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Russia: democrazia e ricerca della potenza perduta

Vladimir PutinLa complicata gestione del dopoguerra in Iraq, la volontà di Teheran di alzare il prezzo di una leadership a portata di mano dopo la vittoria sciita nelle elezioni irachene, e la sempre meno equa distanza fra Russia e Stati Uniti dimostra quanto sia stato superficiale cercare di riequilibrare un sistema asimmetrico in termini di potenza con una guerra non condivisa. Non solo. L’impossibilità di raggiungere un’apprezzabile ed immediata stabilizzazione del Medio Oriente da parte statunitense ha costretto Washington a rivalutare un possibile impegno europeo ed atlantico nella regione, consapevole che lo sforzo quasi unilaterale condotto sino ad oggi non potrà protrarsi nel lungo periodo senza dover mettere in preventivo un aumento geometrico dei costi e un depauperamento delle risorse umane disponibili valutando l’incapacità di poter affrontare un possibile, nuovo impegno militare.

Di fronte ad una realtà così complicata, le stesse elezioni irachene si sono rivelate una semplice opportunità per verificare quale democrazia è possibile implementare nella regione e quale sia il vero peso politico della comunità sciita. Non si è rilevata invece altrettanto parziale la posizione iraniana che, a guardare con favorevole attesa l’eliminazione di Saddam Hussein, gioca nella partita regionale le carte di una leadership inseguita dalla fine degli anni Settanta. Una leadership ormai ben ferma in un ambiente sciita caratterizzato da una transnazionalità evidente ma reso sempre più competitivo per l’identificazione politica della corrente popolare dell’Islam con il regime di Teheran. Il gioco delle parti in Medio Oriente, quindi, non solo rischia di coinvolgere sempre di più l’Occidente, ma nel confronto con l’Iran tende ad aprire le porte alla Russia di Putin che, valutate positivamente le capacità economiche dimostrate con l’uso delle proprie riserve di greggio, tende a non disimpegnarsi ulteriormente dalla concorrenza strategica nel cuore energetico del mondo.

Di fronte a ciò ogni analisi trasferita sul terreno della democrazia in Russia è solo una mera valutazione strumentale per evitare il più evidente interesse strategico. La democrazia in Russia certamente non risponde ad un modello occidentale né tantomeno, e per motivi storici, può essere implementata nella struttura di un Paese che ha subito un processo di evoluzione politica priva di periodi di transizione. Da Gorbaciov ad Eltsin si è giocata una scommessa sulla democrazia possibile nella certezza di disporre di una classe politica non preparata al pluralismo e al senso di uno Stato non più padrone esclusivo della vita politica ed economica della comunità russa. La sopravvivenza dello Stato apparato era evidente e strumentalmente necessaria per affrontare e contenere una possibile frammentazione del nucleo centrale dell’ex-impero sovietico: la Russia.

D’altra parte, la tradizione politica della Russia sovietica non offriva caratteri originali per definire un nuovo modello di governo se non nei limiti di una democrazia governata. Il superamento del modello zarista non ha visto maturare, e, pertanto, non ne è stato l’epilogo, una classe intermedia capace di sostituirsi all’autocrazia reale e traghettare la nazione verso una formula politica partecipativa e rappresentativa delle comunità. Passata da un’autocrazia all’altra la Russia post-sovietica di oggi si trova a dover affrontare il dilemma di una riduzione di capacità di azione strategica soprattutto nelle regioni verso le quali la proiezione del Cremlino era ritenuta privilegiata, favorevole: Asia Centrale e Golfo Persico. L’Unione Sovietica, insomma, non poteva essere riformabile nell’era Gorbaciov.

La perestrojka, la volontà di dare maggior visibilità alle procedure di governo e alla partecipazione politica delle masse con la glasnot, non avrebbe potuto assorbire la presenza di un apparato che decide le azioni più opportune per riorganizzare l’assetto interno di un Paese sconvolto da una rigida politica economica e da una scarsa capacità produttiva che ne hanno limitato le potenzialità militari. Putin rappresenta, oggi, nient’altro che il vero uomo del sistema. Rappresenta quanto di meglio la Russia post-sovietica potesse esprimere ricercando in lui le qualità di un leader silenzioso formatosi nelle esperienze politiche del KGB. Ignorare ciò significa ignorare le capacità di un uomo di utilizzare le proprie esperienze nel guidare una nazione; un uomo che usa la democrazia in un sistema che non può democratizzarsi se non affidando al popolo la scelta di un modello di partecipazione alla gestione del potere.

La Russia di oggi non può fare a meno, nell’ottica di Putin, di una dimensione russa della democrazia: ovvero di un modello di partecipazione al potere che non riduca lo spazio di uno Stato-apparato che si pone come strumento per garantire gli interessi di una potenza che non vuole considerarsi retrocessa dal gioco mondiale. D’altra parte, l’occasione storica di riformare concretamente in termini democratici l’assetto del Cremlino si era già dissolta nella primavera di Praga. Ogni altro tentativo si è giocato nella possibilità di far vacillare un sistema senza disporre di un’alternativa diversa da quella che Putin, dopo Gorbaciov, poteva creare. La guerra in Iraq, una sovraesposizione occidentale nella regione mediorientale e la pericolosa partita a scacchi con l’Iran costringono Putin a ricollocare la Russia all’interno di un gioco dal quale ne è uscita solo temporaneamente. Quanto basta per mettere a posto i propri conti e far apprezzare l’offerta di greggio a prezzi non-OPEC ad un Occidente in guerra e a rischio di ricatto energetico. Oggi, potremmo discutere se il presidente russo si senta imbarazzato o meno per essere indicato come un presidente autocratico e non democratico. Ma ciò non muta quanto già era un’evidenza passata. Putin è un uomo d’apparato.

Il presidente russo personifica la sintesi storica fra quanto di sovietico è sopravvissuto come sinonimo di apparato e la mai sopita volontà di potenza di una Russia continentale e non solo tale. Qualunque significato si vorrà attribuire all’idea russa di democrazia è certamente evidente che ci si troverà di fronte ad un confronto dialettico sul significato di democrazia, sovranità, e diritto. Un confronto nel quale Putin sembra non accettare sfide trincerandosi nella diversità culturale e nella diversa storia politica di un paese che modella il significato dei termini precedenti guardando al proprio passato di potenza, ai propri interessi nazionali. Fra Iran e Asia Centrale il duello democratico c’entra molto poco. La verità non detta è che si cerca di valutare oggi quanto spazio si vuole lasciare all’azione politica di Mosca. Quanto l’interesse strategico del Cremlino potrà sovrapporsi nuovamente all’andamento delle linee strategiche dell’Occidente senza creare antipatiche incompatibilità in un reticolo molto piccolo per tutti, come lo spazio compreso fra Golfo Persico e Asia medio-centrale. Putin, insomma, sa andare molto al di là di un’opportunistica simpatia estiva per l’Occidente e il suo senso di identità ridefinisce in un’ottica illusionista una democrazia guidata per una Russia alla ricerca della potenza perduta.


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