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La crisi turco-russa. Obama in Medio Oriente ha perso l’Europa

[…] il mondo è unificato da una nuova forma di caos, un caos imperiale, dominato  dall’imperium degli Stati Uniti… Ci mancano le parole per descrivere questo nuovo sistema, ma non le immagini...[…]
A.Joxe. L’empire du chaos. La Découverte & Syros. Paris 2002


Rileggere Joxe ancora una volta in queste settimane è di nuovo illuminante. Un autore sconosciuto se non per gli addetti ai lavori, o per chi cerca di andare oltre un pensiero unico occidentale, formale, preconfezionato da spin doctor istituzionalizzati, utili a costruire ed affermare un mainstream che risponda alle intenzioni di ciò che resta di una politica di potenza. In queste ore in molti si chiederanno, dopo l’abbattimento del jet russo da parte della Turchia, che cosa succederà, quali saranno le prossime reazioni di Mosca. Troppo scontato, troppo semplicistico nella drammaticità dell’evento. In Occidente dovremmo chiederci, al contrario, perché in questa guerra al terrorismo da tutti dichiarata si corre il rischio che possa scatenarsi se non un conflitto aperto, di certo una crisi molto pericolosa per gli equilibri di potenza nel Mediterraneo e non solo.

La politica estera degli Stati Uniti non ha brillato per profondità e lungimiranza. Ha giocato sempre e comunque di pancia, anteponendo capacità militari ed economiche ai rischi di un sovradimensionamento degli stessi sforzi e al pericolo di non riuscire più a districarvisi avvolti da una matassa di errori strategici e politici che alla fine ha avviluppato nelle sue spire Obama e il suo entourage. La Siria non è solo Assad. La Siria è l’epilogo delle superficialità, delle supponenze occidentali che sovrappongono il ridicolo con la tragedia. In Siria si sconta tutto. L’aver finanziato in passato i talebani afghani, l’aver favorito Al-Qaeda per dare la spallata all’(ex) Urss in Afghanistan nella convinzione di poter essere, gli Stati Uniti, gli unici capaci di rimodellare il mondo in termini di potenza politica ed economica, depotenziando di fatto ogni istituzione internazionale che non si fosse adeguata alla nuova  leadership.

Si sconta l’aver permesso il coagularsi dei sedicenti ribelli nell’Isis. In Siria si pagano tutte le ambiguità sperimentate in Medio Oriente nell’aver continuato a modificare alleanze e regimi distinguendoli non in termini dei valori celebrati e promossi, ma secondo rispondenze politiche. In questa strategia del dividere messa in campo per poter dominare l’Europa – grande concorrente economico -  e il resto del mondo – Cina e Russia in particolare -  attraverso una situazione di instabilità diffusa, ciò che si presenta ai nostri occhi è un’altra urgenza: ricollocare al centro del dibattito occidentale la lealtà tra gli alleati e, verso questi, del dominus d’oltreoceano. E questo perché un risultato l’abbattimento del jet russo lo ha conseguito: sono aumentate le quotazioni di Putin in buona parte della comunità internazionale ed è aumentato il consenso interno del leader russo che ne è consapevole quanto Obama e il suo staff. La guerra, al di là delle rischiose operazioni sul campo, adesso diventa pericolosamente mediatica e si gioca tutta sul piano che gli Stati Uniti hanno sempre cercato di dominare: il consenso dell'opinione pubblica occidentale. Sembra, infatti, che Putin abbia letto e compreso Nye più di Obama  e stia trasformando il concetto di soft power – coniugandolo con decise pillole di hard power - nella sua migliore arma per combattere gli Stati Uniti sul loro stesso terreno.

Con l’abbattimento del jet russo si è abbattuta, contrariamente a quanto sostiene Carlo Jean  in una intervista su Il Fatto Quotidiano, e in un solo colpo, la politica estera statunitense. Sclerotica, incoerente, che ha rispolverato l’avversario di ieri, la Russia, nel tentativo di far cadere anche Mosca – dopo averci provato con l’Ucraina - all’interno di una strategia del caos condotta nella convinzione di poter affermare in Europa, nel Mediterraneo e in Medio Oriente una propria definitiva leadership. Un obiettivo che sta naufragando in Siria. Agli Stati Uniti tutto è sfuggito di mano. Ieri l’Iraq, Al Qaeda e l’Afghanistan dei talebani. Oggi Turchia, Isis, Yemen, Curdi, Ucraina, Libia, Siria, Egitto e potremmo aggiungere l’Iran che dopo aver incassato  a suo favore il trattato sul nucleare con il placet di Obama adesso passa nel campo russo in chiave anti-saudita. Sono tutti fronti aperti, mai chiusi come ieri in Africa. Fronti che avrebbero dovuto rispondere ad un disegno complessivo di capovolgimento dei termini di potenza nella regione mediterranea, nel Corno d’Africa e nel Medio e Vicino Oriente a favore degli Stati Uniti secondo una logica postmoderna del divide et impera . Ma così non è stato.

