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La vittoria di Putin e l’Occidente. Il risultato (scontato) di un’Europa che ha perso

La vittoria di PutinDiciamocelo pure. Putin aveva già la vittoria in mano. E, diciamocelo anche, questa sicurezza probabilmente è il risultato di un’Europa insicura di se stessa e degli Stati Uniti in preda, ormai, ad una deriva economica e ad una isteria geopolitica dovuta agli evidenti fallimenti in ogni teatro nel quale si presentano come potenza leader. Ma non solo. Le difficoltà economiche a cui tendono a porvi rimedio ricorrendo ad un protezionismo con la Cina e alla minaccia di dazi sull’Unione Europea - se questa non apre i mercati secondo le loro volontà – restringe il campo di manovra e ciò non piace alle lobbies finanziarie anglosassoni.


Se da un certo punto di vista l’attentato di Salisbury tende a ricompattare un blocco anglofono che ricerca ancora una volta un avversario per legittimare Brexit e neoatlantismo, rendendo l’Unione europea un’ombra internazionale di se stessa, è anche vero che i risultati delle politiche a stelle e strisce sono sotto gli occhi di ogni attento osservatore. Abbandonando per un attimo il nostro comodo, ma non troppo, limite continentale, sarebbe opportuno ricordare quali siano state le conseguenze di una politica mediterranea e mediorientale che hanno aperto le porte alla capacità di Putin di essere concreto e assertivamente convincente. Una politica, quella euroatlantica filoguidata dagli Stati Uniti che non solo ha disarcionato dittatori sino a ieri mantenuti per comodità della stessa Europa, ma che ha visto sotto la giustificazione della lotta al terrorismo una nazione facente parte della Nato occupare un villaggio curdo in Siria con pretese di annessione di parte del territorio di uno Stato che – ci piaccia o meno Assad – è alla fine uno Stato sovrano.

Se questi sono i risultati ottenuti lasciando la Russia andare per la sua strada, poiché non è stata così accorta nel rinunciare alla propria sovranità o al proprio destino per ancorarlo a quello degli Stati Uniti nelle migliori ore dell’euforia proeltsiniana, credo che stracciarsi le vesti scrivendo, come accade su un quotidiano nazionale da parte di un ex consigliere presidenziale italiano, “che la Russia diventa sempre più sovrana che democratica” sia o un esercizio di lessico molto complicato da comprendere - poiché dovremmo leggere che la difesa di una propria sovranità sia un crimine perché incompatibile con la democrazia - oppure riconoscere che forse vi sia tra le righe un passaggio non così sublimato nei termini per il quale la vittoria di una certa idea di democrazia, magari secondo i parametri a stelle e strisce, in Russia avrebbe dovuto compiersi comprimendo un sentimento di dignità di Stato sovrano.

Una compressione democratica dell’ego russo vista come utile per mantenere in vita la pretesa di riuscire – come tentato con la presidenza Eltsin ed impedito dall’avvento di Putin – a mettere le mani sulle risorse energetiche e sul patrimonio economico di una nazione che negli anni Ottanta analisti come Zbigniew Brzezinski ritenevano alla fine della sua esperienza storica. Un attore da eliminare per poter finalmente completare un disegno geopolitico che riconducesse il cuore del mondo (l’Heartland di sir Halford Mackinder caro ai politologi accademici) ovvero l’Eurasia, sotto le cure dello zio Tom. Dimenticandoci quanto, come e cosa gli Stati Uniti avevano promesso circa la sicurezza della Russia negli anni della Partnership for Peace, di come e in che termini avevano assicurato Mosca che non ci sarebbe stato un allargamento della Nato sino alle prossimità russe e di come, altrettanto, il convincimento di una cooperazione fosse necessario per stabilire una nuova epoca di relazioni pacifiche nel continente coinvolgendo l’ex nemico nei processi consultivi atlantici istituendo il Consiglio Congiunto Nato-Russia previsto dal Founding Act di Parigi del 27 maggio 1997.

