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Ha vinto chi doveva perdere. Ovvero Trump!

Obama e Hillary Cinton, Donald Trump
[…] “…Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?...” […]
Ezra Pound
Halloween è passata da una settimana e in molti si chiederanno cosa sarebbe accaduto, e quali commenti ci sarebbero stati, se gli americani avessero deciso di votare per il loro presidente una settimana fa. Dolcetto o scherzetto? Clinton o Trump?

Scherzi e dolci a parte, dalla lettura dei commenti su questa kermesse elettorale che ci ha trasformati in elettori potenziali, se non altro per spirito di emulazione, molti analisti sembrano vivere gli esiti di una ecatombe politica. Non si può certo dire che gli Stati Uniti siano stati così pretenziosi nello scegliere i propri campioni da presentare per le presidenziali. Una Clinton che sa di passato e che si è autolegittimata facendo parte della compagine di Obama conducendo, prima della evanescente figura di John Kerry, la politica estera degli Stati Uniti. Una politica estera di cui Obama ancora oggi stenta a riconoscere il bilancio fallimentare, oltre che il disastro economico per le finanze a stelle e strisce. Hillary poteva solo essere una sorta di remake dell’epoca del marito.

Un remake, per carità, interpretato da una donna di carisma, ma non capace di confrontarsi con una realtà che non giudica solo secondo il potere economico di cui si è espressione o della potenza militare, ma sulla realtà dei fatti e la politica estera quanto, quella interna, di Obama di fatti ne ha portati a casa pochi e di disastri molti. Una donna forte, ma a cui mancava quell’equilibrio tra il dire e il fare che avrebbe contraddistinto un candidato Presidente -soprattutto confrontandosi con un Trump simbolo del culto del tycon americano- che avrebbe dovuto fare dell’umiltà e della maggior apertura verso il resto del mondo il leit motif della sua campagna presidenziale e non appropriarsi di una American first post-reaganiana di sapore democratico di cui molti nel mondo si sono stancati.

Ma la sconfitta della Clinton non è solo opera di Trump. E’ tutta da attribuire ad Obama. Ha fatto tutto lui. O, meglio, è ciò che non ha fatto che ha chiuso i sogni della candidata democratica. Scarse politiche sociali e scarse riforme interne che aprissero alle classi più marginali l’accesso gratuito ai servizi come la sanità, scarsi investimenti nel sociale a vantaggio di una politica estera demagogica e senza carattere ma dispendiosa, con una proiezione avanzata degli Stati Uniti giustificata da una minaccia terroristica di cui non si è ancora compresa la vera entità, il vero ruolo giocato da gruppi come Al-Nusra/Al-Qaeda e dallo stesso Daesh e il tipo di relazioni che intercorrono tra questi movimenti e Washington. La crisi siriana, il disastro libico, la singolare se non ambigua amicizia con l’Arabia Saudita e con gli Emirati del Golfo, che di democratico hanno molto poco da dire, la paradossale gestione dell’affaire turco, la continua ricerca di un nemico nella Russia -per giustificare l’essere una potenza dal grande randello- il sostegno a regimi compiacenti e il disimpegno apparente nel Mediterraneo, l’aumento esponenziale del debito pubblico e la necessità di definire i rapporti commerciali con l’Europa e la Cina per arginare il declino della finanza americana, sono solo alcuni dei motivi di un elenco abbastanza lungo di fallimenti di cui la leadership di Obama paga il prezzo trascinando con se la Clinton nella conclusione senza meriti di una Presidenza.

Dall’altra parte Donald Trump. Una sorta di zio Paperone che si appresta alla politica con la sagacia dell’americano arricchito. Conservatore per status, ovvero repubblicano, ma non amato dai repubblicani. Politicamente una meteora nel panorama dei leader. Ma di certo, vista la qualità che questo inizio di secolo offre tranne alcune rare eccezioni, non meno rappresentativo di altre figure di potenti al governo che si esercitano oltre le loro capacità in ruoli che non gli appartengono. Trump diventa la nemesi di un modello politico che rinnega se stesso in una corsa elettorale a metà strada tra il dramma e la commedia. Una vittoria che sovverte le regole rigide delle convention e mette all’angolo una democrazia a due velocità che attribuisce a pochi grandi elettori il compito di nominare i candidati e lascia al popolo il solo compito di ratificarne la scelta con il voto. E’ una vittoria contro il gotha dei partiti che supera e mette fuori gioco il Gop (Grand Old Party) repubblicano.

Non è certo una vittoria di competenze. Trump rappresenta la vittoria di chi, in fondo, non crede in un modello americano persosi nel politichese e nell’ingegneria finanziaria che domina la politica. E’ la vittoria del self made man tipico dell’eredità della frontiera che scombina giochi e scacchiere, strategie e tattiche. Spiazza gli Stati Uniti della politica del partito da club per sostituirli con gli Stati Uniti di chi vuole contare, all’interno come all’esterno mostrando da solo cosa può fare e dove può arrivare. La vittoria di Trump non è una vittoria repubblicana. E’ la vittoria dei democratici non clintoniani. E’ la vittoria di un paradosso emblematico che ripaga con questo risultato un modello di governance che è nelle mani di pochi e al quale qualcuno in Europa, e non lontano da noi, vorrebbe ispirarsi. Un modello di cui si dovrebbe tener conto soprattutto dei rischi che si possono approssimare per quanto si possa essere sicuri della intangibilità di una nuova riforma elettorale come si pensa in Italia.

Trump e la Clinton diventano testimoni di una nazione in declino. Una nazione riconosciuta dal primo come tale e per la quale sceglie la via di un possibile dialogo tra pari, ad esempio con la Russia di Putin. E, comunque, di fronte a simili evidenze il disappunto delle leadership occidentali che, con ampie pagine, la stampa europea non disdegna di sottolineare è a dir poco ridicolo. O, forse, invece è comprensibile se l’uscita di scena di Obama e della Clinton la si considera come una sorta di fine della pacchia dal momento che, in Europa soprattutto, qualcuno dovrà rimboccarsi le maniche per fare da solo e decidere di crescere, consapevole che non sarà più sufficiente sostenere le scelte americane con visite e cene oltreatlantico per avere una vita politica facile. La vera novità è una sola: il modello democratico statunitense, ostaggio da sempre delle lobby economiche e finanziarie, non è stato in grado di arginare l’avanzata populista incarnata certo non da un proletario. Ridurre la portata della vittoria di Trump come la stampa continua a fare non è corretto. E’ una dimostrazione di debolezza e di sconfitta delle leadership europee volute da Obama e dalla sua amministrazione.

La vittoria di Trump ha di certo un suo significato: chiude l’epoca dei Clinton e degli Obama, dei presidenti delle cordate e affida all’outsider la speranza che la rottura del giocattolo ne faccia realizzare uno nuovo. La vittoria di Trump apre al discutibile mondo del confronto tra chi vorrà trovare la sua strada per essere protagonista a dispetto di tutti e del sistema. Al nuovo Presidente toccherà cimentarsi su una scacchiera non semplice considerando che non potrà né appoggiarsi al conservatorismo dell’elefantino repubblicano, né fare affidamento sull’aiuto dell’asinello democratico. Si tratterà solo, per Donald, muovendo i primi passi, di non credere però che il mondo sia uno specchio infrangibile.


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