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La sicurezza. Da “prodotto” a bene comune

Carabinieri e PoliziaDa tempo il periodo estivo sembra essere per noi italiani il nostro mid-term e, in termini di sicurezza quasi un appuntamento atteso per fare due conti. Così, dopo Svimez e Antimafia ci ha pensato dopo la metà di agosto anche il Viminale. Se confermate, quelle rese pubbliche, sono cifre importanti che dimostrano, nonostante gli allarmi che provengono da diverse anime politiche e giornalistiche, un certo apprezzabile abbattimento della percentuale dei reati consumati, ovvero della tendenza a delinquere nel nostro Paese, scesa al – 9,3% (dato riferito al periodo 15 agosto 2014-2015). Tuttavia, anche se tale dato esprime un risultato positivo, esso va letto con attenzione per due motivi.


Il primo perché per la prima volta si è posto l’accento sull’importanza di valutare i risultati non più solo sugli arresti effettuati, ovvero sulla repressione quantitativa. Il secondo, conseguenza del primo, l’aver fissato la priorità delle politiche in materia di sicurezza sulla capacità di riuscire a ridurre la tendenza a delinquere ritenendo questo l’aspetto più importante nella valutazione della qualità della vita delle comunità. Sottolineare ciò può sembrare superfluo, scontato, ma così non lo è. Ora, è noto che la corsa ai numeri si è sempre risolta nella quantità di arresti effettuati anno per anno, attribuendone all’aumento la dimostrazione di aver garantito una maggior sicurezza rappresentando, questo, l’aspetto principale della valutazione e promozione delle produttività istituzionali delle singole forze di polizia.

La conseguenza di tale corsa era che la valutazione nel numero e nella qualità dei reati consumati e/o scoperti diventavano aspetti secondari, soprattutto per un motivo. Perché presentare prima il numero degli arresti era, ed è, mediaticamente più remunerativo. Insomma, si era di fronte ad un modo di “produrre” e “comunicare” la sicurezza che non poneva in stretta relazione il numero degli arresti ai reati consumati o scoperti e, quindi, non permetteva un valutazione qualitativa sul più importante obiettivo che una forza di polizia dovrebbe perseguire: dare sicurezza con la prevenzione, ovvero evitare il danno. Ora, la promozione statistica dei risultati, il marketing mediatico giornalistico-giudiziario negli anni hanno collocato la sicurezza alla stessa stregua di un prodotto da vetrina senza che nessuno mettesse mai “qualitativamente” in discussione i risultati ottenuti e/o non ottenuti dalla forze di polizia.

Il risultato di tale metodo è che la “qualità” della sicurezza veniva misurata astrattamente attraverso numeri per i quali diventava difficile valutare differenze di comportamento e di risposta dal momento che “statisticamente” ogni reato veniva allineato senza esser pesato nella sua gravità. Una simile rappresentazione dell’attività di polizia ha ottenuto negli ultimi anni due risultati. Il primo, quello di presentare, appunto, un concetto di sicurezza quantitativo e non qualitativo. Il secondo, conseguenza del primo, quello di aver sacrificato abilità investigative complesse, su reati gravi come gli omicidi ad esempio, a favore di più remunerative attività repressive, configurando ipotesi di fattispecie ove e’ più pagante e immediato “fare numero” al di là del risultato processuale raggiungibile.

Se i dati estivi del Viminale sono precisi, allora si potrebbe pensare che vi sia una volontà di mettere in discussione una volta per tutte il metro di valutazione del come il “prodotto” sicurezza venga confezionato. Che i dati delle forze di polizia siano letti ed interpretati criticamente, partendo dal verificare il numero dei reati consumati e scoperti prim’ancora del numero delle persone arrestate. Che la sicurezza sia nello stesso tempo un valore ed un bene da condividere con i cittadini a cui va il controllo e l’intervento, se necessario, perché esclusivi aventi diritto. Che la sicurezza sia soprattutto rappresentata da un modello qualitativo di prevenzione, oltre che quantitativo di repressione. Un modello che abbatta i reati prevenendoli e che renda più “sicura” la vita di ogni giorno senza alimentarsi, invece, dalle già tante incertezze e paure che segnano il nostro quotidiano.



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