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Lega in salsa tricolore

Gianfranco Fini & Umberto BossiSembra che finalmente ogni fantasma di una secessione cruenta sia stato fugato dal leader storico della Padania, fondatore della Lega e guru di un federalismo ondivago tra posizioni localistiche e ambizioni veteronazionalistiche cresciute all’ombra di un indiscusso successo politico. E sembra, leggendo tra le righe dell’ultimo ripensamento pontidiano, che questi si stia man mano ponendo verso una via di moderazione possibile. Una via di un partito che vorrebbe conquistare una sorta di dimensione nazionale dopo essere riuscito a disarticolare, al Nord, un modello di potere consolidato dapprima erodendo consensi ad una sinistra incapace di dialogare e dare risposte alla sua base e poi ad una destra che ha occupato, da buoni sacerdoti del privato, le cariche pubbliche piegandole agli interessi di parte dimostrando poca capacità amministrativa.

Un modello, quello proposto dall’onda verde, che non si è sostituito ai passati abbattendo l’impronta familistica ma che, al contrario, ne garantisce la sopravvivenza nella strategia di conquista ed occupazione degli incarichi pubblici dimostrando di essere patrimonio di una cultura che non riconosce i confini del Po. Un modello di governo territoriale che, fermo restando il metodo di sempre nella distribuzione degli incarichi, giustifica se stesso dimostrando di fare ciò che lobbies politico-affaristiche delle maggioranze di ieri si sono ricordate di fare solo a tempo perso: amministrare. E’ evidente, quindi, che la lotta per la conquista del potere, e la possibilità di renderne duraturo il risultato, non passa tanto dall’affermazione che la “Padania esiste”. Ne, tantomeno, nel remake di una secessione incruenta. Bensì dalla constatazione che la Padania, geograficamente astrazione e identità fisica ad un tempo di una terra italica suo malgrado, da sola non ha una ragione possibile di sopravvivenza al di fuori di una dimensione nazionale dell’economia e del mercato.

Le tesi di Bossi sono -rispondendo a Fini che la Padania esiste dal momento che è la Padania che produce e paga le tasse e per questo vuole, vorrebbe, il cambiamento- sempre le solite. Le stesse di un populismo opulento, di una coscienza collettiva di un Nord che riscopre il proprio individualismo, che difende un modello di ricchezza costruito dimenticandosi del contributo altrui. Rimuovendo la verità di un valore aggiunto alla crescita economica avvenuta beneficiando del risultato del lavoro e degli studi di chi dal Sud, pensando di poter accettare un’emigrazione in Italia, ne ha favorito la crescita, curato i malati, progettato nelle industrie, insegnato nelle scuole.

E’ vero che al Nord la Lega ha conseguito risultati importanti. Ed è altrettanto vero che la deriva populistica sulla quale la barca del Carroccio ha navigato in questi ultimi anni l’ha fatta approdare a successi mai sperati sino a ieri. Tuttavia, per un ministro secessionista -perché l’art.1 dello statuto della Lega non è cambiato e resta al limite della perseguibilità penale- che ha giurato sulla Costituzione repubblicana le scelte diventano sempre più difficili dal momento che due sono le opzioni che lo attendono. La prima, quella di mantenere fede ad un credo federalista che si manifesta più in una provocazione di stile, nella sua estremizzazione pagante in termini di difesa del nocciolo duro dell’elettorato storico della Lega. La seconda, quella del federalismo come riforma degli assetti costituzionali del Paese che non pregiudichi, però, i valori e le prerogative storiche di una nazione che ha già un’anima autonomistica rappresentata dal regionalismo e dal decentramento amministrativo. Un’anima, quest’ultima, che non è incompatibile con una riforma regionalistica (federalistica sembra un eccesso) degli assetti fiscali.

Due opzioni che non sono trascurabili e che se lette guardando al quadro possibilista delle ultime dichiarazioni rese a Pontida -a cui si aggiungono le dichiarazioni venete del presidente Zaia di “difesa” del tricolore per mitigare le polemiche sull’inno nazionale mancato- lasciano intravedere un atteggiamento di riconsiderazione del ruolo della Lega. E ciò è dimostrato da una buona parte di delusi che aumenteranno man mano che si presenteranno nel prossimo futuro le contraddizioni di quella che è e resta, al di là dei costumi, una squisita, chiara, corsa al potere giocata sugli stessi tavoli, e allo stesso modo, anche se con modalità e messaggi diversi, del passato. Un sentimento di identità contaminato sempre più dalla realtà economica che non premia neanche il Nord della finanza. Una sensazione di frattura strisciante a cui si aggiungono le dichiarazioni di qualche ex ministro, come Castelli, che non pago della sconfitta subita in terra padana quale candidato alla provincia di Lecco ritorna sui passi di un estremismo di comodo per recuperare consensi. Una ambiguità non dichiarata, o dichiarabile, dimostrata, ancora, da una (ir)ragionevolezza di Bossi di voler considerare anche un diverso atteggiamento sui provvedimenti che più interessano il premier, come l’approvazione del testo sulle intercettazioni accettando il confronto con il Presidente della repubblica, l’apertura a modifiche/emendamenti posti alla finanziaria o il dietro front sull’abolizione delle provincie dopo aver fatto di tutto per salvare Varese e Bergamo.

Ciò che si presenta nel medio termine alla porta della Lega, insomma, non è tanto il rischio di una contrazione del consenso, ma la consapevolezza che l’italianità di un progetto di nazione rimanga l’unico argine agli effetti distorsivi di una globalizzazione estremizzata dall’ambiguità del binomio globale/locale. Un’ambiguità che renderà sempre più incombente il rischio che la sostenibilità stessa di un’autonomia più spinta delle regioni più ricche rischierà di essere la prima vittima di un nuovo modello di produrre, di un nuovo mercato che supera le regioni se non addirittura l’Europa medesima.

La vera paura per Bossi è che si possa presentare agli occhi di un cittadino deluso una nuova occasione per guardarsi allo specchio della storia. Uno specchio nel quale cercare, a malincuore magari, ciò che è, che potrebbe essere l’Italia e il significato di questo progetto di nazione nella storia di un’Europa moderna, competitiva nel mondo, e non provinciale nei localismi. Un provincialismo che è sinonimo di isolamento e marginalità. Un localismo perdente di fronte alle sfide globali. D’altra parte, nell’aria di Verdi, un tricolore Cisalpino postnapoleonico, un Risorgimento nordista e una guerra di liberazione combattuta al Nord in nome di un’Italia libera restano argomenti che nessun revisionismo potrà annichilire e piegare ai miopi egoismi del momento.

La storia la scrivono i grandi popoli. I localismi resteranno sempre schiacciati nel confronto tra centro e periferia. E il centro oggi è il centro degli affari, delle decisioni sulla vita di ognuno di noi. Un centro che non sempre coincide con il teatro romano o milanese o con il governo di una nazione, ancor meno con una singola regione. Una considerazione evidente di un mondo che non premia i più piccoli e che, pur volendo essere familisti, forse sarebbe necessario riconsiderare una parentela diffusa e allargata con un Sud che è sempre più presente nelle famiglie padane. Un modo di rivedere e ricollocare il nostro futuro partendo da una concezione rinnovata della famiglia come nazione. Una famiglia rinnovata che dovrebbe aiutare a comprendere il significato di un progetto condiviso di un’Italia nuova, meritocratica, competitiva, onesta e solidale piuttosto che egoistica, affaristica e provinciale.


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