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PD: problemi di leadership e il limite della novità

Che i cambiamenti siano molto lenti e difficili in Italia e nel Sud lo abbiamo vissuto da generazioni, e di esempi ne è molto ricca la nostra storia. Se poi il cambiamento rappresenta la necessità di riorganizzare idee e valori non ne parliamo. Certo, sono tutti convinti che il rinnovamento debba andare verso l’affermazione di nuove capacità politiche, nuovi ideali a forte sentimento e, se possibile, di grande consenso. Tuttavia, leggendo i commenti e assaporando le notizie con particolare ottimismo estivo non si può non raccogliere una sorta di ennesima gara alla leadership. Una corsa che proprio la sinistra, o meglio quella parte di élite più illuminata vagheggia oggi con candidature di pari dignità.

Ci si dovrebbe chiedere come mai di fronte ad un comportamento sino a ieri consapevolmente del basso profilo di molti segretari di partito o di politici storici nessuno si fosse preoccupato di definire la leadership della nuova formazione a tempo debito. Cioè al momento della definizione dell’idea, della voluta distanza del sindaco di Roma dal gioco parlamentare per assicurarlo da ogni inciampo governativo sino al momento della creazione del nuovo contenitore. E, ancora, ci si dovrebbe chiedere come mai i leader possibili si siano accorti solo in questi ultimi mesi che la creatura politica voluta dagli stessi poteva essere una nuova e, perché no, gradita formula per assicurare la sopravvivenza intra mura delle proprie professionalità politiche sempre più erose da una partitocrazia endemica e senza quartiere.

Credo che la spiegazione sia molto semplice e poco complessa per giustificare una strategia di un certo livello di pianificazione politica. La verità è che si tenta, ancora una volta, in questa nuova occasione per la sinistra di presentarsi quale formazione moderna, di agire con i vecchi schemi della politica di partito. Di cercare di limitare la capacità di sintesi del Partito Democratico riducendolo ad essere un contenitore di leadership sottese, espressione di un’idea di partito sempre più trasversale tra le forze odierne e sempre meno originale. Forse la tesi veltroniana di una formazione molto al di qua del limite estremo di una sinistra poco liberaldemocratica non si adegua neanche ad un orizzonte popolare di un cattolicesimo poco liberale, tanto meno laico. Un orizzonte cattolico che si presenta tale da non assicurare le rendite di posizione nemmeno alle correnti nate nell’ultima ora della fine dell’esperienza democristiana, quale i teodem o formazioni similari che ondeggiano tra regole fideisticamente pro-cattoliche e una sinistra poco popolare con la quale dimenticano di dover fare spesso i conti.

Forse la posizione veltroniana di un Partito Democratico clintoniano, made in Italy, non soddisfa quanto sopravvive dell’anima socialcomunista molto imborghesitasi nel frattempo nello stile di vita prim’ancora che nei valori. Probabilmente la carica veltroniana dovrà fare i conti con chi della novità per vincere, non vuole rischiare di essere il vinto per sempre. Ovvero quella sinistra che dalla fine dell’era Prodi rischia di non riconoscersi più né nella sua apprezzabile, significativa, storia, né in un soggetto politico che sterilizza, nel suo essere solo un contenitore e non un partito, ogni possibilità di crescita.

Un limite storico che la destra non riesce a valutare perché contenitrice di diversità coesistenti e non conviventi, favorita, forse, solo dalla disunione interna e dalle solite risse per la leadership che indeboliscono la nuova proposta politica incapace di superare il passato, e i politici del passato, una volta per tutte.


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