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Vincere o perdere l’Italia a Sud

Un secolo e mezzo non è molto per presentare un’Italia politica quale nazione fondata su un’identità affermatasi nel tempo, digerita e non da subito condivisa, soprattutto a Sud, dalle sue popolazioni. L’Italia è sopravvissuta, è vero, nel cuore dei popoli e delle nazioni europee alla fine dell’impero romano. Ma è sopravvissuta come un’idea culturale, artistica, certamente un po’ meno politica.  L’Italia è stata, nei secoli, l’astrazione geografica più interessante e affascinante nel gioco della costruzione delle nazioni. Un’idea a cui ricondurre un senso italico del vivere che ha ammaliato tutti i sovrani e i popoli europei. Un argomento di vanto, se noto e magari vissuto, nelle conversazioni dei salotti più nobili della nuova borghesia europea che maturava tra il Settecento e l’Ottocento. Un fascino che ha coinvolto il Nord ed il Sud più nobile di una terra riconosciuta italica nel nome, ma frammentata in tante logiche personalistiche di dinastie che ne hanno raccolto quanto era possibile in termini di privilegi e di potere locale.

Raggiunta l’unità del Paese, in un turbinio di fatti e personaggi chiari e meno chiari che fossero, l’idea di nazione italica maturata nel nostro Nord liberale si è trasforma in Stato, ma solo in apparenza. Lo Stato italiano, superando la sua piemontesità anche costituzionale, tenterà il proprio rilancio attraverso una nuova formula di assetto amministrativo data dal decentramento regionale voluto dal costituente repubblicano. Un’idea di responsabilizzazione delle comunità locali, di partecipazione alla gestione amministrativa degli enti territoriali che anticipava ogni forma di federalismo possibile in una cultura politica di Stato, maturata nel passato in ambienti liberali e conservatori nello stesso tempo, tutt’altro che federalista.

Ebbene oggi, guardandoci indietro, non riconosciamo più nulla. Non riconosciamo lo Stato quale bene supremo che avrebbe dovuto garantire sicurezza, equilibrio, equa giustizia sociale, pari condizioni di sviluppo e di crescita condividendo valori pagati ad altissimo prezzo da ogni italiano, da Nord a Sud nelle guerre come nell’impegno quotidiano. Non riconosciamo la nostra stessa storia pensando che essa sia una sorta di elastico sentimento che possa essere interpretato ad ogni festa di paese, tirandolo ora da una parte ora da un’altra a convenienza. Una storia nazionale complessa, confusa a volte, che sembra un bandolo di una matassa che non ha capi perché nessuno cerca, o vuole più, punti fermi. Anzi, meno ce ne sono e meglio è, convinti che la storia sia interpretabile ad personam come cerca di fare un leader di un’ipotetica repubblica padana senza rango. Una repubblica, un territorio politico mai esistito se non nelle formule estemporanee dei Comuni il cui merito nella rivolta al Barbarossa fu di insorgere brandendo i valori di un’italianità …d’animo se non di forza. Quella che si propone a Nord è un’idea di patria regionale senza uomini nella storia, se non tra coloro che hanno scelto di fare la propria storia presentandosi quali testimoni, patrioti li abbiamo chiamati, di un’idea d’Italia. Quell’Italia celebrata a Nord, imposta a Sud, che i loro “connazionali” della pianura padana di oggi vorrebbero gettare nel verde cestino di un’ipocrisia autonomista da affermare a loro uso e consumo.

Oggi non si tratta di essere federalisti o meno. Non sarebbe, se sincera, da mettere in discussione nessuna riforma di un Paese che vuole crescere, migliorarsi. Si tratta solo, e non è poco se si ha un minimo di cultura giuridica e non solo, di riconoscere che l’autonomismo costituzionale, nei suoi limiti applicativi che riguardano gli uomini, ma non i principi, resta un valore forte che può essere ridefinito ma non ribaltato in nome di una coscienza popolare che non potrà mai essere competitiva se lasciata da sola a confrontarsi proprio con quel mondo di efficienza e di merito che la Lega celebra senza né titoli storici né meriti, tanto meno cultura politica. Oggi si tratta di valorizzare la capacità locale di governare i nostri territori, tutti i nostri territori, nella convinzione che il successo di ogni regione, di ogni autonomia riconosciuta, ma non autoreferenziale, è il successo dell’intera Italia e che divisione, egoismo esacerbato e dubbi federalismi fiscali, che mireranno a dividere torte e patrimoni solo tra pochi intimi, possono essere solo i sintomi di una classe politica che non ha status né futuro.

C’è un patto non scritto che accomuna Nord e Sud. Una fiscalità politica, un debito di coscienza non pagato alla storia che aggancia i destini del Mezzogiorno a quelli della Padania. Ovvero, la certezza che il Nord da solo non reggerà nessuna competizione nel mondo in un momento in cui si propongono le gabbie salariali al Sud e si licenzia nelle industrie del Nord cercando di creare instabilità e disagio tra i lavoratori. Non vi sarà alcun futuro, nessuna uscita dal tunnel della recessione annunciata, per un sistema produttivo poco flessibile e una liquidità bruciata in “operazioni finanziarie” dalla dubbia genuinità per non dire altro, se non si supererà una recessione culturale pericolosa. Non vi potrà essere nessuna riforma federale improntata al superamento della spesa storica se con la storia non si pagano i debiti ancora aperti verso il Mezzogiorno mandando al macero una vecchia politica cara anche ai governi che si sono susseguiti sino ad oggi, affrancandolo dalla trappola psicologica del bisogno.

Non vi potrà essere nessuna fiscalità di vantaggio per il Sud che potrà rilanciarlo se non si investe in qualità del lavoro e qualità dei redditi. Non vi sarà nessuna riforma federale capace di rilanciare il Paese se il Nord non ritornerà ad essere produttivo in un sistema di economia reale il cui unico sostegno è dato dalle capacità di sinergia realizzabili tra le nostre diversità. Dalla forza complessiva di un sistema Paese che può trovare l’energia e la voglia di competere solo se unito e non diviso in tante minuscole realtà che poco significato avranno nei mercati mondiali di domani. Dalla capacità di un Paese in cui la mobilità dei fattori di produzione superi i confini regionali, dove le migrazioni non solo dal Sud ma anche dal Nord dovrebbero favorire l’incontro d abilità e conoscenze con le quali costruire il successo di un’idea, di un prodotto, di una terra. Dalla maturità di uno Stato che è data dalla maturità di ogni comunità che si offre con il proprio operato a difendere, se esiste allora, una grande nazione.


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