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Donne, potere e politica. La deriva italiana

Veline, velinette e velone sublimano ormai il gioco politico dell’immagine e di un physique du rôle che plastifica sempre più la vita politica anemizzandone ogni possibile espressione di viva intelligenza. Berlusconi, Veronica Lario e la polemica sulle possibili candidate alle elezioni europee.

Non è una novità che il gioco politico tenda a dare il meglio di sé nella dimostrazione che il potere non è solo una semplice conquista di un ruolo politico, ma in esso si associa la vita di chi lo esprime assottigliando man mano il confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato. Una sempre minor possibilità di poter difendere una privacy che nell’aver assunto un ruolo pubblico diventa il prezzo che viene pagato da chi si pone al di sopra degli altri, al di sopra del cittadino dovendone rappresentare sentimenti, etica e morale condivisa. Aspetto, questo, che al di là di ogni retorica possibile sulla pari garanzia di privacy diventa estremamente difficile giustificare, dal momento che la vita di chi governa appartiene al Paese. Una sorta di scomodo connubio con il quale i regnanti di ieri e di oggi, i leader di un Occidente non così bigotto, devono fare i conti. Separare pubblico e privato non è, per chi ha responsabilità di governo, così agevole come per il cittadino che vive della sua quotidianità. Non è agevole nemmeno per un funzionario pubblico laddove la sua credibilità si risolve nella considerazione che essa si costruisce attorno alla sua figura, al suo modo di vivere tra la gente.

Ora, se è vero che la vicenda che rende protagonisti il premier e la sua gentile signora è una tipica, purtroppo, crisi familiare di un matrimonio fragile come tanti, certamente ciò pur essendo un’eventualità comune non riguarda persone comuni. O meglio, non riguarda comuni cittadini le cui vicende si dissolvono nel confronto quotidiano dei propri drammi, delle proprie difficoltà, delle proprie ansie. Essa è parte di una dimensione pubblica accettata nella scelta di guidare non solo un Paese ma la stessa coscienza collettiva della comunità che lo rappresenta, sia essa maggioritaria o minoritaria che sia. Per degli uomini pubblici essere dei privati cittadini diventa, nell’assumere un ruolo superiore, marginale dal momento che tutta la visibilità che si ottiene è spesa per rappresentare, comunque, la comunità medesima rendendo chi assume un ruolo di governo ancor più ostaggio del “pubblico” ponendolo al di sotto del limite morale ed etico riconosciuto al singolo. In questo senso, allora, è evidente che non solo la scelta di veline e di seconde schiere per le candidature europee, ma la ricerca stessa di attribuire un sex appeal ad un partito di maggioranza diventano le controimmagini di un senso della politica che abbandona il gusto collettivo di una ragionevole dialettica senza personalismi. Ciò dimostra, altrettanto, quanto la deriva italiana verso una scelta dall’alto delle candidature sia una regola tipica da cortigianerie del Re Sole. Veline, star della musica o altre qualità che poco hanno a che fare con una maturità politica che dovrebbe contraddistinguere un Paese nella sua azione politica internazionale ed europea superano la virtualità degli stessi curriculum pronto consumo.

Veline o star del momento avrebbero segnato, ma segnano comunque, scelte unilaterali nelle candidature che a corte - al di là delle apparenze mediatiche - non sono state digerite con la dovuta acquiescenza ma, neanche, con un giusto confronto volto a modificare le indicazioni estemporanee trasformate in certezze dal leader. Per questo, qualunque interpretazione si voglia dare ad una vicenda privata che deve fare il suo corso nel rispetto delle scelte dei coniugi, la particolarità della qualità degli stessi trasforma la querelle in un confronto dai contenuti politici. Un confronto che per i modi e i tempi nel quale matura sembra far diventare difficile non pensare che sia proprio questa, malgrado l’opinione del premier, la strada perseguita dall’interno per modificare un sistema di scelte e di guida monolitico di un partito a più anime. Anime, queste ultime, tenute insieme soltanto da una fedeltà di circostanza verso il presidente. Nella scelta del momento, nelle ragioni della conclusione di un’ennesima saga a metà strada tra pubblico e privato, ciò che ci chiediamo, e si chiede buona parte del Paese, è che futuro si potrà dare ad una politica di centrodestra. Ad una sommatoria di valori e di tradizioni di centrodestra che vede, però, il Paese affidato ad un “tipo” di centrodestra immateriale che si dimostra debole perché fatto esprimere solo dalla volontà indiscussa e indiscutibile di un capo.

