Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Torniamocene a casa: il Sud e quel Nord che non ci vuole

Bossi. Un gestaccio sull’inno e guerra ai professori del Sud. La Stampa, 21 luglio 2008. La polemica del senatur non si è fermata solo al gesto sull’inno, ma si è estesa nel dichiarare sulla scuola che “[…] I professori meridionali tolgono lavoro a quelli del Nord […]”.

Bossi fa il dito medioCi siamo abituati a tutto. Ad essere considerati dei fannulloni, ad essere additati come criminali o portatori di una cultura deviante che ci passa sopra da anni quasi come se dovessimo espiare una sorta di pena per chissà quale crimine commesso nella storia, vittime di un virus indelebile del nostro essere, colpevoli solo di esistere, di essere, nostro malgrado, parte di un’Italia che non ci vuole. Oggi guardiamo all’immigrazione extracomunitaria e non ci rendiamo conto che, al di là degli happening di Padova ormai lisi nei toni, siamo ancora una volta un buon argomento per fare politica, per acclamare un leader, per far realizzare consenso altrui sulla nostra colpevole meridionalità. Ebbene, di fronte al silenzio dei nostri rappresentanti politici, ovvero di quei politici del Sud che dovrebbero garantire il rispetto di un valore trasversale rappresentato dalla dignità di ognuno di noi, vorrei provare da meridionale a difendere la nostra identità.

Potrei provare con un’analisi politica dimostrando - ai nostri politici calabresi che oggi siedono in Parlamento a fianco dell’antimeridionalismo a cui chiedono reiteratamente le scuse salvo poi essere passivi testimoni del “tutto come prima” - che la vittoria della Lega è stata possibile anche grazie al voto di molti meridionali naturalizzatisi al Nord, così come strutturato al Sud nell’alleanza con il Movimento per l’Autonomia. Ma preferisco rispondere con alcune note di storia per scolaretti, meno di colore e più ancorata sui fatti. Una lezione semplice, comprensibile a tutti, che non necessita di formazioni accademiche particolari o di partito per meglio, e più accessibilmente, sottolineare quali siano ancora oggi gli errori di metodo, i vuoti di memoria sui quali si costruisce un antimeridionalismo che si riproduce anche nelle espressioni più alte, per evidenza di carica, della vita politica italiana. Credo che sia giusto ricordare che l’Unità d’Italia certamente non è stata voluta, tantomeno chiesta, dal Sud. Il Sud ne ha subito i processi politici di decisione, di condotta, pagando il prezzo del compromesso, questo sì veramente “storico”, di un’alleanza tra il latifondo meridionale e la borghesia industriale del Nord.

Un compromesso che è sopravvissuto nel tempo, al di là delle apparenze del brigantaggio, grazie alla compiacenza della classe borghese settentrionale che della continuazione del primo ne ha fatto la merce di scambio per assicurarsi la conquista di Roma e dare al Piemonte sabaudo, ad una monarchia conservatrice e poco incline alla modernità, la dignità di potenza europea. Credo che sia giusto ricordare che la difesa concreta del latifondo non fu altro che il risultato di una volontà di disarticolare gradualmente quella poca industria presente nel Mezzogiorno, impedendo l’affermarsi di una borghesia imprenditoriale già forte al Nord, evitando un passaggio fondamentale per lo sviluppo del Sud. Credo che sia giusto ricordare che le riforme agrarie sono state realizzate frazionando terreni e attribuendone la proprietà ai contadini non solo ricercando le terre meno produttive, ma impedendone qualunque contiguità per non attribuire a quelle terre quel valore aggiunto che sarebbe stato necessario per poter creare un modello produttivo fondato sull’agricoltura estensiva e che, in pochi anni, avrebbe potuto preluderne alla sua trasformazione in impresa.