Documento, quest’ultimo, nel cui Preambolo si recitava: […] “…la NATO e la Russia non si considerano nemici …[…] …intendono sviluppare una collaborazione forte, stabile e duratura… Partendo dal principio che la sicurezza di tutti gli Stati della comunità euroatlantica è indivisibile, la NATO e la Russia lavoreranno insieme per contribuire a instaurare in Europa una sicurezza comune e globale…”[…]. Un Atto fondamentale a cui lo stesso Putin, subito dopo Eltsin, farà riferimento chiedendo la pari dignità di attore al tavolo atlantico. Oggi, a memorie corte, l’Occidente ritiene di dover resistere, se non contenere, un atto di sovranità che se compiuto non lecitamente ciò riguarda e riguarderà solo e soltanto il popolo russo. Tuttavia, titolare su un quotidiano nazionale “Fermezza e unità fra alleati per tenere testa a Putin” (La Stampa, 19 marzo 2018 p. 23) significa definire in maniera incontrovertibile e pericolosa, visti i contenuti, una tesi di conflitto e di contrapposizione nei confronti di un attore della politica internazionale e contemporanea nei confronti del quale l’Europa forse dovrebbe fare autoanalisi chiedendosi dove, come e perché essa non sia stata capace di esprimere una propria politica continentale giocando sulla necessità di non isolare Mosca. D’altra parte, di fronte alle tragedie libiche e del Medio Oriente, alle vittime delle decennali guerre democratiche senza fine ne risultati e all’aver permesso la formazione di un fronte terroristico allargatosi nella dimensione dell’Isis l’Occidente non può certo autoassolversi per migliore umanità o per maggior democrazia.

La vittoria di Putin è una vittoria, piaccia o non piaccia, sovrana e se così non dovesse essere, per illegittimità riscontrate o meno da un popolo che intende tutelare la propria sovranità, questo è un fatto di politica interna. Non credo che Stati Uniti e Gran Bretagna possano alzare indici di alcun tipo quali campioni di trasparenza nei confronti di altri e più favoriti attori sostenuti nel mondo a diverso titolo e interesse. Dall’aver difeso terroristi di Stato come Suharto o gli squadroni della morte in Nicaragua, per non parlare delle bugie provate e confessate che hanno determinato la guerra in Iraq e in Afghanistan di cui ancora oggi si contano centinaia di migliaia di morti, il quadro delle imprese “democratiche” occidentali censurabili non è certo così limpido.

Scrivere in questi termini significa, e il Re è nudo si direbbe, allinearsi ad una sorta di mainstream che tende ad allontanare tutti noi dalla percezione che ogni provocazione rischia di trasformarsi in una sorta di pretesto per ritorsioni e per mettere a rischio la nostra sicurezza. Tutto questo, mentre qualcuno come sempre al di là dell’Oceano spera di vivere sonni tranquilli ritenendo che l’Europa sia in fondo un buon terreno di scontro, di conflitto, lontano dalla sacralità inviolabile dell’Homeland a stelle e strisce giocando alla guerra in casa d’altri. Uno spazio nel quale pensare ad un conflitto futuro guardandolo dalla finestra di casa. Credo che, alla fine, qualunque siano le ragioni per mettere in discussione l’esito del voto russo, a noi europei sia necessario stabilire un dialogo attraverso il quale, se ragionevole e soprattutto credibile nei fatti e non strumentale a finalità altrui, sia possibile offrire a chi vorrebbe maggiore democrazia in Russia validi argomenti per non scegliere, di fronte al solito Occidente, la via del patriottismo di ritorno.

Probabilmente ciò richiederebbe una visione diversa dell’Europa e la fine di ogni egoismo e di ogni servitù e, forse, la comprensione della storia e la volontà di condividerla per evitare errori di ieri e di oggi. Ecco perché, alla fine scrivere, poi, che “ …purtroppo Pratica di Mare, indubbio successo diplomatico del governo Berlusconi, appartiene ad un’altra era geologica…” è un non senso perché rimane una opportunità aperta, percorribile se solo noi europei lo volessimo. Dovremmo però riappropriarci delle nostre coscienze e del buon senso diplomatico. Dovremmo chiederci, per colpa di chi e per quali scopi tale occasione storica di cooperazione Nato (Usa) - Russia sia naufragata o, meglio, la si è voluta far naufragare e nell’interesse di chi.

Se la Russia ha delle colpe noi europei ne abbiamo di più per il solo fatto di essere stati ieri proprio noi, europei atlantici oggi sconfitti dal voto russo, nella posizione di maggior peso contrattuale potendo porci, se ne fossimo stati capaci, in una condizione di equidistanza da Mosca e da Washington per guardare al destino del continente in maniera autonoma da ogni ricatto o paura. Una posizione favorevole che, utile per realizzare una cooperazione progressiva e inclusiva, abbiamo ritenuto invece che essa potesse, al contrario, legittimare ogni ingerenza nella sovranità russa al punto tale che invece di dividerne il successo momentaneo dei primi anni del nuovo secolo, abbiamo pensato di capitalizzarlo nell’interesse di Washington. Ma oggi, il risultato di tale miopia, se non del velleitarismo euroatlantico, è questo: che sia stato un voto giusto o sbagliato, legittimo o meno, l’interlocutore per l’Europa è ancora una volta Vladimir Putin.



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