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Expo a Milano: la scommessa di una crescita per pochi

expo Milano 2015L’Italia plaude al successo di Milano. Alla capacità di condurre una strenua trattativa politica ed economica, trasversale negli animi e nelle intenzioni, al di là della strumentalizzazione politica di cui siamo ormai abituati nella corsa verso una paternità ad ogni costo, magari selettiva ma non costruttiva. Ma, soprattutto, bisogna riconoscere il merito a Milano di aver dimostrato che esiste un’altra diplomazia nell’era della internazionalizzazione delle relazioni politiche: la diplomazia economica. Aspettarsi la conquista di un simile traguardo, aggiudicarsi un Expo ha il senso della profondità delle scelte, la lungimiranza di decidere di attribuirsi una valenza mondiale, presentare un modello di organizzazione sociale e di produzione che si pone al centro delle manifestazioni del secolo. Significa percepire il mondo come una casa propria e invitare i suoi cittadini con un sentimento di ospitalità interpretato secondo le proprie tradizioni, la propria cultura.

Dallo storico Expo di Londra a quello di Parigi e della Torre Eiffel, all’Expo più recente di Genova e ai tanti altri, e ad altre manifestazioni simili, la quotidianità di uno spazio viene superata proiettandone le abilità verso nuove culture e avvicinando il mondo ai nostri confini. Tuttavia, se ciò rappresenta una vittoria dell’Italia questa non è una vittoria del sistema-Paese, ma solo la conquista di una “parte” del Paese di un avvenimento importante ma che non distribuirà valore aggiunto al resto d’Italia. E tutto questo non per demerito dei promotori e degli organizzatori, ma perché un Expo è una conquista, coinvolge la comunità che lo ottiene e che si aspetta di presentarsi al meglio con strutture e servizi adeguati ad una sfida senza confini, più di un’olimpiade per il valore economico e sociale che un simile evento presuppone. Noi, oggi, al Sud, dovremmo chiederci perché Smirne ha provato, nel suo essere una coda del Mediterraneo, a promuovere una candidatura non secondaria e perché la Calabria, come regione, non si sia mai proposta/candida per una qualsiasi manifestazione di ampio respiro. Una qualsiasi manifestazione/evento nella quale mettere in gioco se stessa, la capacità produttiva, la lungimiranza di una classe politica e la possibilità di offrire uno spazio strutturato per assorbire eventi di tale portata.

Se per Milano ciò significa infrastrutture, servizi, ricettività, turismo, valorizzazione del territorio urbano ed extraurbano, occupazione per circa settantamila lavoratori, allora perché tanto non avviene in una regione, in una dimensione amministrativa e produttiva che dovrebbe essere più articolata e più ampia, oltre che capace di ottenere maggiori risorse anche economiche? Qual è il debito di poca lungimiranza politica e di men che meno sensibilità che i calabresi devono continuare a pagare e per quale colpa? Perché, insomma, una città metropolitana per quanto sia, si propone, insiste ed ottiene tanto e una regione mediterranea, italiana, no? Ebbene, un sistema-Italia non può solo essere un’ancora selettiva per alcuni. Rappresenta una concezione economica di integrazione delle abilità, delle capacità produttive e organizzative che deve coinvolgere ogni aspetto delle comunità che compongono il Paese. Deve affermare una competitività giocata in squadra nel rispetto delle diversità di ogni regione. Oggi noi, da italiani siamo contenti, ma consapevoli, da calabresi, che vince Milano, non il sistema-Paese, perché da quel sistema noi ne saremo esclusi… e non credo per responsabilità altrui.


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