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Katrina e la guerra ambientale

New Orleans dopo il passaggio dell'uragano KatrinaLa drammatica vicenda di New Orleans, il caos dei soccorsi, l’incertezza sul futuro di chi ha perso tutto, la recrudescenza di una criminalità di disperati che si affaccia sullo sfondo della capitale del jazz, simbolo delle contraddizioni dell’America più antica, occupa da giorni le pagine dei giornali. L’attenzione che il mondo presta agli effetti devastanti di un uragano non è, però, solo dovuta alla sensazionalità dell’evento, dovremmo ormai essere abituati alle impreviste manifestazioni di una natura determinata, ovvero già provati dallo Tsunami. Essa è il risultato di una valutazione politica dell’impatto dell’uragano sull’ambiente umano. Sulla capacità dell’uomo di prevedere, gestire, intervenire sugli effetti di un disastro ambientale. Un disastro che sembra proporsi come risposta alla superficiale attenzione che all’ambiente stesso viene posta dai potenti del mondo: Stati Uniti compresi.

La vicenda statunitense nasconde, in verità, la vera emergenza globale che si manifesta ormai periodicamente. E, cioè, la necessità di regolamentare la gestione dell’ecosistema attraverso una partecipazione condivisa prescindendo da ogni opportunismo di potere. Non si tratta solo della incapacità di affrontare un disastro annunciato. Le ragioni del caos risiedono tutte nella prospettiva unilaterale di ritenersi potenza …onnipotente e, quindi, capace di affrontare tutto …al di là di tutto senza tener conto che la natura in se non riconosce all’uomo se non una condizione strumentale nella gestione della storia del pianeta.

Potremmo dire che il disastro sia una risposta all’abbandono progressivo del processo di Kyoto. Oppure una sorta di segnale per affermare che la direzione scelta sulla gestione dell’ambiente come risorsa sia più una opportunistica operazione di facciata che non una convinta manifestazione di volontà. Oppure, ancora, che sia l’effetto di una mancata, sincera, consapevolezza che sia capace di fare del valore ambientale un valore universale a cui attribuire il rispetto che quanto ci sta attorno si aspetta.

Ma la verità, di fronte all’evidenza del danno e delle risposte, è che il disastro di New Orleans è soprattutto la rappresentazione tragicomica dell’impotenza di una potenza. Una incapacità di gestire un evento a cui nessuna risposta militare può attribuire una sorta di prevalenza sull’immaterialità degli elementi che si combinano al di fuori della volontà umana, per quanto tecnologicamente convinta di poterli dominare.

L’uragano che ha trascinato Washington sulla strada della realtà è il punto di arrivo di una società che nella tragedia riscopre contraddizioni e miserie abbandonate sotto la progressiva macchina di potenza. Una società che oggi si sente molto vicina alla disperazione delle vittime povere dello Tsunami, o delle tragedie africane, delle inondazioni cinesi o dei terremoti in Iran. Una società che vede nell’escalation criminale un fronte interno manifestarsi in tutta la sua virulenza. Una criticità interna che dimostra quanto lo spostamento di potere al di fuori possa generare una debolezza interna che rischia di far perdere di credibilità chi del potere ne fa uno strumento di politica globale.

Libertà, eguaglianza, pari opportunità, dignità e rispetto sembrano valori dispersisi nelle acque che sovrastano New Orleans e la tolleranza dello Stato, che esporta democrazia nel mondo, diventano fantasmi che si muovono all’interno degli animi scomparsi nelle vie delle cittadine della Louisiana. Se un Paese democratico ricorre ai militari in modo massiccio per garantire un ordine possibile di fronte a tragedie che dovrebbero esprimere il meglio di una società tollerante e democratica, significa che ci si trova di fronte ad una sorta di erosione della tensione morale, della coscienza civile necessaria per affrontare l’emergenza e la ricostruzione al di là di ogni polemica possibile.

La verità per G. W. Bush è che nel disastro di New Orleans non sopravvive più il mito della tolleranza interrazziale, della coscienza civile e della potenza statunitense. Affonda con la città l’assenza di essere una potenza da opportunità di leadership nella politica ambientale. Una mancata assunzione di responsabilità che, di fonte alla corta memoria e alla incapacità di analisi, costringe oggi Washington a ricordarsi che un destino comune avvicina sempre di più ricchi e poveri, al di là di ogni guerra e di ogni ragionevole obiettivo di potenza, militare od economica che sia.


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