La stessa strategia di Centcom è franata andando oltre le capacità militari ed economiche esprimibili da una politica di potenza portatasi troppo in avanti (forse Obama avrebbe dovuto tenere sul comodino quel bel libro di Paul Kennedy  The rise and fall of the great powers per leggere e capire cosa significa andare oltre le proprie possibilità). Se a tutto questo aggiungiamo anche l’Afghanistan di questi giorni, il quadro del disastro è ancora più eclatante dal momento che l’amministrazione Obama sembra stia trattando con i talebani e il Pakistan per riuscire quanto meno a disimpegnarsi dal teatro centro-asiatico portandosi a casa se non una vittoria, almeno una non sconfitta politica e militare. In questo modo di condurre guerre surrogate in Siria come altrove gli Stati Uniti non hanno più nulla di epico non essendo in grado, di fatto, di guidare il mondo perché non umili, perché il confronto è solo unilaterale e sottende unicamente l’accettazione del loro modello economico e politico; perché nell’imporli hanno abdicato ai valori di vera libertà e democrazia giocando solo in termini di interessi economici e di potenza fine a se stessa. Avrebbero dovuto condividere e non surclassare. Hanno commesso errori eclatanti in passato nei Balcani, in Africa, in Asia Centrale e oggi l'epilogo in Medio Oriente e nel Mediterraneo.

Se l'Europa paga le sue falsità storiche, pur avendo messo in campo per farsi perdonare non pochi correttivi, gli Stati Uniti pagano la presunzione di aver perseverato nella loro prospettiva unilateralista dal momento che il multilateralismo tanto predicato (da Clinton ad Obama) si è rivelato solo uno specchio per le allodole, uno strumento per far aprire i mercati (altrui) alle banche e alle multinazionali a stelle e strisce. Agli Stati Uniti restano come alleati “interessati”, oltre alla Turchia di Erdogan, Stati e governanti come  i Saud e altri potentati del Golfo. I Saud, una casa regnante giunta al regno di Arabia per volontà degli inglesi che li legittimano al posto degli hashemiti, questi ultimi gli unici veri titolati. Una dinastia, quella Saud, che gioca da anni molto bene su due fronti. Uno rivolto ai dollari per mantenere agi e privilegi a discapito del popolo e dei diritti civili e politici. L’altro, quello religioso, che usa il wahhabismo per poter continuare a governare come sovrani assoluti poiché si ritengono gli unici “legalmente” chiamati a guidare l’Ummah e, per questo, in lotta politica con l'Iran per accaparrarsi la guida del mondo islamico. Un obiettivo di sopravvivenza da conseguire prima che possano essere rovesciati dall’unico pericolo che su di essi potrebbe incombere: quella democrazia che gli Stati Uniti vogliono imporre dovunque, ma non a Riyad.

Le alternative politiche e percorribili - per garantire un futuro di stabilità e di riorganizzazione delle relazioni d’area in termini di cooperazione e dialogo - sono tutte affidate all’Europa che con la Russia potrebbe tornare ad essere quella sintesi geopolitica e geoeconomica  che può completare il cuore del mondo euroasiatico (heartland) dominando gli spazi costieri (rimland). Una ipotesi che preoccupa gli Stati Uniti e i propri politologi polically correct (i vari Huntington, Fukuyama ecc…) per la capacità economica esprimibile, per la possibilità di realizzare un continuum verso la Cina e i mercati estremo-orientali.  Ma è una via obbligata per la sopravvivenza dell’Europa, necessaria per arginare le derive di una pericolosa politica estera che ha del diabolico, visto che le stesse creature inventate dagli Stati Uniti per esser funzionali a disegni politici di egemonia diffusa si sono poi rivoltate contro: Al-Qaeda, Isis e derivati insegnano.


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