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Election day il giorno dopo

Perché il mondo e gli Stati Uniti non saranno più gli stessi.

McCain e ObamaIl confronto tra Obama e McCain è al rush finale e con esso un modello di relazioni internazionali che si è risolto nel cosiddetto secolo americano. L’attenzione del mondo dimostra che non sarà solo un confronto presidenziale. Ma due prospettive di interpretare il sentimento politico di una società complessa quale quella americana che, nelle sue intimità più profonde, nel suo essere multirazziale e multiculturale, somma in sé le contraddizioni del sistema globale. Il confronto che osserveremo prossimamente, e che diventa quasi una sorta di elezione a cui parteciperemo tutti perché ciò che capita negli Stati Uniti coinvolge tutto il resto del mondo, ci riporterà al confronto tra due modelli ideali: quello liberale nelle opportunità e nei diritti, conservatore nei valori della nazione americana e della sua potenza, e quello democratico nell’essenza multirazziale, nelle logiche del mercato governato e nella dimensione sociale della politica.

Nelle elezioni americane si giocherà una partita fondamentale rivolta a riconsiderare il ruolo e la sostenibilità di un modello mondiale delle relazioni politiche tra gli Stati che difficilmente potrà sopravvivere come unilaterale dal momento che la crisi dei mercati - e dell’economia degli Stati Uniti prevalentemente finanziaria e gestita in maggior misura al di fuori delle piazze americane - ha raggiunto il suo limite di espansione rappresentato dalla contrazione di un impero con le periferie troppo distanti dal centro. Oggi oltre la deriva economica, la stessa strategia di power projection con molte basi avanzate si è dimostrata non sufficiente ad attribuire una possibilità di dominio a Washington nel disegno di diffondere un modello di democrazia esportata senza considerare le peculiarità delle culture preesistenti. Il disegno di un Grande Medio Oriente si è arenato in Iraq nella speranza che la stabilizzazione possibile si trasformasse prima o poi in un risultato definitivo con la possibilità di un’exit strategy sempre pronta nel cassetto.

In Asia Centrale si agisce su linee politiche e strategiche estemporanee dove il limite possibile della guerra al terrore soffre di diverse prospettive per ogni singolo partner presente. Il rischio, poi, della sovrapposizione delle linee di supporto strategico tra grandi Stati come Cina e Russia non assicura molti spazi di manovra senza il pagamento di royalty politiche ai competitor di domani e alle popolazioni locali nel grande gioco delle rotte energetiche. Il giorno dopo le elezioni americane, insomma, si dovrà risolvere il dilemma se il rischio di una compressione unilaterale delle capacità strategiche degli Stati Uniti sia veramente inevitabile o se, al contrario, vi saranno ancora possibilità di azione magari affidandosi ad un’Europa più attenta e più attrice nella comunità internazionale.

Dalla concezione di Bush padre fondata sulla negazione dell’isolazionismo e rivolta ad una promozione di una diplomazia globale governata da pragmatismo e adattabilità - per la quale la democrazia doveva essere intesa come modello e come ideologia - si tenterà di riscrivere una concezione multilaterale post-clintoniana, liberista nei grandi mercati, nell’apertura dell’Organizzazione Mondiale del Commercio-Wto, alla ricerca del negoziato come metodo e al ricorso alla forza come strumento estremo nei limiti di un diritto condiviso. Si tenterà di superare una cultura politica, quella di Bush-jr, fondata sull’unilateralismo, su una visione post-reaganiana del mondo che si divide tra buoni e cattivi, sulla legalizzazione unilaterale della guerra preventiva e la necessità di rideterminare i termini giuridici di un senso legale dell’azione politica degli Stati.

Chi vincerà le elezioni americane dovrà partire dalla consapevolezza che l’affermazione degli Stati Uniti, quali protagonisti della politica mondiale, non potrà realizzarsi che come attore dalla supremazia relativa. La crisi finanziaria, ad esempio, ponendo fine al postulato del libero mercato come regolatore assoluto dei flussi finanziari e delle competitività ha dimostrato che la reaganomics ha raggiunto il suo limite storico. Un limite per il quale il multilateralismo viene riproposto come antidoto, seppur nella sua ambiguità, ad un unilateralismo sempre meno credibile. Un segnale fondamentale che dovrebbe far cogliere al futuro presidente la necessità di contribuire a cambiare il volto della politica mondiale e di quella americana ricollocandola in un sistema di distensione capace di aumentare le relazioni cooperative più che quelle competitive.

