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Immigrazione: vizi e virtù di un fenomeno inevitabile

Le coste dell’Italia sembrano diventate l’approdo di una massa senza anima di individui, una comunità indistinta di migranti che guardano al continente europeo come ad una sorta di possibilità di affrancamento dalla miseria. E’ evidente, anche se a volte così non sembra, che il fenomeno in sé riguarda il Mediterraneo come spazio e l’Europa come prossimità politica di opportunità e di speranza. E tutto questo non è trascurabile né tanto meno gestibile con politiche nazionali, definite al di fuori di una visione complessiva della permeabilità delle frontiere e delle comunità. Una visione, quest’ultima, che è il risultato più appariscente del processo di internazionalizzazione dei mercati e della comunicazione. La politica euromediterranea, ciò che sopravvive al processo di Barcellona del 1995 e che è stato riformulato nel 2005 come politica di prossimità o vicinato, deve porsi tra i tanti obiettivi anche quello di regolare e condividere con i Paesi partecipanti al partenariato la gestione dei flussi migratori.

Ogni limite nazionale ad azioni che non siano sostenute da un quadro complessivo della gestione dei flussi finisce per rendere ingovernabile il fenomeno. La realtà contemporanea, infatti, tende a ridefinirsi continuamente in chiave multietnica, con una permeabilità delle società più evolute che rende difficoltosa qualunque scelta politica di argine senza capacità di governo del fenomeno migratorio. Se l’Europa Occidentale si presenta sempre più multietnica - e se il processo interrazziale, quale confronto culturale e di capacità nel realizzare modelli economici e sociali diversi e allargati, tende a consolidare gli effetti nella percezione di una presenza costante, divisa tra la paura dell’altro e la necessità della forza/lavoro non nazionale - diventa sempre più urgente rimodellare le comunità continentali difendendone l’identità e garantendo livelli di integrazione che siano vantaggiosi sia per il migrante che per la comunità ospite.

In questo rapporto dualistico fra offerte diverse di regole di convivenza, nella difesa della comunità nazionale di propri valori giuridici e culturali, l’integrazione della diversità rappresenta lo strumento per realizzare un’architettura nuova per un continente allargato che pone il Mediterraneo al centro della regione. Uno spazio nel quale la modernità può disarticolare, se opportunamente veicolata nell’intimo delle comunità arabe ed islamiche soprattutto, qualunque restaurazione di regimi radicali poco adeguati a politiche di crescita e di partecipazione politica diffusa. L’Europa continentale, nel processo di partenariato a Sud, ha la possibilità di assorbire e distribuire le aspettative e le opportunità che una migrazione, per capacità, può offrire ad ogni comunità ospitante.

Se gli Stati Uniti, ad esempio, sono il risultato di una multietnicità molto singolare perché diversità fondante l’identità americana, certamente l’Europa, più antica per cultura e storia politica potrebbe mantenere integre le proprie tradizioni e le proprie identità nazionali senza rinunciare ad una politica di integrazione che coniughi tolleranza e ospitalità. La crescita può essere affidata, quindi, al Sud come all’Est dello spazio continentale purché l’estensione delle opportunità di investimento e di partecipazione alla formazione della ricchezza siano distribuite fra le varie categorie produttive delle comunità o siano parti nel sostenere politiche di formazione delle risorse umane e della creazione dei mercati. Una capacità di coinvolgimento che dovrà avere, quale ultimo obiettivo, la decompressione dell’impatto migratorio grazie proprio all’effetto distributivo che ne dovrebbe seguire.

Se l’obiettivo del partenariato, in altre parole, è quello di realizzare un’area di libero scambio capace di definire i termini di competitività di un modello mediterraneo, sarebbe semplicemente fuorviante non considerare una simile opportunità che l’Unione europea si era già fissata a Lisbona nel Consiglio Europeo del 2000. Obiettivi che prevedevano la realizzazione di misure destinate a rendere competitivo lo spazio comunitario entro il 2010. Ma se la competitività dell’Unione diventa una priorità per affrontare i mercati mondiali e la sfida delle economie globalizzate, certamente tutto questo non può escludere una politica di coordinamento con gli obiettivi del processo di Barcellona. D’altra parte l’aver stabilito a Lisbona che entro il 2010 l’Unione europea dovrà (dovrebbe) trasformarsi in un’economia dinamica e competitiva per coniugare crescita e occupazione, non potrà fare a meno di porre in essere una verifica complessiva del livello di armonizzazione delle economie nazionali continentali e di queste con le economie dello spazio mediterraneo. Un simile processo renderebbe, di fatto, non più un’emergenza il fenomeno migratorio se la dinamicità delle economie nazionali fosse tale da assorbire una migrazione di ritorno e le relative rimesse, investendole sul territorio. Sia l’Unione europea che i Paesi del Mediterraneo, rappresentando sistemi economici molto diversificati ma non completamente incompatibili fra di loro, potrebbero gestire e condividere uno spostamento di risorse umane tale da realizzare un trasferimento reciproco di conoscenze e abilità produttive.

Ciò che serve a realizzare vere e proprie politiche di crescita per favorire l’aumento dell’occupazione, l’incremento della ricerca e dello sviluppo e l’innovazione di prodotto e di processo è individuare azioni comuni che possano interagire sia nell’ambito delle politiche continentali che all’interno del processo di integrazione a Sud. In fondo, obiettivi di inserimento professionale delle donne, riduzione del fenomeno dell’abbandono scolastico e aumento dell’occupazione attraverso una migliore qualificazione delle risorse disponibili, miglioramento dei servizi alle imprese e ai lavoratori - in un quadro di democrazia diffusa e di garanzia dei diritti politici, sociali, individuali e collettivi - rappresentano obiettivi strategici determinanti per dimostrare la possibilità di un processo aggregativo sia a Nord che a Sud del Mediterraneo. Un processo di integrazione multilivello, politica, economica e sociale, che farebbe sì che ognuno possa dignitosamente crescere e prosperare nella propria nazione, sentendosi cittadino alla pari di un Mediterraneo più grande.


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