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Obama vs Putin?(2) ….passando per il Medio Oriente

Obama vs PutinSe il gioco internazionale fosse un gioco di società come dovrebbe esserlo, ognuno dovrebbe mettere in campo le proprie capacità e confrontarle con quelle altrui cercando la migliore opportunità/possibilità per ristabilire, se compromesso, un ordine sostenibile nelle relazioni tra gli attori protagonisti o presentarne uno nuovo se necessità lo impone senza comprimere, sino all’annichilimento, identità e storie.

Ora se dovessimo essere obiettivamente realisti, pur lasciando ad una parte di idealismo l’onere di giustificare determinate scelte in politica estera, ogni Stato che ha delle responsabilità per capacità militari, economiche e politiche -così come ogni aggregazione che esprime al suo interno comuni interessi che ne contraddistinguono l’esistenza come l’Unione Europea- dovrebbe cercare di guardare con occhi obiettivi ciò che gli avviene attorno. In una complessa e articolata comunità mondiale che pur scoprendosi da qualche decennio più libera da logiche di potenza ma più vulnerabile per diffusione di violenze e minacce alla sicurezza internazionale essere approssimativi, crogiolarsi tra esercizi di realismo politico o lasciarsi andare a autolusinghe idealiste certo non è rassicurante per il futuro degli Stati e dei popoli.

Insomma, che le primavere arabe -ormai avviatesi verso l’autunno inoltrato e sperando che l’inverno si ponga sempre meno prossimo- fossero sia una buona occasione per favorire una apertura democratica per alleggerire il peso delle autocrazie sulle comunità più povereche una aspettativa comprensibile per adottare una linea politica idealista può essere ragionevole comprenderlo. Tuttavia i tempi e i modi avrebbero dato miglior ragione ad una riflessione realista dell’azione politica da condurre viste le premesse e, oggi, i risultati. Credere che potessero, le primavere, rappresentare un momento favorevole per rompere fragili equilibri regionali e interni agli Stati del Medio Oriente per regolare conti passati -o far passare il messaggio di un Occidente paladino di una democrazia che, per ragioni storiche, sociali e anche economiche non si modella perfettamente con l’organizzazione sociale dei nostri vicini- era di per sé un esercizio scolastico per strateghi e politici dell’ultima ora ma certo tale non sarebbe stato per navigati analisti o conoscitori delle dinamiche storiche e sociali di certe culture e popolazioni.

Ad esempio, se dovessimo guardare all’Egitto, la modernizzazione del Paese non è passata attraverso processi democratici così come li possiamo intendere noi, ma nella prevalenza di una volontà autocratica su di un’altra. Dimenticarsi di Nasser e del suo non allineamento, l’essere stato leader di un movimento che favoriva la decolonizzazione, di un Sadat che ha aperto ad Israele in un momento particolarmente poco opportuno se avesse ragionato da arabo pagando con la vita il suo tentativo di pacificare animi e interessi, di Mubarak posto a guida di un Paese a rischio fondamentalismo significa non aver valutato l’unico risultato possibile. E, cioè, che le spinte autocratiche non solo erano allora necessità di strategia politica accettabile in clima di guerra fredda o di contenimento, ma sono state le uniche risposte date proprio da chi, oggi, usa un’apparente promozione di democratica senza considerare i nuovi drammi a cui ha aperto le porte per arginare derive estremistiche.

Si potrebbe dire, in questo autunno arabo, che ciò sarebbe valido anche per la Libia di Gheddafi. Quest’ultimo disarcionato quando forse doveva restare a cavallo dopo essere rimasto in sella quando, invece, doveva essere fatto cadere. E tanto si potrebbe dire dell’Iraq di Saddam Hussein, difeso in chiave anti-iranica dagli Stati Uniti durante la rivoluzione khomeinista, sconfitto ma lasciato al suo posto dopo la I Guerra del Golfo per volontà di Bush-padre per poi farlo definitivamente uscire di scena nel momento in cui, forse, certamente non sarebbe stato un elemento pro-Al Qaeda e, meno che mai, pro-ISIS. Ora, in un’ottica realista della politica internazionale scegliere il male minore potrebbe essere una regola. Ciò porterebbe, però,ognuno di noi a giustificare imbarazzanti prossimità che l’ortodossia democratica occidentale, in linea di principio, meno nella sostanza ovviamente, non permetterebbe.

