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Attacco trasversale, l’antistato brigatista

Marco BiagiCi si ritrova ancor oggi a chiedersi quale sia stata la causa di una ripresa dell’eversione armata e se tale ritorno di un sistema di terrore sia dovuto ad una semplice riformulazione giuridica di un testo di legge, ancorché importante per contenuti e valori rappresentati o se, al contrario, la riproposizione di un nemico invisibile sia null’altro che il risultato periodico ed il sintomo di un male tutto italiano. L’effetto diretto di un male che colpisce le comunità organizzate secondo valori in tutto o in parte non condivisi. L’attacco al sistema Italia è chiaro nelle sue forme. Lo era già dall’omicidio D’Antona e oggi dimostra, nella brutale lucidità di un disegno articolato, quanto sia, proprio nella sua trasversalità, la conseguenza di un sistema politico nazionale debole, vulnerabile.

Ragioni di flessibilità, di rimodulazione dei rapporti di lavoro, di ridefinizione dei valori che giustificavano un certo modo di intendere le relazioni fra lavoratori e proprietari dei fattori produttivi, occupazione, lotta al sommerso ed altri obiettivi di riforma non possono essere l’unica causa di un omicidio così efferato. Non ne cambierebbe nulla comunque. Una riforma, se necessaria, andrà comunque realizzata, contemperando interessi di ogni classe sociale, superando scioperi di massa. Essa sarà inesorabilmente il risultato di una volontà politica affermata da una maggioranza legittimata da un modello democratico condiviso anche dall’opposizione. E ciò non risolverà il problema di fondo. Cioè, individuato il sintomo, trovare la cura e garantire la sopravvivenza di un sistema democratico. Il programma eversivo non nasce da una casualità ideologica. Di per sé ricerca un modello sostenibile, alternativo e lo propone nel momento di maggior debolezza dello Stato.

Si inserisce così con azioni di bassa intensità organizzativa, ma dall’alto valore simbolico e di comunicazione. Cogliere la trasversalità dei contenuti del messaggio di contropotere permette di comprendere come la confusione degli ultimi giorni, la non chiarezza sulla riforma da attuare e sui risultati, e su questo come su altri argomenti di interesse per lo sviluppo e la stabilità della comunità nazionale, creano quell’humus favorevole al proliferare e alla crescita degli antagonismi, il cui aspetto violento ed il manifestarsi in chiave apertamente conflittuale non è altro che il livello immediatamente prossimo alla lotta armata. L’alternanza fra coalizioni di governo fondate su interessi di borghesie imprenditoriali sia di destra che di sinistra, dimostrano quanto sia possibile un’indecisione della guida politica ed un’altrettanto evidente debolezza dello Stato di fronte alla coerenza antagonista che il movimento no-global ha dimostrato in tutta la sua trasversalità e in tutta la sua portata internazionale, rendendo permeabile qualunque società, anche la più stabile e socialmente organizzata.

L’antistato brigatista matura trasversalmente nella confusione progettuale della leadership dominante, nell’assenza di un’alternativa ufficiale capace di confrontarsi e modellare lo Stato in chiave partecipativa, utilizzando gli strumenti di protesta con spirito democratico, contribuendo alla difesa di un valore e permettendone, con le opportune garanzie, la rimodulazione se necessaria. L’assenza di progettazione strategica, l’incapacità di utilizzare le risorse inoccupate, di valorizzarle nel contempo, l’indisponibilità diffusa di una guida politica credibile sino ai minori livelli amministrativi rappresentano, per chi vuole lo sviluppo ed investe in efficienza imprenditoriale, il limite alla crescita. Mentre, per chi crede nelle politiche sociali, la commistione fra necessità di investimenti produttivi e minor costo dei servizi e del lavoro, rappresentano i motivi di un mancato dialogo fra imprese, poteri locali e classi. Peccato che nessuna delle due compagini polarizzatesi abbia mai pensato che tale incomprensione potesse provocare delle vittime o permettere il ritorno dell’antistato brigatista.


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