Il futuro dell’Italia, al di là della sinistra che eredita la dialettica progressista per un Paese conservatore nei fatti, è ancorato al futuro del centrodestra, che vinca o che perda. Questo perché in Italia non vince Berlusconi, ma vince una comunità che crede nei valori di una nazione che non è un’azienda ma molto di più. Una comunità di centrodestra che crede nel lavoro reale e non nella pubblicità virtuale di modelli consumistici di facile accesso o di rapida ricchezza, che crede nella famiglia cattolica o laica che sia. Il rischio che si corre di fronte ad un crollo di ogni minima certezza nei rapporti umani e nell’etica del confronto, in famiglia come in politica, è una lenta deriva verso un distacco ulteriore dalla politica e dalla sua credibilità da parte del cittadino. E questo, non solo per la qualità delle candidature messe in campo, ma per l’insostenibilità di un modello neocesarista che all’interno dello stesso centrodestra inizia ad avere sempre meno quartiere con buona pace del leader e di qualche colonnello fedele per necessità più che per lealtà.

Oggi ci potremmo trovare al giro di boa di una coalizione forte solo per merito del decisionismo berlusconiano. Un decisionismo che dipende da un’interpretazione troppo personalistica del ruolo e del potere e che non valuta i rischi di una corte di cavalieri già al servizio di altri re. Una realistica consapevolezza che va oltre la convinzione che in politica le logiche padronali dell’azienda possano sopravvivere sine die. In questa vicenda, qualunque sia l’opinione del premier, non ci sono complotti da parte dell’avversario, né disegni precostituiti da un’opposizione che avrebbe solo da rimetterci nell’avventurarsi politicamente nella battaglia legale tra i due coniugi. Vi è, invece, un evidente tentativo interno di dare uno scossone alla leadership del partito azzurro nell’incapacità di farlo apertamente, e coraggiosamente, ripiegando sulla crisi coniugale apertasi in un momento a dir poco decisivo per il futuro della neoformazione di destra e per la sopravvivenza politica del proprio leader. Un’operazione pericolosa per il centrodestra che, privo di una dialettica interna di partito, rischia di frammentare la leadership senza disporre di guide adatte a coagulare la sintesi di un’idea conservatrice che stenta a difendersi perché ancora oggi priva di contenuti. Il 6 e 7 giugno si potrebbero avere, così, scenari molto diversi da quelli prefigurati.

La Lega certamente potrà affidare alla sua coerenza una crescita quasi certa così come, all’opposto, Italia dei Valori e l’aggregazione di sinistra che si approssima a scendere in campo. In politica tutto prima o poi si paga. Il consenso ha un costo: si paga anche tardi, ma si paga. Veline, attrici, divorzi all’italiana o altre scelte e pantomime da operetta non solo minano la credibilità di un Paese, lo rendono pirandelliano nei termini e nei contenuti più di quanto non lo fosse già stato in passato. Il nostro futuro dipende sempre di più dalla capacità di comprendere gli animi e le ragioni di un cambiamento, dalla possibilità di recuperare un’idea attraverso un confronto, abbandonando le logiche di potere personale che dominano un’egemonia culturale aziendalistico-padronale che ingesserà il centrodestra post-berlusconiano in un’impasse politica non da poco. Questo perché le leadership non sono eterne e crollano nel momento del culmine apparente. Soprattutto quando la consapevolezza del culmine è affidata non alla credibilità dei contenuti, ma alla quantità di libera azione esprimibile da un leader al di sopra del limite dell’etica e della morale ragionevole di un Paese. E questo allorquando si è troppo presi dall’essere uomini di potere e non cittadini come gli altri, più degli altri.


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