissile si aggiungesse anche la sensibilità della Russia sulle vicende ancora aperte della regione balcanica ci si dovrebbe convincere, allora, che il risveglio del grande orso si ripropone come il risveglio da un incubo che preoccupa una classe politica non completamente avulsa da desideri di potenza.

L’ipotesi di un Kosovo indipendente, ad esempio, lo smembramento di fatto della Serbia rischiano, per quello che rimane ancora di un impero multinazionale sotto il potere del Cremlino, di favorire un effetto domino tra le minoranze etnico-nazionali che esprimono, nella loro frammentazione, il debole mosaico dell’identità russa. Di fronte ad una simile paura è evidente che la partita della difesa antimissile, che è la partita della difesa continentale, si potrà risolvere solo nella capacità di mediare attraverso posizioni di sintesi tra l’unilateralismo di Washington e il nazionalismo ancora imperante nelle stanze del Cremlino. Una responsabilità che è europea, che va governata attraverso la capacità dell’Unione europea di definire il proprio ruolo strategico nel continente con una maturità tale, questa volta, per poter affermare una posizione di indipendente ed autonoma azione politica equidistante da Washington e da Mosca.


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