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Stati Uniti ( e UE). Quando la strategia è caos

[…] Se la forza organizzata sparisse, quelle disorganizzate non potranno far altro che entrare più sicuramente in una collisione ancora più terribile […]

Alfred Thayer Mahan






Tra le tante parole snocciolate in un talk show a stelle e strisce da un analista non certo di secondo piano, Thomas Barnett, c’era una frase interessante che in un cesto senso sembra essere molto evocativa se non addirittura ri-evocativa. E, cioè […] Non fate i piani per la guerra se non pianificate anche di vincere la pace.[…]. Sembrerebbe una frase scontata, che si consuma nel disarmante senso comune o che si annulla nel quotidiano senza lasciare tempo per riflettere. Tuttavia non è così.

E’ una frase evocativa perché in realtà essa dimostra quanto ogni strategia militare - che si sviluppa quale conseguenza di una linea politica - necessita di idee e di obiettivi chiari oltre che di conoscenza di chi è l’avversario e di chi è l’alleato per poter giungere alla fine ad un risultato che ristabilisca un ordine. Ri-evocativa perché sembra, guardando al modo con il quale gli attori occidentali si muovono soprattutto nei confronti della Russia, che nulla ha insegnato la storia del Novecento all’Europa atlantica e agli Stati Uniti se non aver lasciato, in fondo, il sapore del successo di una guerra torridamente fredda e nel contempo la paura di aver vinto. Il timore di come gestire una posizione di supremazia conquistata dal 1989 in avanti.  L’assenza di un avversario e la volontà di capitalizzare l’implosione del modello sovietico ha determinato una responsabilità maggiore dell’Occidente euroatlantico trovatosi a dover dimostrare la sua leadership senza avere più un comodo termine di paragone.

Dall’impegno nei Balcani, con le discutibili scelte di amici ed avversari, sino alla creazione del partenariato euroatlantico - rivolto a spostare verso Est la Nato contestualmente alla possibilità di conquistare il sistema economico postsovietico - ha fatto si che Stati Uniti ed Unione Europea determinassero la fine di Elstisn subendo l’ascesa al potere di Putin. Un cambio di presidenza risultato di una politica e di una conseguente strategia occidentale poco inclusive in termini paritari perché entrambe molto intuitive, poco risolutive. Sostenuti da una volontà di non perdere il vantaggio di una posizione sempre meno solida di leadership nel mondo, Stati Uniti e  Unione Europea - dopo aver condotto con superficiale convinzione operazioni di promozione democratica con risultati disastrosi distinguendo quali regimi abbattere e quali mantenere in piedi - si confrontano oggi con quello che non è più: una Russia ritenuta fuori gioco, grottesca e rigidamente considerata una pariah delle relazioni internazionali. Dall’Afghanistan in poi, passando per l’Iraq, nulla alla fine è significativamente mutato ma, al contrario, è cresciuta ancora di più un’instabilità e un’incertezza sulla possibilità di poter definire un quadro di relazioni cooperative dall’Africa al Golfo Persico, all’Asia Centrale.

La confusa azione in Libia, il disastro siriano, la sovrapposizione nel considerare amici e nemici e tra Al-Qaeda e Al-Nusra sono solo alcuni aspetti “sul terreno” che dimostrano una maldestra capacità di individuare obiettivi, mezzi e partner per raggiungerli. Di fronte a simili disastri annunciati, la risposta di Mosca alle confuse scelte del Pentagono su chi supportare e chi no - e su come e in che termini ricostruire comunità e istituzioni sottraendole al terrorismo islamico e non solo  - sono emblematiche. Emblematiche perché rimettono in gioco diplomaticamente un attore di cui si era sicuri del suo annichilimento post-Guerra Fredda. Emblematiche per il fatto che le nebbie dei pianificatori statunitensi hanno offerto con la crisi siriana l’occasione a Putin di rientrare in quel gioco di potenza di cui in molti erano convinti ne fosse stato escluso.

Lasciare Mosca fuori dal concerto continentale come da quello internazionale sarebbe, adesso, un errore fatale per due motivi anzitutto. Il primo perché la Russia è di per sé un continente troppo vasto con una capacità di distribuire possibilità di confronto politico, economico e militare da Est e ad Ovest tali da non poter essere azzerate da nessuno tipo di strike occidentale. Il secondo, conseguenza del primo, perché da un punto di vista militare le capacità di comando, controllo e di decisione - trattandosi di una nazione non vincolata a complessi trattati di alleanza - sono più semplificate e maggiormente spendibili in termini di tempo, diversamente per la Ue e Nato.

Vi sarebbe, però, un non trascurabile terzo aspetto. In una prospettiva di spostamento del centro di gravità economica e militare verso Oriente, la Russia sa di poter contare sulla disponibilità della Cina e a nulla varrebbero gli sforzi di aprire una porta atlantica in Giappone per chiudere il “cerchio”. La lezione, alla fine, che la comunità euro-atlantica dovrebbe apprendere dall’intervento in Siria di Mosca, è chiara. E’ decisamente il momento per gli Stati Uniti e per l’Occidente di spostare la Russia forse più verso la prospettiva europea che non verso quella “orientale” del nostro continente. Si tratta, cioè, di decidere se l’Europa ha un senso geopolitico, oltre che economico e  militare, o se essa è solo la prosecuzione del continente asiatico nel quale Mosca gioca oggi con buona disinvoltura. Si tratta di realizzare una sinergia difensiva tra i Paesi europei, Russia compresa, e porre termine ad una pericolosa competizione messa in campo per attribuire una qualche credibilità alla politica e alla strategia americana.

Si tratta, in altre parole, di avere l’umiltà di ritornare agli anni immediatamente dopo il 1989, e ricominciare con quello spirito di casa comune europea nel quale in tanti abbiamo creduto e sperato.


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