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Miopie atlantiche.

Perché (e per conto e nell’interesse di chi ) provocare l’orso russo?

[…] “Alla fine, è stata tutta fortuna. Fummo estremamente vicini a una guerra nucleare e solo la fortuna l'ha impedita…[…]
[…]…Se non riusciamo a convincere le nazioni dei meriti della nostra causa, forse dovremmo riesaminarla.[…].
Robert McNamara. Da The Fog of the War.

Che l’Occidente e la Nato non brillino di realismo politico credo sia ormai una evidenza alla quale nessuna persona che abbia un minimo di indipendenza politica - e non manipolabile da una stampa ormai sempre di più legata ad un mainstream che relega all’anonimato chi non rema nella direzione indicata dagli Stati Uniti – possa sfuggire. Come nessuno può sfuggire dal comprendere l’irragionevole deriva della politica continentale che tende ancora una volta a non valutare pesi e misure in ragione di una giusta necessità di dialogo e di comprensione nei confronti dell’altro.


Inoltre, è altrettanto evidente come - spostando nuovamente verso Est la proiezione della Nato invece che guardare a Sud - si voglia distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica europea dalla vera minaccia creata dall’improvvisazione della politica estera statunitense nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Una improvvisazione che si manifesta nei fallimenti quotidiani di una diplomazia a due facce e che ogni giorno fa scoprire scomodi altarini strategici che vedono il terrorismo di matrice islamica funzionale a disegni di potenza che nulla hanno a che fare con la stabilizzazione e la democratizzazione della regione. Avevamo sperato, creduto di poter rivolgere uno sguardo verso un futuro di pace e di prosperità così come, probabilmente, qualcuno ci aveva illuso che ciò sarebbe stato possibile al di là di un muro e oltre una Alleanza che non voleva e non vuole fare i conti con la storia. Una alleanza, la Nato, che tenta ancora una volta di collocarsi al centro di una storia che può giocare scherzi di pessimo gusto, se non di drammatico epilogo. Il Consiglio Atlantico di Varsavia della scorsa estate, ultimo di una serie di rappresentazioni teatrali delle ondivaghe posizioni europee - sulle quali tendono ad avere buon gioco gli Stati Uniti imponendo una politica militare esclusivamente antirussa - ha dimostrato quanto la Nato abbia sempre bisogno di un avversario per giustificare se stessa e il proprio ruolo, confidando, in fondo, sulla inesistenza dell’Unione Europea quale attore credibile nel campo della Sicurezza e Difesa. E ha dimostrato quanto fosse e sia necessario per gli Stati Uniti nascondere le proprie sconfitte non solo politiche spostando su altri attori, che non hanno assunto nemmeno il ruolo di co-protagonisti, colpe che invece riguardano dilettanti supponenti che nel nome di un neoconservatorismo e di una presunta democrazia da esportazione hanno permesso che si insanguinassero le porte vicine alle nostre case. Di quanto fosse e sia necessario per Washington far si che la parte del cattivo tocchi sempre alla Russia, per evitare che alla fine prima o poi possano essere chiamati a rispondere dei loro insuccessi.

Chiamati a rispondere del perché hanno favorito l’evoluzione dell’Isis, permesso il disastro in Libia, in Siria, in Iraq e altrove, dell’aver prodotto milioni di morti, di feriti e di profughi, permesso la rovina di città ridotte a fantasmi di se stesse che le cosiddette guerre democratiche hanno provocato e che gli Stati Uniti hanno scaricato, nei costi umani e non solo, sulle spalle dei pavidi partner euro-atlantici. Tutto questo, per soddisfare disegni imperiali di una potenza in decadenza. Ritenere ancora oggi che la Nato possa essere uno strumento per condurre operazioni di pace contenendo al suo interno un partner come gli Stati Uniti, che non dimostra un sano realismo e un giusto pragmatismo, nonostante predichi tali valori ogni dove, significa agganciare l’Europa ad una politica che è negazione delle finalità della Alleanza e della stessa idea unionista. La Nato, sopravvivendo alla fine della sua ragione esistenziale nel 1989 avrebbe potuto essere credibile se ad ogni sforzo di cooperazione fossero seguiti dei risultati, se ci fosse stata alla base una sincera volontà cooperativa e non, al contrario, celare nel suo agire la volontà di affermare ancora una volta di procedere verso modelli competitivi. Modelli, questi ultimi, funzionali a far imporre una superiorità politica e militare dell’interesse a stelle e strisce. Formulare una dichiarazione conclusiva in chiave antirussa a Varsavia, e sostenere una proiezione avanzata delle forze Nato verso Est, sino alla repubbliche baltiche, collocandole a ridosso delle frontiere russe senza che la Russia abbia posto in essere comportamenti sufficienti a creare quanto meno un fumus di pericolo, non solo è avventato, ma pericoloso.

