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La Russia, l’Europa e il Kosovo

Le vicende di queste ultime ore in Kosovo ripropongono un quadro già visto di instabilità e di incertezza nella condotta di una seria e realmente costruttiva politica europea nei Balcani. E ciò non solo perché i Balcani sono una delicatissima e strategicamente rilevante “porta dell’Occidente”, ma anche perché nel processo di riorganizzazione dell’ex-Jugoslavia in gioco, da troppo tempo ormai, la credibilità di un soggetto politico che stenta ad affermare un’unità di idee su ruolo e mezzi per consolidare la propria autorevolezza nello scenario continentale e non solo. Nella corsa al riconoscimento o meno del nuovo Stato, alla ricerca di formule interlocutorie di sovranità limitata, giuridicamente prive di significato dal momento che in una dichiarazione di indipendenza non può che prevalere il diritto all’esercizio di una sovranità piena, la posizione del Cremlino rimane chiara.

La Russia vuole restare un attore importante nell’ambito europeo proprio nel momento più delicato di una transizione arrivata al capolinea con l’indipendenza di Pristina dichiarata il 17 febbraio u.s. Meno chiara quella europea. È vero che la federazione russa, per prossimità culturali e storiche aspirazioni di proiezione geopolitica verso Ovest, è stato l’unico membro del Gruppo di Contatto (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti e Russia) che non ha condiviso la proposta di riconoscere e garantire l’indipendenza del Kosovo. Ma ciò non è tuttavia solo il risultato di una volontà di Mosca di rideterminare le linee della propria politica continentale volta a non perdere la storica influenza nei Balcani.

Il Cremlino, infatti, nonostante il disappunto manifestato, è consapevole che un ingaggio diretto nella regione non potrebbe portare ad una stabilità né ad alcun vantaggio per la Russia nell’immediato. Nonostante ciò, però, la partita dei Balcani giocata sul futuro del Kosovo tra Occidente atlantico e Mosca dimostra da tempo quale sia il quadro geopolitico che la Russia immagina per il medio/lungo periodo: una posizione di competitività con le aggregazioni occidentali, l’affermazione di una dimensione geopolitica del Cremlino che parta proprio dalla sua credibilità nel confronto politico e strategico sul terreno balcanico. Ambizioni, quelle russe, che sono ritenute così fondamentali per riconquistare forza e iniziativa nelle dinamiche continentali attraverso la riorganizzazione degli assetti istituzionali delle comunità slave ancora affidate alla mediazione internazionale.

In questa semplice analisi geopolitica si spiega da un lato la volontà di Mosca di non perdere aderenza nella partecipazione all’assetto degli equilibri continentali, ma si dimostra, dall’altro, e ancora una volta, la miopia occidentale di non riuscire a coinvolgere il Cremlino in un processo di stabilizzazione e riorganizzazione territoriale dal quale la Russia non può essere esclusa. Una necessità per evitare lo scontro di fronte allo schieramento della difesa antimissile, il timore di Mosca per la competitività di un’area economica e di difesa che si dilata sempre più verso le proprie periferie e il rischio di giustificare, nella domanda di indipendenza, fenomeni autonomistici che nella disgregazione trascinano stabilità e dialogo tra i popoli. In questo si risolve, alla fine, l’ipotesi mancata di una possibile Confederazione Serba con un Kosovo autonomo nella legislazione e nei regimi fiscali, ma non altrettanto limitatamente indipendente come oggi in un quadro di sovranità controllata da un’autorità ancora indistinta nelle decisioni e incapace di governarlo quale quella offerta dall’Unione europea.


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