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Sicurezza e democrazia

Immigrazione, volumi di ingresso, badanti e altre forme di collaborazioni domestiche diventano gli argomenti di un pacchetto sicurezza che dovrebbe essere presto varato nella forma di un decreto legge, prima di essere traghettato nella stesura di un testo legislativo definito. Probabilmente le condizioni dell’ordine e della sicurezza pubblica di questi ultimi anni hanno determinato una profonda sensibilità del cittadino sulla propria sicurezza, sulle condizioni di vita nelle nostre città, sulla necessità di una radicale lotta verso forme di criminalità pervasive. Forse abbiamo considerato la sicurezza come un problema contingente, da valutare secondo la sensazionalità della notizia, l’interesse o l’opportunità politica di incidere su un fenomeno anziché su di un altro.

Sicuramente ne abbiamo tenuto conto soprattutto allorquando non siamo stati capaci di dare una regola certa e democraticamente chiara sia alla gestione dei flussi migratori che alla tutela del lavoro. Credo, oggi, che non sia solo una questione di decretazione necessaria per arginare fenomeni criminali diffusi, né che si tratti di una semplice richiesta di domanda di sicurezza quella di soddisfare, e limitatamente a fenomeni estranei alla nostra cultura, la giusta aspettativa di un vivere più sicuro, più civile. Certo, la pressione demografica proveniente dalle comunità non italiane ha creato nel tempo una sensazione di pericolo dell’altro che non può essere sottovalutata. Tuttavia, al di là dei contenuti evidenti che il pacchetto sicurezza avrà, credo si tratti di definire un quadro complessivo della vera emergenza del Paese.

Un’emergenza che è rappresentata non solo dall’immigrazione, dalla clandestinità, dal lavoro sommerso, ma dal fatto che ad alimentare aspetti devianti sia proprio qualche cittadino che interpreta il valore della sicurezza soltanto in termini personali senza porsi il problema di quanto, ognuno di noi, fa o potrebbe fare per la sicurezza. Lavoro nero, affitti compiacenti, indifferenza verso chi ha bisogno disegnano un quadro di particolare responsabilità individuale per ogni italiano verso la sicurezza che è un valore che si afferma, soprattutto, dalla dimostrazione da parte nostra di osservare per primi le regole che ci siamo dati, di dimostrare di essere per primi i veri esecutori dei dettati normativi e delle conseguenze.

La forza, la credibilità del diritto non è solo una funzione della certezza della pena, ma è data dal livello di rispetto della legge visto quale espressione del grado di civiltà di una comunità che ad essa si conforma. Possiamo, così, introdurre aggravanti e anche nuove figure di reato, provvedimenti esemplari di confisca e altre soluzioni di intervento repressivo, ma di fronte a tanto resterà sempre una sola la condizione dare contenuti alla sicurezza in una democrazia: il rispetto concreto delle regole da parte nostra. Quel rispetto, nella vita quotidiana, della libertà altrui, dell’altrui successo se conquistato con onore e senza corsie preferenziali, dell’impresa onesta e non speculativa, dei diritti e dei doveri parimenti garantiti senza cittadini italiani di serie A o B.

Tutto questo, oltre ogni provvedimento d’urgenza dal momento che imporre il rispetto delle nostre regole anche a chi arriva da altri Paesi passa dal rispetto che noi abbiamo delle nostre leggi. Perché per affermare un diritto bisogna anche crederci e accettarne i principi e le conseguenze, rispettare il nostro ordine e chiedere, allora, anche agli altri di conformarvisi. Perché affermare un ordine passa sia da una chiara politica sull’immigrazione e di integrazione, senza zone grigie di comodo, come da una politica occupazionale e di rispetto dell’altro privando i furbi di sempre da ogni asilo, le imprese dagli artifici contabili e mobiliari e la criminalità dalla politica e dagli affari. È su questo che si gioca il valore democratico di una sicurezza certa e severa, ma comprensiva, e l’occasionalità di un’emergenza senza progetto nella contingenza.


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