Se l’Europa con i suoi governi vuole ritornare a vivere nello stesso psicodramma della Guerra Fredda la strada seguita è quella giusta. Ci si approssima verso i confini del nemico, vi si installano missili con la scusa della difesa e magari si dislocano sistemi d’arma con vettori che possono raggiungere Mosca con chiari intenti intimidatori che, certamente, nascondono un disegno ben preciso e che con la presunta difesa dei Paesi dell’Est poco hanno a che fare. Se ciò fosse accaduto nei confronti degli Stati Uniti, come durante la crisi del 1962, ciò sarebbe stato sufficiente a legittimarne una reazione anche andando verso l’illecito non solo della guerra preventiva, ma dell’ulteriore sua estremizzazione data dalla cosiddetta preemptive war. Un difesa pre-preventiva che in verità sottende la legittimazione di un attacco più che preventivo al di fuori delle regole del diritto internazionale: Iraq docet. Una guerra legittimata aprioristicamente, dove non sarebbe necessaria la discutibile immanenza di un pericolo potenziale, ma sarebbe sufficiente la sola sussistenza di un ragionevole dubbio che gli atteggiamenti assunti dall’avversario siano tali da poter poi sfociare, dal punto di vista di chi valuta, in una possibilità di aggressione.

Ma se così è, ovvero se per gli Stati Uniti la preemptive war sarebbe giustificata e giustificabile anche solo a seguito di una particolare attività delle truppe dell’avversario che lascino supporre una volontà aggressiva, non si comprende perché, a fronte di uno schieramento di uomini e sistemi d’arma ai confini della Russia da parte della Nato, non si riconosca a Mosca pari diritto di richiamarsi alle stesse regole e allo stesso diritto invocato da Washington che ha permesso agli Stati Uniti di andare oltre le norme, oltre le sovranità altrui per difendere o collocare al potere sovranità più compiacenti. La Nato, in nome di una libertà ben pagata nel tempo all’alleato di sempre dagli Stati che ne fanno parte, nonostante molti degli alleati europei occidentali ritengono l’atteggiamento degli Stati Uniti sia manifestamente provocatorio, ne segue però le direttive senza vedere al suo interno maturare posizioni dissonanti e ne diventa la cornice. Una situazione che un De Gaulle non avrebbe tollerato, anzi. La Nato, e con essa i paesi europei che ne fanno parte, si assume la responsabilità collettiva di indicare nuovamente nella Russia il nemico mettendo in secondo piano ogni altro tipo di minaccia ben più imminente, che ha già abbondantemente insanguinato piazze e città con la morte di molti giovani europei, e magari già alle porte delle nostre case. Una minaccia creata e sostenuta sino a ieri da chi alberga da decenni nelle nostre stanze. Insomma, che agli Stati Uniti che assaporavano prematuramente la sconfitta economica piuttosto che politica della Federazione russa la fine della presidenza Eltsin sia stata indigesta, poiché poneva termine alle ambizioni del capitale a stelle e strisce di conquistare le risorse e l’economia russa, può essere comprensibile. Che il fatto che la presidenza Putin abbia saldato nel 2005 quindici miliardi di dollari al Club di Parigi - per chiudere ogni debito contratto dalle presidenze Gorbaciov e Eltsin e così affrancare la Russia e la sua economia dal dominio di capitali e società non russe - possa aver lasciato ancor più con un pugno di mosche gli “investitori” occidentali anche questo può essere compreso.

Compreso, ma non giustificato e dovrebbe essere un dettaglio che noi non dovremmo dimenticare nel valutare il presidente russo. Che tutto questo possa aver urtato la sensibilità di Washington e che alla fine la Russia sia stata volutamente costretta a non partecipare al Consiglio Congiunto Nato-Russia, questo non può essere più giustificato. Che si siano usate le vicende interne all’Ucraina e ad altri Stati dell’ex Federazione russa per indebolire la presidenza Putin - per ripagarlo per aver avuto la costanza di voler ricostruire la Russia evitando che seguisse le sorti dell’Unione Sovietica - credo che non sia accettabile dal momento che, al posto della Russia, i democratici Stati Uniti avrebbero reagito con una energia di certo non inferiore se non superiore come hanno già dimostrato nella loro storia ingerendosi nel destino di altre nazioni. In questo gioco, che sa tanto di un conto da pagare da parte di Mosca agli sceriffi e mercanti mondiali ormai in debito di credibilità sia nelle operazioni militari che sui mercati, sembra quasi che si stia realizzando un colpo di coda di un disegno imperiale imperfetto. Un disegno costruito sulla supponenza di poter imporre stili di vita e modelli economico-culturali ritenuti presuntuosamente universalmente giusti al punto da riproporre una idea nuova di eccezionalismo che non può essere tollerata da chi, a sua ragione, difende una identità, una cultura, un modo di interpretare il proprio vivere secondo la propria storia. La Nato, schierando uomini e sistemi d’arma a ridosso della Russia, pochi o tanti che siano - senza spiegarci perché altrettanto non ha fatto e non fa contro l’Isis - comunica, al di là delle infelici se non improvvide e poco lungimiranti parole del suo segretario generale che non rendono merito alla carica rivestita, la volontà di intimidire la Russia.