Credo che al Nord, nel benessere diffuso, ci si sia ben presto dimenticati di quanto le braccia del Sud abbiano fatto per costruire e ricostruire le città padane dopo il secondo conflitto mondiale, ma anche in altre opere anni prima. Dal tunnel del Sempione ad esempio, come alle città dell’hinterland milanese e del varesotto o alle catene di montaggio della Fiat e dell’Alfa Romeo, questi e tanti altri lavori. E credo ancora che nessuno voglia ammettere che la scolarizzazione del Sud, partita da premesse infelici, abbia superato quella del Nord in termini universitari dal momento che, non avendo possibilità di essere assorbiti in occupazione in tempi ragionevoli, o per mera ambizione di riscatto sociale di genitori poveri, il giovane meridionale investiva sul futuro, sulle professioni, anziché cercare un lavoro subito per avere la macchina nuova e andarsene in discoteca il sabato sera. Credo che non si possa attribuire al Sud la colpa, seppur ve ne siano, di aver prodotto insegnanti, medici, ingegneri, abilità manageriali e altre professionalità che si sono formate nelle università del Nord oltre che al Sud, e al Nord affermatesi nel pubblico come nel mondo dell’impresa.

Credo che non possa essere una colpa il fatto che mentre i giovani del Nord impiegavano i loro migliori anni nelle settimane bianche, alla guida delle auto di papà o alle serate con gli amici e i fine settimana sul lago o in montagna, molti di noi per pagare gli affitti alle pensioni del Nord si mantenevano agli studi con lavori umili, o, nelle ipotesi più felici, grazie al sacrificio delle poche risorse dei nonni e dei genitori. Noi possiamo anche andarcene dal Nord e restituire al Nord la formazione dei loro figli - ammesso che ve ne siano ancora di geneticamente e culturalmente puri - possiamo abbandonare le loro scuole e le università, i reparti e le specialità dei loro ospedali, potremmo riportarci, e magari si potesse realizzare, i nostri migliori medici dal Nord al Sud come i nostri migliori docenti. Ma vorremmo almeno sapere, anche se ciò non dovesse accadere e trattarsi allora di una semplice provocazione di dubbio gusto, per onestà intellettuale se ve n’è ancora sul mercato della politica, o per curiosità statistica, da chi verremmo sostituiti.

Una domanda aperta, da italiano del Sud a chi al Nord ci addita come un male della loro società, dal momento che l’italianità è stato un valore nato al Nord, creato anche nelle sanguinose trincee della Prima Guerra Mondiale con il contributo del sangue dei contadini del Sud fraternamente mischiatosi con quello dei contadini del Nord, in una guerra voluta da una classe politica del Nord. Quegli italiani del Nord che sicuramente ieri erano molto di più nostri fratelli di chi oggi ne pretende di rappresentare una storia e ne promuove un valore di disunione che offende il sangue italiano del Carso. In tutto questo, in questa retorica di divisione, di barriere ostentate con goliardia, ma che non possono lasciare il dubbio di una ben celata consapevolezza d’animo già vista in altri momenti della storia d’Europa non tanto lontana, rimane fermo un punto fondamentale: il senso dell’italianità. Quel sentimento di appartenenza che per noi del Sud, seppur maturato a tappe forzate, è stato il risultato di una condivisione per fraternità e lealtà d’animo con una cultura e un valore di unione fra genti italiche, genti, mi spiace per chi ci crede, che di celtico o di arabo hanno molto poco salvo alcune nobili minoranze.

Un valore di tolleranza e di comunità che da sempre, nei secoli, caratterizza seppur con molti difetti, la nostra cultura, il nostro essere quanto meno leali e coscienti interpreti dei nostri successi come dei nostri limiti. Certamente non ci appartiene, e avremmo voluto che non fosse appartenuto nemmeno ad altri, l’epilogo di un infelice gesto politico di un dito leghista. Un gesto che, se noi dovessimo andarcene lasciando le scuole del Nord, gli ospedali e altro, qualcun altro solo per averlo pensato, fatto e giustificato dovrebbe lasciare a sua volta, per ben altri evidenti motivi, ruoli e posizioni per le quali, per ciò che rappresentano le Istituzioni democratiche, goliardia e provocazione non possono essere scusate, assolte con semplicità agli occhi del cittadino comune se da ciò si mina la civile convivenza e la credibilità di un Paese.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.