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Diritti civili e ragioni di fatto

DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventiLa partita per l’allargamento dei diritti civili, perché in fondo è di questo che si tratta con non poche implicazioni di ordine patrimoniale, non è ancora finita. C’è chi crede di aver redatto un testo di giusto compromesso. Un testo che dovrebbe far convergere le diverse anime di una sinistra molto variopinta, da sempre ostaggio di un laicismo pseudoliberale, ma molto doroteo ancora oggi, e chi spera che su questi temi si riducano le aspettative di sopravvivenza di un esecutivo, se non proprio di una legislatura. Tuttavia, come i fatti della vita comune e, per questo, anche della vita politica insegnano, ci sono sempre due diverse letture che della vicenda degli ex-Patti Civili di Solidarietà (noti come PACS) e i Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (ovvero i DICO) oggi si possono dare.

La prima è sicuramente il baratto di una ricerca di estensione di civiltà giuridica e di diritto per semplici ragioni elettorali, con il risultato di far diventare aberrante ogni riforma sugli assetti e affetti patrimoniali del cittadino all’interno della propria sfera privata. Un compromesso che, coinvolgendo il senso comune della società naturale, quella fondata sulla famiglia eterosessuale e sui rapporti tra genitori, figli e parenti affini, rischia di sovvertire il senso naturale, e non religioso, della vita, della sua espressione nella diversità genetica e non solo di tendenza. Un compromesso che costruisce un’architettura di diritti e garanzie su una precarietà sentimentale che si qualifica giuridicamente nella notifica di un’intenzione al di là di qualunque ipotesi negoziale di disciplina. La seconda è di confondere il senso laico della vita con il laicismo, ovvero con una sorta di contrapposizione ideologica e di principio che va oltre l’ordine delle cose, presentandosi come valutazione umana fra trascendenza della fede e ragioni dell’umana condizione.

In questo caso si rischia di ridurre a mera occasionalità proprio il senso naturale dell’affetto eterosessuale e della procreazione giustificando e rendendo inutile ogni contrapposizione bioetica, ogni possibilità di fecondazione assistita e di paternità/maternità di fatto e non generata, che rendono marginale il senso della paternità e maternità naturale nell’andamento della vita civile. Non solo. Si ridurrebbero anche le possibilità, nel tempo, di garantire pari opportunità a chi sceglie di seguire il diritto naturale e gli effetti nel diritto civile, dal momento che la precarietà del vincolo e della scelta del partner nelle altre ipotesi riconosciute si dimostrerebbero più convenienti rispetto al sacrificio di colui che sceglie di seguire la propria natura. Con questo, insomma, non si tratta di escludere dall’estensione dei diritti civili categorie di persone che esprimono modi diversi attraverso i quali gestire la propria vita uscendo dal percorso naturale della stessa.

Si tratta, in verità, di garantire prioritariamente il senso della vita naturale per chi ne segue il cammino e ne vuole gli effetti. Si tratta di valutare il senso della stabilità affettiva all’interno di un quadro di crescita sociale e di valore attribuibile a chi si sente parte responsabile di un disegno di continuità. Si tratta di valorizzare il senso della famiglia naturale senza ledere, per questo, la scelta volontariamente effettuata da altri nel seguire formule alternative. Una scelta mai negata, in fondo, purché si eviti, però, che i costi reali e sociali di tali scelte ricadano su una comunità fondata su leggi naturali e organizzata in ordinamenti giuridici e assetti patrimoniali di garanzia conseguenti. Ma per fare questo non c’è bisogno di ripercorrere strade pro-cattoliche o antivaticane.

La vera crescita civile di una comunità risiede nella capacità di raggiungere una maturità tale che garantisca i diritti a chi è parte dello spirito della comunità e nella consapevolezza di libertà per chi segue indirizzi diversi che, tuttavia, per questa libertà riconosciuta, non compromettono l’ordine naturale della comunità. Nel riconoscimento di possibilità e di limiti, di offerte, di opportunità, considerando che ogni discriminante - o semplificazione all’accesso di quanto garantito al cittadino che segue princìpi naturali e civili, consolidati perché propri dello stato di natura - rischia di anteporre le ragioni di parte ai diritti altrui. Le ragioni di chi sceglie percorsi propri ponendosi contro le ragioni di chi assicura la continuità della comunità attraverso la scelta della famiglia come struttura eterosessuale naturale, prim’ancora che religiosa. Un istituto, quello della famiglia, che può costituirsi e sciogliersi, è vero, ma all’interno di regole di civiltà che ne disciplinano gli effetti a garanzia dell’istituto medesimo e dei risultati che da questo ci si aspetta.

Nella vicenda dei DICO vi è, allora, un limite politico. Un limite rappresentato dall’ennesima mancanza di responsabilità. Una mancanza di reciproca responsabilità che dovrebbe superare le singole parti per raggiungere un senso comune di civile disciplina su un argomento dal quale dipende il futuro della società civile nelle sue strutture naturali e giuridiche. Una responsabilità fatta da un incontro bipartisan tra le parti politiche, affinché il risultato di una difesa dei diritti, e il riconoscimento di alcuni effetti, non sia il risultato dell’ennesimo colpo di maggioranza a vantaggio di alcuni. Di quei pochi, che oggi cercano pari dignità di fatto con le famiglie naturali e domani cercheranno di uscire dalle responsabilità quando queste saranno più vincolanti dopo aver regolato, però, prima i propri interessi patrimoniali piuttosto che civili.


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