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Il significato di un'emergenza

Commentare un disastro, una tragedia umana, un dolore di congiunti che non si rivedranno più a cui resta solo il ricordo dell’ultimo incontro con i loro cari, e che non si realizzerà nell’imminenza della Pasqua, è estremamente difficile. Difficile perché in queste ultime ore ci si divide tra il realismo della cronaca nella sua obiettiva descrizione, il racconto dei gesti nobili che non mancano mai in queste circostanze e i commenti politici. E così, in una giusta scelta di una rete televisiva nazionale, a distanza di tre giorni dal sisma, ci si è giustamente interrogati di buon mattino sulla possibilità di gestire l’emergenza, sulla tragicità dell’evento e sul modo di percepirlo.

E’ stato interessante, ma non sorprendente, osservare che qualche presidente di regione invitato a tal proposito trasferisse sull’alibi dell’ordinarietà di un’emergenza anche la coesistenza con la sismicità dei nostri territori. Una convivenza a cui dovremmo essere abituati, per la quale dovrebbero corrispondere politiche del territorio adeguate, ma che si risolve ancora una volta in un’emergenza che spesso viene dimenticata a favore di azioni amministrative territoriali definite senza piani e senza la valutazione della sostenibilità degli interventi, per non parlare della compatibilità paesaggistica.

Gli spettatori italiani sono stati nuovamente testimoni del solito commento televisivo a cui credo che non sia loro sfuggito il fatto che in quella trasmissione vi era ospite chi rappresentava una regione nella quale il dissesto idrogeologico e le formule urbanistiche scelte negli anni di amministrazioni che si sono riprodotte senza cambiamenti alimentano da sempre un’ordinaria emergenza. Così come non sarà sfuggito il solito argomentare dell’ospite che, imputando ogni causa a ragioni esterne alla propria sfera di responsabilità, guardando, e trincerandosi, dietro il fatto che l’Italia vive un’emergenza ordinaria data dalla provvisorietà di governi e indirizzi politici nazionali -che sono molto ben imitati soprattutto nelle regioni del Sud- risolveva così rapidamente la descrizione del proprio ruolo di “governo” locale.

Rendere ordinaria una situazione di criticità permanente non assolve nessuno, né lo Stato né le regioni. Il risultato delle scelte urbanistiche fatte o mancate, gli effetti sul territorio e le disgrazie che molto spesso si verificano senza aspettare che sia un terremoto a riportarci ad un giusto senso del pericolo, sono l’ordinarietà di una superficialità amministrativa e di una classe politica che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio interrogandosi su cosa è stato fatto ieri, o meglio non è stato fatto, per prevenire o arginare i rischi di un disastro civile possibile, o cosa sarebbe in grado di fare oggi e domani.

Ci saremmo aspettati, ancora una volta, che qualcuno decidesse di dire se nella regione rappresentata sono state adottate politiche del territorio adeguate o si fosse dato corso ad una politica dell’emergenza, vera, utile a garantire una giusta e meritata difesa civile senza aspettare il dramma abruzzese. Ebbene, l’unica cosa che è emersa dalla trasmissione e dall’intervento è che ancora oggi è sempre più facile ed utile, politicamente facile ed utile, giustificare nell’ordinaria emergenza di una politica nazionale -molto spesso levantina sull’argomento- la propria azione mettendo, come si dice, le mani avanti.

L’importante, insomma, è sempre avere una via di fuga, una giustificazione possibile alla propria consapevole, ma non dichiarata, miopia che ha garantito negli anni gli scempi e il dissesto più evidente in un territorio sfruttato, urbanizzato senza regole, o con regole volute dall’uomo ma non comprese dalla natura


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