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In Calabria la democrazia, quella vera, non può (e non deve) avere paura

Da qualche tempo sembra che la sensibilità verso l’amministrazione della cosa pubblica sia, in un certo senso, cresciuta. Probabilmente ciò è dovuto al fenomeno dei reiterati commissariamenti di amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose. Ciò sembra, finalmente, aver innescato una sorta di interesse e di confronto dialettico su temi che, in passato, sembravano molto distanti dal quotidiano. Si tratta di un confronto necessario dal momento che, probabilmente, vi sono prospettive diverse sia sull’interpretare la lotta alla criminalità che sulla necessità di garantire l’esercizio dei diritti che una democrazia compiuta dovrebbe tutelare, nell’interesse dei cittadini e delle diverse comunità.

Non è certo un momento facile quello che vive la Calabria. Ma è anche vero che sono decenni che questi momenti difficili durano e sopravvivono a qualunque spallata vera o presunta che sia data nel tentativo di far emergere quanto di buono esiste nei nostri comuni.
Spallate spesso dolorose, ma che avrebbero dovuto ottenere come risultato quello di andare oltre i luoghi comuni offerti dalle semplici rappresentazioni criminali che, per colpa a volte, ma anche per opportunismo mediatico, non lesiniamo di promuovere a vario titolo.
Rappresentazioni di una Calabria criminale che spesso vengono messe in scena o offerte da chi ricopre funzioni o ruoli pubblici andando oltre la deontologica regola della riservatezza e dei distinguo.

Inutile dire che la democrazia in Calabria è sospesa da tempo.
E’ sospesa nella sopravvivenza di un modello clientelare che con la compiacenza partitica continua ancora oggi a manifestare i suoi caratteri di erosione della libertà di esprimere un voto libero perché non ostaggio del bisogno.
E’ sospesa per la presenza di un modello criminale che sembra non avere remore nel cercare di gestire, senza alcun interesse per il colore politico, il futuro dei comuni e delle persone.
Ed è sospesa, oggi, perché vi è una criminalizzazione progressiva delle persone e delle amministrazioni pubbliche che svuota ogni tentativo di mettere in campo capacità politiche o semplici manifestazioni di volontà ad impegnarsi, riconducendo la vita pubblica ad essere perennemente commissariata.
In questo gioco al massacro di una terra che non supera i due milioni di residenti, sembra che la democrazia sia una conquista ancora da raggiungere.

Così come la legalità sembra si sia trasformata in un ossimoro di giustizia e libertà dal momento che giustizia e libertà non sembrano correre sugli stessi binari. Dove la prima, la giustizia, si affida ad un senso comune della condanna preventiva mentre la seconda, la libertà, la si intrepreta come comodo disinteresse per la cosa pubblica.
Volendo essere pratici, e riconoscendo che il problema criminalità è ancora oggi una patologia con la quale si devono fare i conti, la domanda però si trasforma nei termini rispetto al passato.
E cioè, quale democrazia noi calabresi vorremmo e in che termini potremmo esercitarla?
In una terra dove le maxi operazioni hanno creato precedenti di polizia in ogni nucleo familiare, dove le parentele sono diffuse per normali logiche di convivenza o per tradizione - perché si è costretti a vivere in piccoli centri dove tutti si conoscono e tutti sono parenti - cosa significano i termini prossimità o contiguità al di fuori di una reale e provata appartenenza associativa ad una organizzazione criminale?

Ma non solo. Se fosse ancora oggi vero ciò che affermò qualche anno fa un Vicedirettore Distrettuale Antimafia, anch’egli calabrese, che in ogni famiglia calabrese ogni 5 componenti di un nucleo familiare uno è in prossimità di ‘ndrangheta, le domande da porsi allora dovrebbero essere anche queste:

a. Come si potrebbero redigere liste elettorali senza rischiare di cadere in un modo o nell’altro nel mero calcolo statistico delle prossimità o delle contiguità, senza che i candidati possano essere prossimi per parentela o per cognome a un pre-giudicato?

b. Come e in che termini si potrà restituire fiducia alla democrazia quale valore se è proprio la democrazia che ha paura di mettersi in gioco in una terra nella quale si rischia di essere considerati, prima o poi, tutti pre-giudicati in base al comune di residenza o all’imbarazzante cognome che porti o alle imbarazzanti parentele che ti legano al quotidiano?

c.  Come e in che modo si potrebbe superare - sull’onda di valutazioni di merito espresse non sulla base di sentenze passate in giudicato e rese al di fuori delle precise previsioni di legge – quella paura che impedisce al cittadino di occuparsi della cosa pubblica?

Credere che la criminalità abbia un interesse a dirigere gli esiti elettorali è vero! Purtroppo, è altrettanto vero, però, che la criminalità gioca sul caos, ed essendo per sua fisionomia policentrica, una sospensione delle regole si trasforma in quel fallimento dello Stato che diventa il suo motivo e motore di persistenza.
Commissariare i comuni, pre-condannare per cognome o per parentela non favorisce l’affermarsi di un principio di legalità. La legalità è il prodotto di una consapevole e giuridica necessità di stabilire delle regole certe e con essi diritti e divieti altrettanto obiettivi tanto quanto le garanzie.
Incandidabilità e ineleggibilità, nell’ordinamento, sono eccezioni al riconoscimento costituzionale dei diritti civili e politici e la loro sospensione può avvenire solo ed unicamente nel rispetto delle previsioni di legge e non in dichiarazioni di opportunità o meno.
In questa aberrazione del significato di un ruolo o di una funzione, la democrazia perde perché essa dimostra di non avere più fiducia in se stessa, non si affida più ai fatti, ma si abbandona ad un pre-giudizio che ritiene di poter discriminare andando oltre quella certezza del diritto che dovrebbe distinguere tra ciò che è garantito e ciò che non lo è.

La forza di una democrazia è quella di avere in sé gli anticorpi per debellare i suoi avversari e sopraffare il crimine restituendo dignità all’impegno civile di ognuno di noi, in Calabria e altrove.
Pre-giudicare e pre-condannare sono patologie di uno Stato che non ha risposte e che preferisce giocare in difesa preventiva con il risultato di creare disaffezione verso la cosa pubblica.
Ed è ciò che un modello democratico di partecipazione alla vita politica non richiede ma, bensì, aborrisce.
Clientelismo, criminalità e criminalizzazione sono i nemici della democrazia perché ognuno di questi realizza quella consapevolezza prodotto che ogni giorno fa capolino nelle nostre vite e che vorremmo non avesse più quartiere:
e cioè il credere di vivere in una terra senza futuro e senza amore per se stessa.


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