Già da tempo ad un buon osservatore non sarà sfuggito che il divario con le altre potenze tenderà a ridursi man mano dal momento che la diversità degli obiettivi di Mosca, Pechino, di Nuova Delhi consentirà loro di trovare e occupare adeguati spazi d’azione così come Teheran tenterà la corsa alla leadership nel Golfo, specularmene alla volontà di Chavez di guidare l’altra America contro Washington. Ciò significa che per il resto del mondo il mito della credibilità della potenza americana, impegnata in una partita molto delicata in tanti, troppi scacchieri, non è più così indiscusso dal momento che una potenza può esprimere una capacità di leadership, ma solo se sostenuta da una solida politica internazionale, condivisa da più partner, e da un’economia costruita sulla fiducia.

Dopo l’election day sarà, così, più evidente che non vi saranno guerre fra classi, ma conflitti fra interessi specifici, controllabili, misurabili e gestibili al momento, purché siano disponibili strumenti politici ed economici adeguati. In tutto questo, allora, solo due potrebbero essere le opzioni percorribili per reinterpretare il ruolo degli Stati Uniti nel sistema internazionale. O seguire l’equilibrio senza coinvolgimento per evitare che una potenza possa diventare più forte delle altre, o ripiegare su un coinvolgimento delle altre potenze cercando di renderle dipendenti e far si che si impedisca un pericoloso formarsi di coalizioni competitive. Di fronte a simili opzioni non ci sono molte scelte. O si cercherà di favorire la costruzione di un sistema internazionale fondato su relazioni politiche ed economiche inclusive, o si rischierà di subire nuove derive egemoniche che potrebbero portare, quale effetto di una logica unilaterale emergente, ad una scomposizione geopolitica del mondo con i pericoli che ne seguiranno sulla sicurezza internazionale.

Tuttavia, in attesa della scelta fra le diverse opzioni, l’unica certezza che resterà dalla fine del mandato di G. W. Bush all’avvio della nuova era è che il mondo sarà ancora insicuro. Insicuro perché si dovrà proporre, e far accettare, un’immagine degli Stati Uniti questa volta più cooperativa e aperta al dialogo ridefinendo, se necessario, anche l’approccio americano circa la legalità e la legittimità giuridica dell’uso della forza nella soluzione delle crisi internazionali. Insicuro perché il nuovo presidente dovrà completare un’agenda confusa ed incerta lasciata incompiuta dal predecessore. Un’agenda gestita senza valutare nei giusti termini una Russia in ascesa, una Cina emergente, un’India dominante nell’high-tech, l’Iran libero di minacciare la sicurezza mondiale; un’agenda che ha trasformato giorno dopo giorno l’Iraq e l’Afghanistan in criticità senza fine dell’iniziativa militare e politica dell’Occidente nel cuore, energetico, del mondo.

Di fronte a tanti appuntamenti mancati, il nuovo presidente dovrà riconoscere che il sogno neoconservatore di costruire una società americana compatta ed uniforme si è infranto sull’evidente volontà di veicolare solo ambizioni personali cercando un obiettivo collettivo possibile fuori dal centro per accreditare una cultura da pensiero unico. All’indomani del nuovo mandato si dovrà valutare se rigettare qualunque tentazione di ideologie isolazioniste rivolte a far sopravvivere una politica di egemonia per favorire, al contrario, una partecipazione all’azione multilaterale; un’azione quest’ultima volta a risolvere i problemi internazionali con un approccio cooperativo rispettando il punto di vista degli altri Paesi. Si valuterà come tener conto della necessità di supportare l’azione delle istituzioni mondiali, soprattutto in materia di sicurezza collettiva attraverso un più allargato consenso per combattere il terrorismo internazionale, gestire l’emergenza ambientale, provvedere allo sviluppo economico dei Paesi meno fortunati.


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