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Trump e la Nato. L’inutile sorpresa dell’Europa

Donald Trump e Vladimir PutinCiò che sorprende in questo momento di particolare crisi dell’Europa come idea politica oltre che culturale è proprio …la sorpresa. Ovvero, il modo con il quale i leader dell’Unione Europea percepiscono scelte e dichiarazioni altrui quasi come se la storia, sia essa politica, economica o anche solo legata intrinsecamente al quotidiano sia dettata da leggi ineluttabili.

Ciò è valso per la sorpresa alla fine del secondo conflitto mondiale allorquando sembrava chiaro quanto sarebbe costato il riordino del continente europeo. Una sofferenza senza limiti per comunità divise da muri non solo ideologici ma, sino al 1989, anche fisici. Una sofferenza a cui si è cercato di dare riparo con l’idea di rilanciare un’unità continentale che facesse tesoro degli errori del passato e abbracciasse nel futuro la solidarietà e la cooperazione dei popoli come fondamento. Eppure, nonostante le buone intenzioni, i pericoli e la necessità di affrontarli sembra che l’Unione Europea abbia perso di vista la propria collocazione internazionale. Abbia archiviato quei passaggi che, seppur sotto forme diverse ma politicamente significative, gli avevano consentito con gli accordi di associazione di attribuirsi un ruolo guida sia nel Mediterraneo che in altre regioni del mondo come avvenuto tra gli anni Settanta e Ottanta.

L’incapacità di gestire il “successo” della fine della Guerra Fredda, l’aver spostato soprattutto solo sul piano economico piuttosto che anche politico-strategico la propria attenzione, pensando di poter delegare la propria difesa e sicurezza ad una Nato made in Usa, ha di fatto reso debole il continente ormai afflitto da un’inerzia strategica i cui costi, a quanto pare, gli Stati Uniti di Trump non hanno intenzione di pagare visti i fallimenti nelle operazioni in Nord Africa o l’inconsistenza dei risultati in Afghanistan, per non parlare della discutibile incisività dimostrata nella lotta contro il terrorismo internazionale. Dopo aver buttato via l’esperienza dell’Unione dell’Europa Occidentale (Ueo) unico esperimento di cooperazione militare vissuto nell’esclusività della dimensione europea, sacrificato in nome di una non ben chiarita Pesc-Pesd-Psdc, e ristabilendo una superiorità politica oltre che militare della Nato con buona influenza sulle scelte dell’Unione, sarebbe stato a dir poco velleitario pensare che Washington avrebbe sostenuto senza ritorno la continuità del proprio impegno sul continente. Un conto che prima o poi si sarebbe presentato dal momento che le variabili economiche, soprattutto per un Paese in particolare difficoltà finanziaria, oltre che sovraesposto da un punto di vista strategico-militare nel mondo come gli States, si sono dimostrate fondamentali nel determinare gli equilibri nelle relazioni internazionali. Variabili sulle quali si sono costruite quasi tutte le occasioni di conflitto degli ultimi decenni.

In questo senso, aver creduto che le ragioni che avrebbero potuto garantire la sopravvivenza della Alleanza sarebbero state valide sine die, e che la fedeltà filoamericana sarebbe stata un buon motivo per esorcizzare un possibile disimpegno statunitense nel continente, si sono rivelate per quello che sono: una pavidità politica che non ha eguali per un’Europa che vorrebbe porsi nuovamente al centro della storia mondiale. Un’Europa che, nel frattempo, perde pezzi con la Brexit e subisce l’iniziativa terroristica senza reagire con una strategia comune. Ha un bel daffare Hollande a spiegare a Trump che gli europei non hanno bisogno di consigli. Purtroppo per lui gli europei hanno una percezione della loro cooperazione e condivisione degli interessi politici nel campo della sicurezza e difesa nel continente molto diversi al punto tale da dimostrare tutta la loro ondivaga consapevolezza subordinata all’opportunismo del singolo governo o leader di turno. In quest’ottica, forse bisognerebbe ricordare a Stoltenberg che non vi è difesa europea se non si forma una partecipazione paritaria degli attori continentali sul tavolo del dialogo, e la Russia è uno di questi attori, distribuendo pari costi e pari responsabilità. Che diventa difficile credere di poter assicurare una difesa al continente quando non si è capaci di reagire in termini di strategia comune agli attacchi terroristici, quasi come se politica di difesa e di sicurezza siano due aspetti ancora distinti, come se la vulnerabilità di uno spazio politico e sociale possa essere suddivisa in termini di qualità di chi attacca e di peso delle vittime.

Probabilmente bisognerebbe spiegare al segretario della Nato che, in fondo, il concerto delle nazioni della tradizione viennese non è certo un vezzo di una diplomazia vintage, ma una nuova vecchia regola che torna dal passato e del cui passato, remoto o prossimo, dovrebbe trarre molti insegnamenti. Un aspetto che anche Kissinger ha ben sottolineato nel suo World Order per il quale - considerato il declino americano, il nuovo ruolo delle religioni, il riaffacciarsi della Russia e l’intenzione della Cina di porsi come regolatore delle dinamiche economiche globali quale potenza responsabile - l’equilibrio delle relazioni internazionali è tutto da ricostruire, soprattutto laddove anche il confronto sul modo di percepire le idee economiche o politiche sembra aver riaperto i giochi della power politics. Il paradosso dell’esclusione ieri di Mosca dal gioco atlantico dopo avergli aperto le porte con la costituzione del Consiglio Congiunto Nato-Russia - cestinato a cura delle amministrazioni a stelle e strisce subito dopo aver capito che Mosca non avrebbe permesso la “colonizzazione” della propria economia - e di un possibile disimpegno oggi degli Stati Uniti in ambito Nato, rafforzato da una più stretta relazione tra Washington e Londra in termini politico-strategici ed economici, avrebbe come conseguenza la ricollocazione dell’Europa al centro dei due attori protagonisti, Russia e Stati Uniti. Un’Europa costretta a subire le scelte altrui questa volta senza avere alcun titolo di merito per cercare di condurre una politica internazionale e continentale assertivamente da attore determinante o di interlocutore privilegiato: Hollande o Merkel loro malgrado.


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