Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Un generale, un Paese

Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla ChiesaSi avvicina l’anniversario dell’assassinio del Generale Dalla Chiesa, della consorte, e dell’agente Russo. Come sempre ci si ricorda dei caduti, di coloro che hanno creduto in uno Stato di diritto, certo, concreto, efficacemente legittimato da una sovranità esercitata democraticamente e oltre ogni valutazione politica di colore. Ci si ricorda di coloro che ne hanno difeso la dignità e la legalità senza alcun timore di porre in gioco la propria vita in virtù di una visione ideale di un Paese in crisi e che dalla forza d’animo dei propri rappresentanti poteva trarre nuovo vigore per reagire a qualunque fenomeno destabilizzante, verticistico se terroristico, orizzontale se criminalmente organizzato in logiche trasversali di una devianza particolarmente italiana: la mafia.

E, come sempre, tra una scorta e l’altra, fra chi crede di essere l’unico depositario del futuro di un Paese e chi prolifica in commenti o in analisi, il risultato è che vi è ancora oggi una parte della storia d’Italia che non si vuole processare per giungere ad una verità. Ad una verità che non sia solo processuale, ma che abbia la dignità storica di definire gli aspetti più significativi della lotta alla criminalità mafiosa e alla sua originale trasversalità. Una trasversalità che pone limite a se stessa allorquando il controllo dello Stato, nelle sue articolazioni, le è più congeniale. Celebrazioni ed anniversari rappresentano luoghi della memoria che dovrebbero far riflettere una comunità, dovrebbero appartenerle per ricordarle i valori sui quali si costruisce giorno dopo giorno, e con il coraggio di ognuno, la convivenza civile e le si garantisce la giusta difesa. Una difesa realizzata da uomini che rischiano in prima persona, capaci di autorappresentarsi la figura astratta di uno Stato che servono senza chieder nulla di più di quanto hanno accettato sin dal momento in cui ne hanno condiviso i princìpi costituzionali e le leggi, senza chiedere difese, senza farsi tutelare da altri, consapevoli del ruolo, dei rischi e della ragione del loro impegno, cercando di difendere il cittadino in una giusta, perché volontaria, scelta di servire il Paese.

Una difesa, però, che chiede una politica concreta, fatta di obiettivi e di garanzie, dove l’eccesso di garantismo nei confronti di alcuni non pregiudichi la libera aspettativa degli altri di vedere riconosciuti, giustamente e significativamente, i propri diritti ed una propria sicurezza reale, attraverso l’applicazione di una giustizia equa, certa, garantista nei termini e nelle tutele. Una giustizia non sganciata dalla giusta pretesa punitiva nei confronti di chi, ancorché legittimamente sospettato, comunque dimostra, in un fumus tendenziale, di non essere adeguatamente rispettoso dei diritti altrui. Associare legittimi sospetti a ricusazioni di maniera o altri artifici giuridico-processuali - che sottendono una scarsa visione della vera natura di un sistema di indagine e di valutazione delle responsabilità tipicamente accusatorio - non sembra certamente una buona scelta. La confusione di indirizzo che ne deriva e l’inutilità degli strumenti processuali disponibili per la lotta rende l’avversario ancora più forte, poiché dotato di unicità di azione e consapevole del disorientamento istituzionale che segue ad una superficialità e scarsa competenza imperante per approssimazione investigativa.

Ancora oggi diventa difficile riuscire a gestire e rendere concludenti i processi la cui epoca, contrassegnata dalle tante assoluzioni, segna il declino della prova in dibattimento, per la polverizzazione degli elementi e l’insostenibilità processuale di impianti accusatori che trasformano, di fatto, l’articolo 416-bis in un reato non più a forma libera ma a forma anarchica. Nello stesso tempo la ricusazione estrema del giudice, fondata su dubbi di circostanza, contribuirebbe a rendere incerto il sistema perché itinerante, sganciandolo da qualunque fiducia su quella terzietà che si pone al centro di ogni regola garantista. Una regola valida per tutti, senza distinzione di censo e di altre opportunità.

Tuttavia, penso anche che, di fronte ad una necessità investigativa già garantita in aspetti significativi di condotta, avvisare i presunti indagati che si … indaga su di loro pone termine a qualunque capacità di azione in un sistema che dovrebbe garantire almeno il riconoscimento, costituzionalmente e non processualmente, del diritto di non rispondere, trasformandolo in diritto e non a mera facoltà. Una soluzione semplice, forse, ma di comune interesse. Ma la semplicità garantisce chiarezza e, ancor oggi, la confusione impera… come impera il dubbio ed il perché un Generale da solo abbia perso la vita in un giorno qualunque, in una Palermo qualunque, forse per uno Stato qualunque.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.