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L’Italia, la Calabria, il multiculturalismo

L’Italia è un esempio di unione di diversità favorita da un’opportunità storica unica come unica è la regione mediterranea, di per sé transfrontaliera, che avvicina culture diverse così come la prossimità delle regioni settentrionali favorisce il contatto, ancorché più difficile in passato, con i popoli del Nord Europa. L’Italia è un esempio di diversità sopravvissuta alla fine dell’Impero Romano, nonostante le vicende storiche, che ha mantenuto in vita un’idea di unità nazionale nonostante le dominazioni e i confronti culturali che hanno contraddistinto, nei secoli, la storia di popoli diversi. Popoli italici lontani ma sentimentalmente vicini, sino all’affermarsi di una formula definitiva dell’idea originale di una cultura nazionale fondata sulle diversità. Un senso di diversità che è nato e che è maturato soprattutto a Nord dall’esperienza comunale delle Signorie, dall’animosità illuminista e post-romantica sino all’epilogo dell’Unità. Eppure oggi è paradossale che proprio gli italiani non valorizzino la loro diversità dal momento che l’unione delle diversità, il confronto, la ragionevole convivenza fondata sulla condivisione di valori comuni di civiltà giuridica, politica e sociale, rappresentano quei fattori di forza che si trasformano in veicoli morali a sostegno della competitività.

La frammentazione in realtà non favorisce nessuno. Tantomeno le piccole comunità. In un sistema complessivamente integrato e internazionalizzato, votato all’omologazione dei mercati e alla standardizzazione dei processi produttivi, la diversità diventa un motivo di risposta ad una simile ineluttabile realtà se essa è capace di realizzare uno spazio economico, politico e sociale condiviso. Uno spazio che ne sostiene gli sforzi e la volontà di mantenere in vita proprie tradizioni ancorandone il successo al destino di altre comunità vicine per cultura, lingua, dialogo, storia, per partecipazione al processo evolutivo, nel rispetto dell’autonomia istituzionale. C’è chi ha definito il multiculturalismo una convinzione che “[…] nessuna cultura è perfetta o rappresenta il miglior modo di vivere e per questo essa può trarre benefici soltanto da un dialogo, ancorché critico, ma aperto e dotato di reciproco interesse e rispetto con altre culture […] {Salaman Rushdie. I Valori nelle società multiculturali. In La Repubblica, 16 dicembre 2005, ndr}”. Ebbene l’Italia è, al di là del dato etnico-linguistico, una comunità multiculturale nelle sue esperienze storiche e regionali. Una comunità vivace e democratica, capace di valorizzare le proprie diversità e delle quali ne ha costruito un’identità nazionale con una scelta linguistica che non ha mortificato le lingue locali che sopravvivono al di là di facili localismi dettati più da opportunismi politici che da ragionevoli scopi culturali.

Esaltare il potenziale di creatività e di rinnovamento nei confronti fra culture rappresenta un motivo di crescita e di maturità sociale e politica che non dovrebbe sfuggirci da Nord a Sud. In Italia, per esperienza, per velocità nel muoversi, per necessità di lavoro con le migrazioni dirette dal Mediterraneo verso le Alpi, ma anche viceversa, il patchwork di culture non può trasformarsi in una sorta di conflitto interiore o nella paura dell’altro. Un timore che genera isolamento e marginalità, che non può essere condiviso soprattutto se espresso all’interno di uno spazio giuridico e di civiltà che si contraddistingue nell’identità di una nazione come l’Italia che la geografia pone quale spazio di sintesi tra Nord e Sud dell’Europa. Certo, l’Italia affronta la sfida del multiculturalismo proveniente al di fuori dei propri confini. Ma per poterlo affrontare e gestire con capacità e lungimiranza politica deve valorizzare e ritenere necessario difendere e tutelare il proprio multiculturalismo: quel crogiolo culturale che si è sintetizzato nella propria esperienza nazionale.

Oggi, in Italia, da anni, dall’Unità in poi soprattutto, siamo tutti “meticci”. Siamo espressione, nelle nostre famiglie, di una sintesi culturale e di pensiero che non affranca nessuno. Le sfide del multiculturalismo ci portano a confrontarci con altre identità dotate di culture consolidate, storicamente significative nel processo evolutivo della comunità mediterranea ed europea. In questo, ogni divisione o frammentazione della nostra diversità rischia di abbandonare ad una deriva culturale il Paese e, con esso, le comunità locali e le rispettive semplici tradizioni che si troverebbero in difficoltà nei confronti di offerte culturali molto più capaci di realizzare le proprie aspettative. D’altra parte, nell’era delle migrazioni di massa e della comunicazione globale, il pluralismo culturale è un processo irreversibile di rimodellamento della comunità mondiale. Per questo non si può abbandonare il pluralismo nazionale relegandolo ad una sorta di localismo opportunisticamente isolazionista credendo, poi, che la crescita e lo sviluppo siano a portata di mano o ragionevolmente concessi da chi deciderà in futuro, spesso in sedi al di fuori degli stessi confini nazionali.

