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Politica di sicurezza e luoghi comuni

La minaccia terroristica incombe ormai da qualche anno sull’Occidente e sui paesi che ne presentano i caratteri più significativi e qualificanti in termini culturali e di civiltà giuridica. Non solo. La minaccia della violenza portata dentro le case degli europei è la stessa aggressione che il mondo arabo soffre direttamente quale vittima delle sue contraddizioni, di un’incapacità politica di dotarsi di istituzioni minime e di una cultura riformata, che ne rendono indipendenti gli animi dai ricatti delle logiche autocratiche di governo. In questa premessa, che sembra allargare il campo d’orizzonte, la necessità di affrontare il terrorismo di matrice islamica diventa, dopo Londra e Madrid, una vicina necessità storica. Un’urgenza non procrastinabile per annullare un pericolo incombente sulla sopravvivenza della democrazia come valore e riequilibrare i termini del confronto fra legalità e illegalità, riconoscendo che il terrorismo in quanto tale è un crimine.

In quest’ottica, guardando con occhi diversi da quelli di un occidentale arrabbiato, il pacchetto sicurezza varato dal governo con il Decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144 “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale” è non solo condivisibile ma adeguato, garantista comunque nonostante l’eccezionalità del momento, finalizzato a far partecipare gli stessi islamici, le comunità dell’Islam, alla lotta contro una violenza senza ragione né fede. Un sistema equo e partecipativo di lotta giuridica dove tutte le risorse civili sono chiamate a impegnarsi nel confronto con un nemico vigliaccamente nascosto fra gente inerme, umile, che ogni giorno si muove nelle nostre strade, fidandosi della sicurezza che chi governa è tenuto a garantire. Un modello di partecipazione attiva, di tutti, che prevede un regime premiale per chi, non italiano, offre la propria collaborazione, manifesta la volontà di accettare le regole democratiche di un Paese che non può pagare alcun prezzo solo per il suo essere ospitale.

In questa ricerca della migliore sintesi fra diritti da garantire e priorità di tutela, nel pacchetto sicurezza non vi sono momenti di novità, ma un adeguamento, un perfezionamento, una riproposizione di norme preesistenti rese compatibili con la particolarità della minaccia. Norme che mutuate dalle previsioni del codice penale, ridefinite come reati tipici - introducendo la figura dell’arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale (art. 270-quater c.p.) e dell’addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale (art.270 quinquies) - ne perfezionano il momento del contrasto, qualificando le fasi fondamentali attraverso le quali si definisce e si concretizza un’azione terroristica. Non solo. Il pacchetto sicurezza dimostra come la stessa legge n.152 del 1975 “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico” sia oggi una risorsa ancora utile nelle sue previsioni nel momento in cui si riconosce la prevalenza della sicurezza pubblica, dell’interesse collettivo sulle abitudini private, qualunque ne sia la nazionalità o la giustificazione culturale.

Ciò che sorprende, tuttavia, soprattutto nelle polemiche trascorse, è la confusione espressa sui poteri repressivi che si sarebbero dovuti attribuire alle Forze Armate impiegate in operazioni antiterrorismo e al presunto abbattimento che una simile previsione avrebbe portato alle garanzie di difesa, sia in campo amministrativo che penale. Una così strumentale lettura dei compiti delle Forze Armate è evidente che sia pericolosa in sé nel momento in cui si affida a interpretazioni di occasionalità politica l’esame del ruolo che lo strumento militare potrebbe assumere in una situazione di emergenza. Uno strumento che non sarebbe andato al di là di una cooperazione con le Forze di Polizia, esercitando al massimo, soprattutto sotto la direzione dell’autorità di Pubblica Sicurezza, le relative funzioni. Funzioni, queste, prettamente preventive, tese ad assicurare l’ordine e la sicurezza pubblica senza sovrapporsi alle Forze dell’ordine, ma integrandosi in un sistema gestito e diretto dal Prefetto, a cui per legge sono comunque riconosciuti poteri d’ordinanza e di impiego anche delle unità militari in situazioni di crisi.

In ogni caso, non ci sono dubbi sull’inutilità di far assumere ai militari delle Forze armate la qualifica di agenti di polizia giudiziaria dal momento che tale attribuzione richiederebbe non solo la capacità di poter svolgere atti di polizia giudiziaria, ma di proseguirne le relative attività investigative in un quadro di unicità di indirizzo che solo il particolarissimo rapporto fra polizia giudiziaria e pubblico ministero può assicurare. La verità è che, al di là di un’apprezzabile trasversalità comunque avutasi nelle procedure di discussione e approvazione del decreto-legge, l’assenza di un’unità identitaria ha dimostrato quanto fosse fragile l’equilibrio fra garanzie di libertà e necessità di sicurezza, anche di fronte a un buon compromesso raggiunto fra mantenimento dei diritti e tutela delle garanzie. Una sintesi necessaria, dovendo affrontare una situazione di oggettiva emergenza che non richiedeva nuove leggi, ma una riorganizzazione operativa di quanto già esisteva in termini di efficacia e di definizione di ruoli e competenze.

La realtà vera è che ancora oggi la sicurezza del Paese non è percepita come valore comune, come valore trasversale nel tutelare anche l’altro soprattutto allorquando non si valuti, nell’esser più tolleranti e garantisti verso l’ospite, se il principio di reciprocità posto a fondamento dei rapporti giuridici fra Stati sia soddisfatto anche a favore del cittadino italiano che si trova al di fuori del nostro Stato. Dai commenti letti nei giorni passati, ciò che emerge è che manca un valore nazionale profondo. Un valore identitario per il quale, pur comprendendo la diversità altrui, non è possibile assecondarla in toto ponendo a rischio la sopravvivenza di un’identità nazionale. Una ragione, anche minima se si vuole, di sentirsi nazione, che merita altrettanto rispetto da parte di chi vuole essere accettato e poi non accetta le regole di vita democratica del Paese ospitante. Ed è su questo, sul futuro del sentirsi italiani per gli italiani e di partecipare alla vita degli italiani per gli altri che italiani non sono, che si gioca la vera battaglia di civiltà e sarebbe grave, molto grave per il nostro Paese, offrire un’immagine così disunita a chi del dubbio e dell’insicurezza ne fa strumento di paura, di violenza e di morte.


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