Una operazione che tende a indebolire la presidenza Putin giocando, per conto degli Stati Uniti, l’ultima carta per penetrare lo Stato russo e far si che Washington possa raggiungere l’obiettivo politico-strategico mancato alla fine degli anni Novanta: collocarsi, controllando l’economia russa e le immense risorse energetiche, alle spalle della Cina. Ciò che l’uomo comune pensa oggi è che la Nato, al di là delle dichiarazioni dei leader politici che seguono la scia temeraria di chi gioca sulla pelle altrui perseguendo i propri interessi, è che essa sia il fodero delle pistole dei cow boy globali che cavalcano ovunque senza onorare, comprendere e rispettare il terreno che gli zoccoli dei loro cavalli calpestano. Il confronto tra Nato (leggasi Stati Uniti) e Russia sembra nuovamente una sorta di sfida all’ Ok-corral senza che la Russia abbia intenzione di conquistare nulla se non di preservare se stessa ed essere riconosciuta quale attore politico ed economico in termini partitari. Certo, è comprensibile l’imbarazzo delle leadership statunitensi ed anche europee nel dovere fare i conti con la popolarità di cui Putin gode tra la gente comune in Europa, in Occidente in particolare e non solo. Comprensibile che ogni possibilità di mettere in campo trovate comunicative da stratcom mirino a indebolire la granitica personalità del Presidente russo. Ma la Russia non è uno Stato improvvisato e qualunque soluzione da cyber war del gossip neopuritano non sortirà effetti destabilizzanti sulla leadership del Cremlino, al contrario, la raffozerà.

La Russia trova, con Putin o senza, la sua forza in una storia millenaria di cui ogni russo si sente parte al punto tale che neanche l’esperienza dell’Unione Sovietica è stata capace di trasformare in fedeltà ad un partito il ricordo del passato imperiale, per quanto drammatico sia stato per le classi più povere. Robert Mc Namara, già segretario alla difesa nelle presidenze Kennedy e Lyndon Johnson, tra le regole della politica internazionale citava forse quella più importante che riuscì a svuotare progressivamente, sino ad azzerarla, la crisi dei missili sovietici dislocati a Cuba: empatizza con il tuo nemico. Ebbene, inseguendo un destino imperiale che sempre meno si approssima all’orizzonte, gli Stati Uniti, e quindi la Nato, rinunciano oggi a empatizzare con Putin reo di aver conquistato maggior credibilità, di aver messo in luce le contraddizioni americane in Medio Oriente e la poca onestà intellettuale e politica di Washington nei confronti proprio di coloro che continuano a farsi incantare: gli europei. La Nato, ovvero gli Stati Uniti attraverso di essa, ritiene, nonostante i fatti e le possibilità militari le diano poca ragione, di avere ancora argomenti sufficienti per rispondere all’assertività della politica estera russa con la forza dei pugni aspettando che la provocazione abbia successo e che ad essa si possa rispondere costruendo un consenso al conflitto come fatto con l’Iraq di Saddam Hussein.

Ma se così fosse si scoprirebbe, purtroppo nostro malgrado, che alla fine la Nato non garantirà alcuna sicurezza ma, soprattutto, uscirà dalla storia per non aver colto l’occasione di far rientrare nella contrattazione continentale la Russia, sacrificandola e sacrificando noi e il nostro futuro alle logiche individualistiche e mercantilistiche di chi ritiene che ogni angolo del mondo sia un pezzo di casa propria, il proprio mercato dove fare acquisti al prezzo voluto. Un angolo nel quale si usano regole costruite su misura agli interessi degli Stati Uniti pretendendo di sfrattare chi, con difficoltà e con i propri drammi, continua a viverci da secoli. La Russia di certo non lo permetterà mai, o non lo permetterà a tali condizioni. Peccato che l’Europa, che ha ripudiato Mosca anche dopo il 1989, quando non sarebbe più stata Unione Sovietica, si sia già lasciata sfrattare nuovamente in casa propria inseguendo un destino di ignavia che dal sonnambulismo l’ha fatta svegliare per ben due volte da drammi latenti, ma non valutati. Il rischio è che dal terzo l’Europa potrebbe non risvegliarsi più con le stesse certezze di pace con molte grazie di chi, oltre oceano, guarda al possibile conflitto da lontano mentre si diletta al golf nei giardini sacri della propria, intoccabile, homeland.



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