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A proposito di sicurezza

Il terrorismo, tra D’Antona e Biagi, alla ricerca di consenso tra esclusi in una società che corre all’indietro nella recessione delle idee piuttosto che economica. Una criminalità mafiosa che cinge d’assedio regioni a debito di sviluppo offrendosi come alternativa all’assenza di risposte politiche idonee a limitare la capacità di attrazione dell’illecito nelle aree più lontane della comunità nazionale. Una realtà di immigrazione in cui tolleranza e rabbia confondono i rapporti più intimi sin nei nostri più piccoli centri per giungere allo scontro politico, alla difficoltà nel gestire una clandestinità tollerata, alla repressione di una diversità necessaria.

In questi ultimi anni l’Italia scopre, ancora, la sua natura di essere un paese giovane, privo di memoria storica quando questa non sia strumentale a finalità politiche. Un Paese che non ha risolto la coda terroristica e che non tenta di affrontare lo snodo politico della criminalità mafiosa. Un Paese che non è maturo per affrontare in termini chiari la realtà dell’immigrazione e la parte criminale di un mondo complicato e complesso con cui si è costretti ad interagire. Senza rendercene conto il Paese si è diviso. Pretestuosamente, volutamente, o strumentalmente il Paese si è diviso in posizioni diverse accomunate da toni aspri che dimostrano come sia venuta meno la comprensione dei fenomeni e di quanto sia assente una dialettica politica coerente con le nostre tradizioni di civiltà giuridica. Una dialettica che molto faticosamente, nel confronto fra politica e giurisdizione, si fonda su ragioni di diritto e su interessi sociali. Un confronto che non cerca di temperare il dominio del mercato con l’obiettivo di conciliare la provvisorietà dell’occupazione con la necessità di una flessibilità offrendo prospettive di assorbimento progressivo della precarietà in progetti produttivi di lungo periodo.

Uno scontro continuo dal quale non nasce alcuna proposta utile e certa sul come sottrarre risorse umane, e consensi, all’imprenditoria mafiosa. Uno scontro politico sull’integrazione possibile che non offre formule sociali di garanzia a chi, nel rispetto di una norma di reciprocità condivisa, cerca in Italia quella stessa fortuna che i nostri padri cercarono a loro volta altrove. In tutto questo, non si tratta di ridipingere in toni tradizionali una risuddivisione di classe, e spiegare tutto ciò che è accaduto in questi ultimi mesi fra il risveglio politico ideologico di un’entità eversiva, la recrudescenza dell’azione mafiosa o l’immigrazione criminale. Disoccupazione, paura del futuro, un’instabilità politica di fondo nei governi locali attribuisce a tali fenomeni devianti, sui soggetti più deboli ed esclusi dalla partecipazione alla produzione di ricchezza, un potere regolatore che sopperisce all’assenza di un modello immediato di integrazione, di norme non solo giuridiche ma etiche condivisibili, fondate sul consenso.

Tuttavia un esame strumentale dettato soltanto da ragioni di opportunistica valutazione politica, improntate ad una lotta momentanea senza guardare alle radici della minaccia terroristica, o alla possibilità mafiosa di interagire con il Paese o a misure verso l’immigrazione improntate a volte alla tolleranza piena e a volte a tolleranza zero, non ottengono il risultato che ognuno di noi si aspetta: una sicurezza diffusa. La criminalità organizzata nelle sue forme peculiari, il terrorismo, la criminalità extracomunitaria non possono essere nemici a necessità. Nella logica di una comunità mercantile avere un nemico è necessario per giustificare scelte politiche. Ma in una logica di giusta convivenza e di tutela di diritti civili ciò significa non garantire futuro alla comunità e alle generazioni che verranno in un mondo che riduce i confini e contrae gli spazi umanizzati abbattendo ogni limite fisico di contatto.

Di fronte all’emergenza, però, ci si ritrova di nuovo a verificare gli strumenti, a parlare di riforme, o si attuano riorganizzazioni strutturali riconducendo le istituzioni di polizia nel quadro di una maggior autonomia decisionale ed organica, ma si dimentica che qualunque operazione di benchmarking non può prescindere da una qualificazione delle risorse umane. Una qualificazione che diventa la soluzione del momento nel tentativo di offrire al Paese un giusto equilibrio e un’altrettanto efficace uso delle competenze, magari evitando inefficaci sovrapposizioni che non permettono un’unitarietà di azione e di analisi nel contrasto a forme di criminalità organizzata o eversive, o di controllo e contrasto dell’immigrazione clandestina e delle aree di criminalità che così si realizzano. Il risultato ottenuto rimane quello di sempre: sovrapposizioni funzionali, moltiplicazione di posizioni per carriere di vertice sempre più vecchie e improduttive, inadeguate attribuzioni di competenze.

La realtà che si presenta quindi è del solito tipo: parcellizzazione di unità in servizi strettamente non operativi, logiche di pianificazione dettate da un’emergenza continua e non preventivata negli effetti, minor incidenza delle attività info-investigative a monte se non nel contrasto immediato ad eventi consumatisi nella ricerca di un movente nei casi di criminalità non nazionale. Operazioni che si disarticolano di fronte alla polverizzazione degli elementi di prova mutuati da una prassi derivata dai maxiprocessi conclusisi con maxi-assoluzioni, quali manifestazioni patologiche di un’approssimativa condotta processuale se si tratta di attività di contrasto alle organizzazioni terroristiche o mafiose. Tutto ciò rappresenta il vero male oscuro di un sistema di sicurezza interno che non può dimostrarsi efficiente, blindando ora questa o quell’altra area, o scortando tutti e senza scortare nessuno in fondo o determinando una caccia alle streghe di fronte allo straniero di turno, dimenticandoci che il prezzo della globalizzazione è l’interazione fra individui e fra nazionalità.

Ciò di cui ci si dimentica è che la sicurezza rappresenta un fattore importante nella crescita di una comunità politica e la migliore garanzia per una convivenza costruttivamente pacifica. E, quale fattore, tanto è più fondamentale e determinante quanto altrettanto determinante sarà la sua qualità. Qualità delle risorse umane nella specificità dei ruoli e l’aderenza delle articolazioni istituzionali all’ambito di azione. Ma anche la credibilità dell’azione politica condotta, dichiarando le finalità e gli obiettivi che si intendono perseguire attraverso un’efficace individuazione delle linee di azione che si intendono seguire. Qualità ed efficienza diventano, così, rapidità di decisione e capacità di analisi e di previsione degli effetti guardando e comprendendo ciò che accade nelle nostre piccole comunità da Nord a Sud. Altrimenti vivremo sempre in una costante e snervante emergenza, in una provvisorietà quotidiana.


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