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Russiagate: ovvero il paradosso della politica di potenza (a stelle e strisce)

L'orso, Trump, Putin, l'aquilaNel 2016 è stato pubblicato un saggio molto interessante a firma di Frank P. Harvey e John Mitton dal titolo Fighting for Credibility: US Reputation and International Politics. Interessante per due ragioni. La prima, perché per …la prima volta i termini credibilità e reputazione diventano motivo di misura dell’azione internazionale condotta da uno Stato, in questo caso gli Stati Uniti. La seconda, perché se c’è un modo per misurare il “peso” politico di una potenza di certo credibilità e reputazione si trasformano in due requisiti fondamentali per riconoscere una legittimazione al protagonismo o la critica a scelte velleitarie che alla fine si trasformano in pericolose decisioni unilaterali con danni collaterali di certo non da poco.


Insomma, se c’è un modo per affermare una politica di potenza e poterla, quindi, perseguire con una sorta di legittimazione al risultato è certo rappresentato dalla credibilità di chi la conduce e, anche, dalla reputazione goduta. Credibilità e non credibilità vengono così presentati come fattori diremmo di potenza indispensabili poiché condizionano le scelte ma, soprattutto, giustificano politiche sostenibili o spiegano ostilità diffuse. La vicenda del Russiagate e della interferenza del Cremlino nelle elezioni presidenziali americane è di certo un sintomo di una fragilità del modello americano e della sua stessa credibilità in termini di capacità di essere considerato un esempio di efficienza. Ma è anche un sintomo di una reputazione ormai al ribasso dal momento che, tra una guerra e l’altra e l’irrisolutezza di ogni scelta strategica operata in questi ultimi decenni, la considerazione goduta da Washington nel mondo quale campione di etica e moralità internazionale soffre di un certo debito di coerenza.

Riconoscere una eventuale ingerenza del Cremlino sugli affari a stelle e strisce è, alla fine, una dichiarazione di inaffidabilità di tutto il sistema che ruota attorno alla cosiddetta Homeland Security trascinando con se non solo la sicurezza fisica ma, soprattutto, quella derivante dalle capacità di intelligence esprimibili dagli apparati. Ma non solo. A ben guardare ciò che dovrebbe far sorridere un attento osservatore è che in fondo il sistema di ingerenza politica negli affari interni è da sempre stato un modo di agire di Washington. Le memorie corte occidentali hanno dimenticato molto in fretta i rocamboleschi capovolgimenti politici in America Latina e America Centrale come in altre parti del mondo ad opera degli Stati Uniti. Indirizzare oggi verso il neopresidente Trump responsabilità di essere stato compiacente con il Cremlino significa spostare l’attenzione su una vicenda che ha il significato di un tentativo di recupero di credibilità e di ricostruzione di una reputazione, piuttosto che un’ammissione di allargamento della base di condivisione dei destini del mondo, vuol dire trascinare in un harakiri politico una nazione strategicamente e strutturalmente tra le più potenti del mondo.

Probabilmente, leggendo il saggio di Harvey e Mitton, forse coloro che giocano a mettere in discussione un Presidente, dai molti limiti ma eletto con un voto “democratico” secondo l’accezione americana, dovrebbero rispondere a questa domanda magari ricercando come e perché la credibilità degli Stati Uniti sia al minimo storico e perché la reputazione sulla quale si sono costruite figure di paladini democratici sia tale da non considerare più Washington il solo monopolista della retta via; e cioè:[…] “…Can leaders or states acquire reputations from adversaries for being resolute or irresolute? How do these reputations emerge or change, and are they transferable from one context (administration, opponent, time frame, issue area, region, or crisis) to another? […].

Nel gioco della finzione scenica ciò non sembra essere nelle intenzioni dei neocon e dell’Old Party di cui Trump è e rimane nello stesso tempo il loro prodotto ed il loro errore. Un ennesimo errore, un segnale di debolezza politica che ottiene come risultato quello di far crollare il borsino strategico delle istituzioni americane, mentre Putin gioca alla politica di lasciar fare tutto all’avversario scegliendo la rimessa ad ogni errore commesso da Washington.



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