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A che (e a chi) serve la Nato?

Vladimir Vladimirovič Putin
[…] Le spese militari degli Stati Uniti sono superiori alle spese militari di tutti i Paesi del mondo messi insieme. Quelle complessive della Nato sono 10 volte superiori a quelle della Federazione Russa. La Russia praticamente non ha più basi militari all'estero. La nostra politica non ha un carattere globale, offensivo o aggressivo. Pubblicate sul vostro giornale la mappa del mondo, indicando tutte le basi militari americane e vedrete la differenza…[…]
Paolo Valentino. Intervista a Putin. «Non sono un aggressore, patto con l'Europa e parità con gli Usa». Corriere.it, 6 giugno 2015)

La notizia del momento è che la Russia di Putin ritira le sue forze dalla Siria. Mosca ritiene di aver compiuto la missione che si era posta a sostegno del governo di Bashar al Assad anche se non ritiene conclusa la lotta al terrorismo. L’opposizione al governo di Assad sembra leggere con favore tale decisione. Ma vediamone il significato.

Anzitutto non si tratta di un ritiro, ma di una rideterminazione delle possibilità politiche di ridefinire i rapporti di forza in Siria al di là dell’aspetto tipicamente militare. Una scelta che in tempi ed esperienze passate gli Stati Uniti non avrebbero mai fatto scegliendo il disimpegno solo e soltanto in due casi: quale conseguenza di un consolidamento della forza espressa oppure, per evitare epiloghi imbarazzanti di sconfitta politica e militare sul campo, dotandosi di quella che viene elegantemente chiamata exit strategy. Paradossalmente per Putin questa non è una exit strategy. E’ semplicemente il modo di dimostrare che la Russia sin dal 2008 aveva adottato, a chiarificazione del suo possibile ruolo nelle crisi internazionali, il concetto di de-escalation. Un concetto coerente con una nazione che non aveva, e non ha, intenzione di svolgere politiche di potenza in termini unilaterali ma che, tuttavia, non vuole perdere il ruolo di elemento di equilibrio che un attore continentale come la Russia intende svolgere e mantenere.

Non è, questo, un passaggio difficile se solo si comprendessero meglio le vicende che hanno caratterizzato la fine del modello sovietico, se ci ricordassimo che Mosca non ostacolò l’avvio del partenariato atlantico verso i Paesi dell’Est. Un’apertura di credito mal riposta verso l’Occidente dal momento che, definita la Pfp (Partnership for Peace) Mosca non solo si ritrovò fuori dal Consiglio Congiunto Nato-Russia, ma fu estromessa da ogni politica continentale e mondiale, costretta a ritagliarsi spazi di protagonismo a ridosso del monopolio politico-strategico e mediatico degli Stati Uniti. Stati Uniti che oggi fanno i conti con un serie di incongruenze e di minori verità dichiarate e promosse che alla fine hanno dimostrato una non-volontà di combattere il terrorismo di Daesh e, ancor più gravemente, di aver sostenuto l’ambiguità di Ankara e di Riyadh nella campagna siriana.

In questa ondivaga e comoda strategia del caos, del lanciare la pietra e poi nascondere la mano, la Russia di Putin, forse sorprendendo anche se stessa, decide di ridurre l’iniziativa militare per mettere sul tavolo politico dei negoziati non solo il futuro della Siria, ma attraverso questo scoprire definitivamente le carte di Washington che vive con non poco imbarazzo e inquietudine tale rischio. Non è un caso che, nonostante le operazioni incessanti di mainstream messe in campo in Occidente nel costruire pensieri unici attraverso i media, forze e intelligenze sino a ieri sicuramente europee e occidentali oggi misurano con indipendenza intellettuale i risultati concreti e la chiarezza della politica estera di Mosca.

Il limite americano ed europeo che sopravvive nelle stanze del potere è quello di non essersi ancora affrancati, perché non conveniente, dall’idea che la Russia sia in fondo una prosecuzione dell’Unione Sovietica. Rigida, monolitica, schematica, imperialista, cattiva (come se gli Stati Uniti non avessero di simili colpe). La realtà è ben diversa sia in politica estera che nella elaborazione dottrinale dell’impiego della forza. Se la Russia non aveva nelle precedenti edizioni citato la Nato come avversario ciò era dovuto al fatto che la cooperazione continentale sembrava la strada sulla quale costruire un futuro di dialogo. Se la Russia nel 2010 indicò nella Nato il competitor strategico sul quale rimodulare il concetto di impiego delle forze e della forza questo fu conseguenza di uno spostamento a ridosso dei confini russi delle forze atlantiche. Ma la condotta delle operazioni in Siria e la gestione della provocazione turco-americana dovuta all’abbattimento da parte di Ankara del caccia russo ha dimostrato ben altro.

L’unilateralismo statunitense è giunto al capolinea non solo perché finanziariamente non sostenibile, ma perché in caduta di credibilità giorno dopo giorno. Una caduta che trascina con se la stessa Alleanza Atlantica che tenta di giustificare la propria esistenza, i propri costi, senza scegliere con coerenza politica dove, come e quando essere impiegata e, soprattutto, con chi dialogare. L’aver gettato nel cestino proprio quel Consiglio Congiunto Nato-Russia istituito per far si che Mosca non impedisse ciò che poi è avvenuto -l’ingresso dei Paesi dell’est nella Nato- è la dimostrazione del come seguendo interessi d’oltreatlantico e non prevalentemente europei l’Alleanza rischia di seguire il declino degli stessi Stati Uniti.

La lezione che la campagna di Siria ci lascia è che la sicurezza internazionale non può essere omologata e omologante su politiche unilaterali, né può essere sacrificata per difendere una leadership piuttosto che un’altra a seconda degli interessi in campo. La sicurezza internazionale è il risultato di una condivisione di prospettive e di reali capacità di agire. Solo in questo modo forse potremmo essere ancora una volta atlantici, ma di un atlantismo che comprenda la Russia in una ottica continentale che non divida l’Europa nuovamente in due per favorire chi, oltre atlantico, da troppo tempo e comodamente lontano, gioca da solo con il futuro del mondo.


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