Tuttavia un eccesso di idealismo fa perdere di vista, in nome di valori che sono ancora oggi molto interpretabili, l’essenza delle cose e i pericoli che dalla manipolazione delle coscienze e dell’uso della forza possono derivare alla pace e sicurezza internazionale. La Presidenza Obama, e con essa l’Unione Europea, hanno commesso una serie progressiva di errori di valutazione dovuti non solo ad una visione poco realistica di ciò che avveniva, e avviene, nel Medio Oriente, ma per aver continuato a sottovalutare nel suo insieme l’area stessa del Mediterraneo, il mutamento delle comunità e la loro pericolosa deriva in chiave completamente contraria a quella proposta, e cioè antidemocratica, ovvero contrarie a qualunque ipotesi di tolleranza, di partecipazione allargata. E non solo.

Il Mediterraneo -nella sua complessità di culture e di idee, nel suo essere cerniera fra più mondi, luogo di convergenza e di divisione tra culture e interessi economici non ancora trascurabili, spazio nel quale si confrontano ricchezza e povertà del mondo- non è un teatro per improvvisati protagonisti e protagonismi. Una Presidenza così poco decisa e poco lungimirante -che si promuove in tutto il suo idealismo dimenticandosi la realpolitika stelle e strisce giocata negli anni Ottanta e Novanta proprio nel Mediterraneo e in Medio Oriente di cui oggi ne trae i …pochi e tragici risultati …- si affatica ancora oggi, nonostante le violenze subite da uomini e donne, popolazioni e culture, a trovare una strategia che le restituisca credibilità dopo aver percepito con chiarezza gli errori di valutazione commessi nelle primavere raccogliendo frutti invernali. D’altra parte, dalla fine, apparente, delle guerre del Corno d’Africa, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia, all’Egitto e alla Siria, la destabilizzazione progressiva di modelli di potere voluti e mantenuti nel tempo proprio dagli Stati Uniti ha fatto si che i cosiddetti movimenti democratici si rivoltassero indirettamente contro gli stessi promotori che si sono presentati, con nuova veste, quali paladini di ciò che non avevano garantito in passato.

E, così, nell’incapacità di definire un quadro di stabilità con politiche certe espresse in un modello di relazioni diplomatiche univoche e credibili, l’assenza di strategia la si paga proprio con il favorire -in questa indeterminatezza e indecisione, oltre che miope interpretazione degli eventi- una recrudescenza dei movimenti integralisti come l’ISIS che altro non vogliono che approfittare del vuoto di potere aperto proprio dall’Occidente. Eppure, in tutto questo can can politico-diplomatico, l’unico pragmatismo che si affaccia sembra essere quello russo.

E non solo per una sorta di debito di simpatia storica con la famiglia Assad, ma per una valutazione di opportunità di contrasto e di gestione delle crisi nel Mediterraneo dove l’Occidente annaspa proprio sulla soglia di casa. Certo la questione ucraina è un buon argomento per Stati Uniti ed Unione Europea per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale e non dagli errori commessi e per nascondere le grandi assenze nelle politiche della regione mediterranea. Tuttavia non si può fare una colpa a Mosca se ha un quadro molto ben preciso delle crisi e magari ha pure delle idee di soluzione. Forse una Presidenza più preparata, partendo dalla storia della politica estera condotta dalle precedenti amministrazioni statunitensi nella regione, dovrebbe meglio chiarirsi con se stessa. Spostare su “altri” e “soliti” nemici di sempre l’ennesimo j’accuse, poiché non si è ancora in grado di far fronte ad un pericolo così infido come il terrorismo estremista organizzato -che corre non solo negli Stati del Medio Oriente, ma all’interno delle popolazioni e comunità con non trascurabile virulenza- non è proprio quello che ci si aspetta da una vera grande potenza. E, Ucraina nonostante, questo Mosca lo ha capito e bene.


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