L’Italia è un Paese di diversità. Di differenze che hanno trovato una sintesi politica e identitaria condividendo storia e passioni, tradizioni e capacità, riconoscendo abilità ad ogni comunità nazionale e utilizzando l’offerta intellettuale e fisica di ogni popolazione che ne compone il mosaico. L’Italia è l’esperimento di una realtà europea che supera la monocultura. È una dimensione culturale, economica e sociale, prim’ancora che politica, che valorizza man mano le proprie tradizioni a cui si affida il patrimonio di storia e di tradizioni di ogni singola comunità. L’Italia deve esprimersi come dimensione identitaria che chiede alle comunità locali di riconoscerla e di aiutarla a valorizzare se stessa e, con essa, ogni patrimonio locale, perché ogni cittadino sia libero di sentirsi piemontese come calabrese, toscano o trentino, ma italiano nella difesa delle ragioni condivise della nostra storia, del nostro futuro che è il risultato della somma storica di ogni storia locale, di ogni aspettativa e desiderio. In questo modo si supera ogni tentazione di mistificare il multiculturalismo con una sorta di relativismo culturale, la frammentazione virtuosa per alcuni che nasconde, però, comportamenti reazionari e di parte.

L’Italia per la Carta dei Valori della Cittadinanza e dell’Integrazione del 2007 varata dal Ministero dell’Interno, “[…]è uno dei Paesi più antichi d’Europa che affonda le sue radici nella cultura classica della Grecia e di Roma. Essa si è evoluta nell’orizzonte del cristianesimo che ha permeato la sua storia e, insieme con l’ebraismo, ha preparato l’apertura verso la modernità e i principi di libertà e di giustizia […] I valori su cui si fonda la società italiana sono, così, il frutto dell’impegno di generazioni di uomini e di donne di diversi orientamenti, laici e religiosi. Così, immersa nel Mediterraneo, l’Italia è stata da sempre crocevia di popoli e culture diverse, e la sua popolazione presenta ancora oggi i segni di questa diversità […]”. In questo senso, nella difesa della nostra diversità nazionale, nell’affermare la nostra volontà di accomunare culture maturate e cresciute nella storia di un’unica comune idea di nazione, non possiamo non riconoscere che “[…]nessuna società, per quanto indipendente possa essere, per quanto tollerante e aperta al dialogo essa sia, possa crescere se i propri cittadini non attribuiscono valore al significato della loro cittadinanza […] {Salaman Rushdie cit…. ndr}”. Ovvero, trasferendo il pensiero alle nostre considerazioni, se non sanno dare una risposta chiara alla domanda di cosa significhi essere anzitutto italiani, riconoscendosi solidali tra essi e con un sistema di valori e di diritti che li contraddistingue, condividendo i destini di tutta la comunità nazionale e, con questa, di ogni singola comunità locale.

In quest’ottica, la Calabria presenta l’identità di regione ricca di semplicità. L’identità di una regione che aspira a meritare una maggiore possibilità di affermare valori e diritti al di fuori di una logica consolidata di clientelismo politico che rende marginale ogni tentativo di sentirsi italiana nel pieno rispetto dei valori della legalità e della partecipazione. Essa è ostaggio di un modello di partecipazione limitata, garantito nella storia dalla sopravvivenza di politiche dominanti da cui nessuna formazione può ritenersi avulsa. La domanda di legalità è una domanda di libertà, di crescita. La domanda di permettere ad una terra che si pone come ponte verso il Mediterraneo di presentare se stessa come il punto di contatto continentale con un’altra frontiera culturale. Una terra che deve essere il luogo di sintesi di culture tra Nord e Sud dell’Europa. La Calabria è una terra che non riconosce da sempre alcun posto e ruolo alla cultura della violenza e dell’illegalità. Una cultura che è maturata e si è consolidata quale conseguenza di una mancata volontà, piuttosto che da un’incapacità di affermare, dall’Unità in poi, quei valori identitari di legalità, di diritto, di crescita sociale sui quali si è realizzata la fortuna delle altre regioni d’Italia.

La Calabria, oggi come ieri, con le sue difficoltà e i suoi limiti, è una terra che vuole rendere marginale una classe politica locale cresciuta male perché così voluta, funzionale a quegli interessi di parte di una politica nazionale trasversale del laissez-faireche si sono affermati e mantenuti sopravanzando l’interesse delle comunità calabresi e del Paese. La Calabria è una terra che oggi, nei costumi, nei volti e nei sorrisi di ogni calabrese qui presente dimostra che Duisburg è lontana, molto lontana da una cultura dell’ospitalità e della silenziosa opera dei calabresi nel mondo che sopravvive all’abbandono del senso di identità di essere parte di una comunità allargata: quella italiana. Un senso di identità che si è perso a vantaggio di una criminalizzazione ingiusta di un popolo fiero ma silenzioso, amico senza riserve, leale e sincero fino in fondo, difensore delle proprie piccole tradizioni e che si accontenta di vivere da sempre nell’essenzialità di un quotidiano fatto di onestà e di rifiuto di ogni criminalizzazione gratuita e superficialmente presentata.


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