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Antimafia. La fine del pensiero unico

Se il Rapporto Svimez ha affondato, giustamente per certi versi, il Sud offrendo motivo di discussione estiva a chi dalle pagine de La Stampa o del Corriere della Sera si erge a sacerdote non richiesto dei nostri drammi, certo è che la Relazione Antimafia fotografa ancora una volta aspetti di una realtà che sociologicamente è rappresentata quasi incurabilmente come criminale. Questa volta coinvolgendo anche il direttore di Cronache del Garantista.  Non conosco personalmente il Direttore. Leggevo la testata nazionale da lui diretta molti anni fa perché, pur essendo intellettualmente orientato verso altre idee, riconoscevo a tale quotidiano una particolare capacità di interpretazione dei fatti internazionali che andava oltre ciò che la stampa ufficiale proponeva.


Ho iniziato a scrivere saltuariamente su queste pagine -dopo averlo fatto in passato per un altro giornale calabrese- perché per la prima volta in Italia ho notato il coraggio di andare oltre quel pensiero unico che tende a dare del Sud, e della Calabria in particolare, una rappresentazione senza vie d’uscita che marca come mafiosa questa terra. Ebbene, come il Direttore e altri oggi, provo a scrivere di legalità quando posso perché mi sembra evidente che questa sia ancora una “emergenza”. Ma è una emergenza diversa. Una emergenza che si divide tra la criminalità quale patologia di una società e un fronte – sempre meno compatto - che attraverso la legalità produce analisi sociologiche che condannano tutto e tutti senza giungere ad una soluzione che non sia, alla fine, la criminalizzazione costante di questa terra. Una emergenza che vede molte tesi investigative orientate spesso a dimostrare la rilevanza, o solo censurare senza titolo penale, comportamenti ritenuti devianti in se. Comportamenti ed idee giudicati secondo personali metri etico-morali che, se utili per definire l’ambiente in cui maturano determinati fenomeni, non possono sostituirsi alla certezza di individuare il reato specifico e la corrispondente specifica responsabilità.

In questo scenario che ripropone quasi una sorta di caccia al dissidente, intenzioni ed idee diventano paradossalmente elementi essenziali se non di un possibile reato, quanto meno di una plausibile, usando un termine innovativo, cointeressenza. Intenzioni ed idee diventano elementi di un pre-giudicato disvalore intellettuale punito con una dichiarazione di prossimità se non peggio. In questo gioco alla ricerca di una sorta di colpa attribuita al solo fatto di essere portatore di un pensiero dissonante - di essere direttore di un giornale fuori dal coro, o semplicemente calabrese, o dovuta per rendita di cognome - vi è il rischio per chiunque abbia un’opinione diversa di sentirsi indicato come compiacente o contiguo a ciò che non gli appartiene, per storia, per formazione, per comportamenti. Vi è il rischio che chiunque - per il solo fatto di non voler avallare pensieri unici, dominanti, semplificati, utili per avvalorare tesi piuttosto che fatti o per criminalizzare vite - possa essere indicato come teleologicamente vicino a fenomeni dai quali ogni persona onesta e intellettualmente libera se ne dissocia senza dubbi e paure, senza secondi fini.

Una cultura del sospetto, della facile trasmigrazione dal campo del diritto a quella delle sensazioni e dei convincimenti personali di chi detiene l’idea giusta contro la quale scrivere o pensare diversamente rischia di essere una “intelligenza” con il nemico. Dove una giusta critica ad un modo di fare antimafia, che crea incertezze e getta nel mucchio chi combatte a suo modo il crimine senza scavalcare il limite di ciò che è giuridicamente, costituzionalmente, corretto diventa ufficialmente pre-giudizievole. Tutto questo mentre chi vuole la criminalità sconfitta sul serio attende delle risposte. Si chiede, ad esempio e guardando alla Calabria, come mai una regione con poco meno di due milioni di abitanti residenti e con il più stretto rapporto nazionale tra cittadini e operatori di polizia nel totale dei tre corpi, con i rispettivi comandi e reparti speciali, non sia uscita dal ricatto criminale. Come mai, nonostante le molti sedi di tribunali e di procure ordinarie e distrettuali compresi gli uffici distaccati –presenza che in proporzione agli abitanti non ha eguali in altre e ben più popolate regioni d’Italia- i risultati stentano da decenni ad arrivare mentre, seguendo le linee dell’antimafia, le cosche prolificano e continuano a presidiare il territorio.

Come mai, nonostante la presenza di molti esperti, di una pubblicistica ricca e che produce libri in quantità, non si riesce a giungere ad un punto di arrivo. Ecco, sono queste le semplici domande che colui che si preoccupa della lotta ad un fenomeno criminale dovrebbe porsi e trovare dei più convincenti argomenti per offrire al cittadino migliori condizioni di sicurezza e di fiducia nelle garanzie della legalità. A quel cittadino calabrese posto da decenni al centro di un sistema di vita quotidiana che lo colloca tra la paura della criminalità e il timore che uno Stato solo inquisitore lo possa perseguire per colpa del suo modo di pensare o per essere portatore di una scomoda storia di famiglia. Credere nello Stato di diritto significa credere in uno Stato dei diritti, oltre che dei doveri. E tutti hanno il diritto di manifestare pensieri ed idee laddove libertà, giustizia e dignità rischiano di essere valori, se non compressi, quanto meno asserviti alla celebrazione di luoghi comuni che ormai sembrano non avere soluzione. La differenza tra il non cadere nella trappola del disinteresse rappresentata dall’adagio “del tutto è mafia, nulla è mafia” e la vera, seria, volontà di combattere un fenomeno criminale sta proprio in questo.

Nel rispetto delle dignità di pensiero e delle garanzie. Nell’evitare pre-giudizi fondati sulla diversità di idee. Pre-giudizi che dilatano spazi di vita portandoli, se divergenti dal punto di vista istituzionale, nel magmatico indistinto sul quale proprio la criminalità confida. Se così non sarà, l’ennesimo vortice estivo trascinerà con se molte, troppe idee poste all’indice solo perché credono in una giustizia giusta, pagando il prezzo di essere soltanto delle altre idee di legalità.



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