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Kiev vale una guerra?

Vertice NatoSe dovessimo ricorrere a Clausewitz dovremmo ricordarci che nessuno che ragioni dovrebbe fare una guerra - ma potremmo aggiungere nemmeno dare corso ad una crisi - o decidere o condurre un’operazione militare se non sa perché e come farla. In questa precarietà nel definire il quadro complessivo di una crisi, quanto di una missione e degli obiettivi concreti che si intendono raggiungere, risiedono tutti i pericoli di un insuccesso. Senza entrare nel merito di chi ne ha la responsabilità, argomento interessante, ma sempre poco pratico quando la forza tende a superare la ragione, ci sono alcuni aspetti che meritano di essere sottolineati in questa reale situazione di confronto tra due modi di vedere il proprio ruolo internazionale: quello statunitense, euroatlantico, e quello russo.

Sembra evidente che, al di là della dimostrazione di forza e di capacità militare, quella in atto è una crisi che non può autorizzare la Nato a decidere in piena autonomia ad intervenire militarmente ai sensi del trattato, né può autorizzarsi per un intervento no-article five. Se avesse fatto rientrare nell’Alleanza Kiev in tempi passati, magari ricorrendo al veicolo della Partnership for Peace, potremmo discutere con altre forme. Ma se la Nato tergiversò allora sulla risposta alla volontà di Kiev di farne parte ciò fu per valutazioni altrettanto chiare di opportunità e di equilibrio strategico nei confronti di Mosca. L’esperienza georgiana, qualche anno dopo, avrebbe dovuto insegnare molto, e se questa non ha assolto Mosca meno poteva assolvere l’Occidente atlantico, e gli Stati Uniti, visti i risultati ottenuti. Ma se non è la Nato, meno che mai l’Unione Europea potrà da sola decidere il futuro di questa frattura. D’altra parte, non sono le sanzioni, seppur ancora più rigide, che coarteranno la politica di Putin.

La Russia ha una lunga storia di privazioni alle spalle e, oggi, viste le possibilità economiche di guardare su altri mercati ad Oriente con Mosca in posizione di leader, non è certo che si possano raggiungere soluzioni nell’immediato con i soli muscoli militari e/o economici. La crisi ucraina richiederebbe un intervento dell’Onu, l’unica istituzione che, con tutte le riserve che si possono avere, può autorizzare misure urgenti a tutela della pace e della sicurezza internazionale attraverso il Consiglio di Sicurezza ai sensi degli articoli. 23. 24. 25 dello Statuto adottando, se necessario, le misure previste dal Capitolo VII della “Carta”.

L'art. 39 prevede, infatti, che “…il Consiglio di Sicurezza accerti l'esistenza di una minaccia, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione, e fa raccomandazione o decide quali misure debbano essere prese in conformità agli articoli 41 e 42 per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale…”. In un’ottica di tale respiro la Nato potrebbe allora parteciparvi poiché per Statuto nulla vieta alle Nazioni Unite di ricorrere anche ad organizzazioni militari regionali nel quadro di un intervento così deciso. Tutto questo, per accertare le responsabilità di Kiev e di Mosca in un contesto più ampio e giuridicamente, per quanto questa parola possa avere un significato nella comunità internazionale, più legittimo e legittimante.

In fondo, sarebbe interessante, di fronte a simile possibilità, verificare ad esempio il voto e le motivazioni del voto di Mosca. Un gioco sottile che darebbe alcune indicazioni sulla crisi costringendo il Cremlino a dichiarare le proprie volontà o pretese di fronte alla comunità internazionale. Tuttavia, ad oggi, è evidente che la crisi, e il suo epilogo, rischiano di essere il risultato di molte incertezze e lacune. La prima, la miopia statunitense a non voler considerare tutti gli errori commessi sia ad Est che nel mondo arabo in meno di un anno. La seconda, la scarsa capacità di analisi delle istituzioni preposte alla sicurezza e difesa dell’Occidente euroatlantico nel medio termine che rischia di escludere la Russia da qualunque possibilità di rientro in un quadro di cooperazione strategica, non più solo continentale, di fronte a minacce particolarmente gravi che si approssimano da Sud alle porte dell’Europa.

Una superficialità che getta nel cestino quel Consiglio Congiunto Nato-Russia sulla cui funzionalità l’Alleanza atlantica contava per far accettare a Mosca l’allargamento ad Est collocando la Russia, nella “nuova Europa”, in un quadro di relazioni cooperative e paritarie. La terza, l'incapacità, ancora una volta, dell’Unione Europea di muoversi al di là degli Stati Uniti facendosi scudo con la Nato. Una alleanza che, nonostante la Pesd la inserisca nel quarto pilastro come strumento militare, non si presenta ancora idonea ad affrontare "politicamente" simili crisi e che pur ritenendosi militarmente dissuasiva non considera che se dissuasione c'è stata in passato questa lo è stata solo grazie alla competizione nucleare, certo non per la paura sovietica di un possibile confronto convenzionale. E, per ultima ma non tra gli ultimi motivi, l'errore strategico di non considerare da dove realmente arriva la minaccia alla sicurezza e alla stabilità dell'Unione Europa e dell’Occidente dal momento che, in caso di crisi dichiarata con la Russia, altre forze ne approfitterebbero nell'immediato con l’apertura di fronti interni sul continente.

Può essere vero che Mosca sperasse in una maggior libertà d’azione in Ucraina se gli Stati Uniti si fossero impegnati massicciamente in Iraq, come in Siria, contro l'Isis. Ma anche se così fosse stato la Nato poco avrebbe potuto fare, e poco potrà fare, al di fuori di possibili soluzioni che andrebbero internazionalmente condivise con Mosca per arginare una simile ferita per curare, al contrario, un male che rischia di contagiare e incancrenirsi nelle comunità occidentali: un nuovo e più subdolo terrorismo di matrice fondamentalista. Qualche giorno fa il re dell’Arabia Saudita ha dichiarato che l’Occidente capirà entro tre anni che tipo di minaccia e quanto pericolosa sia quella dell’Isis per le società opulente come le nostre.

Un termine stranamente preciso, che lascia presupporre una strategia a monte delle organizzazioni terroristiche valutata con estrema cura da chi vede in queste la minaccia anche al proprio potere. Giocare al gatto con il topo con Mosca può essere utile. Così come forse Kiev può valere una crisi, certo non una guerra. Tuttavia bisogna capire chi è il gatto e chi è il topo e se, il gioco, non riservi qualche sorpresa. In fondo per chiudere sempre con Clausewitz, i piani militari, e le politiche aggiungo, che non prevedono l’imprevisto possono portare al disastro, e in questo disastro sarà l’Europa, a cent’anni da un altro conflitto, a pagarne il prezzo mentre qualcun altro è li, pronto, ad approfittarne delle rovine.


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