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Crescita e sicurezza: sfide future per un’Italia da rilanciare

L’Italia è un Paese nel quale oggi, a vario titolo e per diverse ragioni, è molto diffuso un sentimento di insicurezza. Ogni giorno ci confrontiamo con una realtà estremamente complessa e articolata in termini di vita comunitaria, tra immigrati, sacchi di spazzatura, camorra e ‘ndrangheta omicida in ripresa. Di fronte a tale sensibilità diffusa il nuovo governo si troverà di fronte ad una chiara scelta di responsabilità in materia di provvedimenti da adottare e azioni da condurre per assicurare uno standard di sicurezza adeguato. La sicurezza, infatti, non è solo un valore al quale ci si riferisce cercando di attribuire un senso politico ai contenuti che essa dovrebbe esprimere secondo la percezione di ogni singolo cittadino/utente.

Essa rappresenta un valore aggiunto fondamentale nelle politiche di crescita, dal momento che la qualità della vita, la serenità e la tutela del patrimonio si esprimono attraverso la verifica dell’adeguatezza dei servizi offerti alla collettività. Servizi che, per quanto riguarda l’ordine e la sicurezza pubblica, dovrebbero interpretare il controllo del territorio non solo in termini di presenza fisica degli operatori di polizia, ma quale frutto di politiche a più attori, di capacità investigative di qualità, di politiche di superamento delle isole del disagio sociale nelle quali maturano gli episodi di criminalità. Ovvero, il risultato di una coscienza diffusa che la qualità delle norme, dell’azione politica condotta, delle abilità acquisite e messe in campo, siano orientate a ottimizzare l’impiego delle forze di polizia e a definire obiettivi chiari da perseguire.

Certezza del diritto, certezza della pena, capacità di valorizzare le professionalità, concretezza nei risultati da raggiungere, una moralità più diffusa nella vita amministrativa sono fattori attrattivi non secondari di cui tener conto non solo per la vita quotidiana del cittadino, ma anche per chi intende investire soprattutto nelle aree a maggior permeabilità criminale. Al contrario, tassi di delittuosità elevati, criminalità organizzata, corruzione, immigrazione clandestina o sacche di marginalità sociale e di lavoro sommerso, rappresentano ostacoli determinanti allo sviluppo economico ed esercitano un effetto di dissuasione sugli investitori potenziali, rendendo inutile ogni tentativo di valorizzare buona parte del territorio nazionale. In questo senso, se si guarda alle politiche di crescita, la persistenza di tali fenomeni criminali disegna, infatti, un arco di criticità che impedisce ogni possibilità sia di implementazione che di investimento di capitali ottenendo, come risultato, un fenomeno di delocalizzazione rappresentato dalla ricerca altrove di migliori condizioni di sicurezza ambientale per l’imprenditore.

La sicurezza rappresenta, in realtà, un fattore critico che condiziona lo sviluppo e concorre a sottrarre valore alla competitività territoriale. Se la sicurezza, le relative politiche e il livello garantito di ordine civile sono elementi costitutivi del capitale sociale allora non si può non considerare il fatto che essa influenza la performance economica anche attraverso l’efficienza delle istituzioni governative in senso lato. Se la criminalità si presenta come una prossimità per il capitale sociale, essa si manifesta come un disincentivo senza rimedi per mancanza di fiducia nella formazione di quel patrimonio di valori civili sui quali si può costruire un sistema produttivo e favorire gli investimenti, creare ricchezza e garantire l’occupazione. Se ciò è vero, è vero anche che la qualità della sicurezza non dipende, quindi, solo dalle pianificazioni contingenti realizzate per affrontare fenomeni emergenti, ma dalla capacità di esprimere abilità manageriali nella gestione degli eventi e nell’impiego delle relative risorse.

L’offerta di sicurezza dipende dal fatto che la relativa percezione e le politiche di prossimità siano considerate aspetti complementari di un clima di fiducia che dovrebbe esistere tra cittadino, impresa e le istituzioni; dalla capacità di attribuire efficacia ai protocolli d’intesa tra istituzioni e forze di polizia, protagoniste senza sostituti, se coordinate da una volontà di fare in un clima di partecipazione responsabile. La politica della sicurezza del nuovo esecutivo, quindi, non potrà che muoversi attribuendo la giusta collocazione ad ogni espressione territoriale delle istituzioni che producono e garantiscono sicurezza. E non potrà fare a meno di promuovere una maggiore professionalità delle forze di polizia nel rivedere aspetti fondamentali della formazione e della qualificazione delle risorse umane, valorizzandone le esperienze maturate “sul terreno” dai propri funzionari, investendo sull’aspetto motivazionale, incentivando le progressioni di carriera e le valutazioni degli incarichi in relazione ai risultati raggiunti in termini operativi. Ovvero, non su precostituite corsie preferenziali ma meritocraticamente pesate sui risultati. Questo perché sviluppo, crescita, sicurezza, legalità si presentano come fattori competitivi all’interno di una politica di rilancio dell’economia del Paese.

Una politica che non può non partire da una condizione di convivenza civile che assicuri al cittadino, all’imprenditore e al lavoratore, la certezza di poter vivere in serenità per il primo, investire per il secondo, ed operare per il terzo, in una situazione ambientale favorevole per tutti. Una condizione di vita e di lavoro capace di assorbire i vantaggi della crescita, indirizzare la ricchezza sulla comunità e non renderla ostaggio di logiche criminali. Evitare, insomma, che la sicurezza sia considerata, ancora una volta, un costo passivo significa comprendere che essa è l’unica condizione per garantire, oltre all’ordinato e sereno svolgersi della vita comune, la continuità degli investimenti, il flusso dei capitali e la longevità delle attività produttive soprattutto al Sud.

In tutto questo, ogni argomento già oggetto nelle precedenti politiche degli esecutivi riguardanti la riorganizzazione degli assetti interni di ogni singola forza di polizia - dalla digitalizzazione delle procedure di gestione degli eventi all’ottimizzazione delle modalità di intervento - può rappresentare un buon motivo di presentazione del prodotto sicurezza secondo politiche di management concretamente orientate all’utenza. Una modernizzazione dell’architettura di sicurezza possibile a patto, però, che il coordinamento non sia ancora una volta un motivo per alzare barriere di contrasto, ma una risorsa di diversità di compiti e di aree di responsabilità, seppur nel rispetto delle differenti esperienze che ogni forza di polizia esprime.

In questo, la soluzione di attribuire il vertice del coordinamento, ovvero il Dipartimento della Pubblica Sicurezza oggi retto dal Capo della Polizia, ad un Prefetto rappresenterebbe la formula più immediata, facilmente percorribile, per offrire un’interfaccia comune ad ogni singola forza di polizia e alle istituzioni che sono attori della sicurezza. Una soluzione di equilibrio, capace di evitare sovrapposizioni a garanzia delle singole specificità. Una soluzione politicamente concreta che valorizzerebbe ogni risorsa e ogni competenza inserendola in un action planning complessivo. Una soluzione, insomma, che attribuisca al processo di pianificazione la definizione degli obiettivi individuati in un quadro strategico unitario, a partecipazione condivisa rappresentato dal Programma Sicurezza. Un programma che dovrebbe individuare le priorità e le soluzioni quali espressioni di politiche allargate di investimento in sicurezza che soddisfino cittadino, istituzioni, enti locali e impresa. Un programma fondato sulla responsabilità di chi ne definisce le politiche di impiego delle forze, di chi le forze dovrà impiegarle e dirigerle nel migliore dei modi.


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