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Obama… sono in guerra, ma non lo sapevo.(?)

Barack Hussein Obama. Presidente degli Stati Uniti
[…] I giorni del futuro stanno davanti a noi come una fila di candele accese. […]
Da “Candele” di Konstantinos Kavafis. In It. Poesie d’amore e della memoria. Roma, 2006


Probabilmente c’è qualcosa che non ritorna nel modo di condurre la politica estera da parte degli Stati Uniti. Dovendo far tesoro delle estemporanee dichiarazioni che i candidati alla Presidenza del dopo Obama rilasciano man mano, forse più che improvvisazione vi è un misto tra presunta capacità di dominio e consapevole visione del fallimento.

Che sia un Trump o una Clinton a tentare di conquistare animi o accomodare tentazioni nostalgiche di power politics ci può anche stare. Ma ci sta anche una sorta di celebrazione irresponsabile di una sorte di strategia del caos costituente. Una strategia del lanciare la pietra e nascondere la mano nella speranza che il resto lo facciano altri. Quasi l’ultima formula per poter agire di fronte all’incapacità di riordinare la confusione creata in Medio Oriente, utilizzando l’estremismo come chiave di volta per capovolgere un sistema di relazioni politiche non più ritenute utili o, forse, pericolose per i regimi amici da sempre come l’Arabia Saudita. Una formula a metà strada tra diretto coinvolgimento delle forze e indiretta strategia di un conflitto surrogato affidato a chi, dopo, ha ritenuto di poter fare da solo come Daesh.

In questo tentativo di arginare ogni influenza russa e, nello stesso tempo, rendere difficoltosa qualunque, se mai ci fosse stata, velleità dell’Unione Europea di presentarsi come attore capace di poter esprimere una politica di potenza, il non-modello di Obama rischia di trascinare gli Stati Uniti, e chi con loro persegue una simile corsa ad ostacoli, in un conflitto allargato dagli esiti molto incerti.

Una corsa pericolosa, disordinata, dalla quale istituzioni politiche internazionali ne escono depotenziate come le Nazioni Unite, o se regionali non più credibili come la NATO. In questo gioco all’azzardo, che si è consumato alle spalle degli europei, anche i rapporti fra alleati diventano nodi inestricabili all’interno dei quali ognuno gioca come meglio crede. Chi coprendosi dietro gli Stati Uniti convinto di poter ancora una volta avere un ritorno di una poco comprensibile utilità, come l’Italia e chi - brandendo la sua appartenenza alla Nato quale argomento di deterrenza da ogni possibile risposta alle sue prossime iniziative - si ritaglia spazi di autonomia d’azione come la Turchia di Erdogan. Un attore, Erdogan, che gioca bene su più tavoli sfruttando la fragilità del regime siriano, tenendo ostaggio l’UE sul redditizio terreno dei profughi convinto di poter competere con i nemici di ieri per affermarsi quale potenza regionale; al di là di quanto non sia più in grado di esserlo l’Arabia Saudita rispetto, invece, alla chiarezza della strategia dell’Iran.

In questo patchmork geostrategico Obama continua ad annaspare non riuscendo a ritrovare il bandolo di una matassa complessa che lo porta a non avere più una strategia - percorribile almeno nel medio termine - unitaria e soprattutto credibile né per il futuro della Libia né, tantomeno, per quello della Siria. Ciò che avviene in Libia lo dimostra con evidente cristallinità. Lo dimostra una volontà di tentare di “costruire” un governo a Tripoli senza capire su quali garanzie poter ritenere affidabile uno o l’altro regime possibile dal momento che non vi è a premessa una idea di ordine delle relazioni politiche nel Mediterraneo di domani. Nascondersi poi, come dichiarato da Obama, dietro la possibilità di valutare anche interventi unilaterali degli Stati Uniti per difendere il popolo americano è, alla fine, una sottesa ammissione di debolezza celata nel richiamo interventista.

Una preventiva giustificazione a qualunque possibile iniziativa statunitense, di cui poco si comprenderebbe il senso in questa improvvisata forward strategy, dal momento che si dovrebbe spiegare come possa essere il popolo americano - che gode di un felice isolamento geopolitico al di là dell’Atlantico - quello a sentirsi più minacciato da tale disordine piuttosto che i cittadini europei che si trovano i risultati disastrosi di una politica estera giocata su campo altrui alle porte di casa. E’ comprensibile che perdere la leadership in un mondo reso maldestramente ancora più anarchico può preoccupare una Presidenza ed un Paese come gli Stati Uniti votati al mito del nuovo ordine.

Un timore non infondato se ciò significa vedersi venire meno il controllo economico delle risorse mediorientali e le possibilità di mercato nel vecchio continente. Ovvero se, Russia nonostante, l’Unione Europea dovesse, per un sussulto di dignità da Santa Alleanza, risvegliarsi da un torpore di mediocrità politica e miope comprensione del suo ruolo di potenziale concorrente. E allora prima che qualcuno cerchi di rimodellare un Mediterraneo dalle acque agitate, sembra che ricordarsi di essere ancora in guerra possa essere quella ultima ratio regum pagata dalla Presidenza Obama per lasciarsi aperta una ultima, possibile iniziativa che le restituisca quella autorevolezza perduta almeno a fine mandato…ma senza beneficio di inventario.


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