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Un Paese “qualunquemente” qualunquistico

La locandina del filmSe dovessimo vivere una telenovela o una soap opera diventando protagonisti senza volerlo - ovvero testimoni nostro malgrado, o con nostro piacere - del gossip più sfrenato certo non c’è epoca migliore di questa per segnare il grado di “maturità” raggiunto da una nazione con appena un secolo e mezzo di vita. Potevamo chiedere di più? Popolo incompiuto di eternauti vaganti, maturati appena di recente tra qualche guerra che ci ha trascinati nello spettro della morte, esorcizzata poi con le solite rocambolesche capriole politiche pre-fasciste, fasciste e comuniste, poi…antifasciste e anticomuniste, questo Paese crede di avere ancora qualcosa da dire dopo un terrorismo, rosso o nero, in cerca d’autore, criminalità diffuse o organizzate a vario titolo, nebulose investigative e nuovi paladini di una legalità pluricentrica.

Un Paese che, attendendo ogni giorno la novità del mattino sulle abitudini del proprio primo ministro o sull’ennesimo scandalo al Sud, vorrebbe dire ancora qualcosa di sé nonostante si sia arreso più volte all’uso/abuso di ogni mezzo per far sopravvivere politicamente una partitocrazia senza scrupoli. Ma non c’è più nulla da dire. L’Italia si presenta agli occhi del mondo come un Paese che si è ben impegnato per affermare un proprio senso di (in)civiltà e che non è certo espressione di una matura consapevolezza di nazione compiuta. Tra uno scandalo e l’altro, tra un’indagine maxi o meno maxi che sia e una deriva populista e popolana delle cronache rosa meglio condite - alla ricerca di una nuova Contessa di Castiglione che sia degna di mutuare politica e amore al di sopra delle altre nobili storie riscritte ne il Cuore e la Spada di Vespa - l’Italia sembra non uscire più fuori da un tunnel che digerisce ogni cosa, ogni vita che finisce in un macelleria mediatica, politica e giudiziaria, senza un senso del limite, in bilico tra offesa alla vita privata e piena ipotesi di reato, sacrificio pubblico di ogni minima riservatezza e pubblico ludibrio di un premier, di un governo.

L’Italia è un paese ostaggio di giullari e cortigiane, di tessitori senza tela e sarti senza filo che si alternano tra destra e sinistra nel voler ricucire quanto resta di uno strappo alla storia e al popolo di cui ogni leader politico oggi in carica ha la sua parte di responsabilità. Un Paese frantumato da tutti. Da chi vive e crea figura mediatiche e fa distribuire lauree honoris causa a chi ha avuto il merito di dire e scrivere ciò che ognuno di noi ha sempre detto, scritto e denunciato da sempre, a scuola come nelle manifestazioni civili a Sud. L’Italia è un Paese frantumato tra un Nord che si vuole dipingere quale utile appendice criminale di un Sud condannato ad essere -il Sud e la Calabria in particolare- quel male assoluto di questa Italia che vive più vite, più legalità, più politiche, più mondi e modi di comprendere il proprio essere, la propria esistenza polverizzatasi tra aule di tribunali, orecchi dionisiaci che trasformano in accuse e condanne preventive conversazioni e parole secondo canoni interpretativi troppo spesso inversi.

L’Italia è un Paese dove la satira estemporanea, gradevole perchè occasionale, sembra risolversi qualunquemente nel fare, ad esempio, dei calabresi, di una parte della propria popolazione, tanti Cetto La Qualunque, in una cristallizzata, definitiva, nota di costume senza repliche. La verità è che quella di oggi è un’Italia sempre più qualunquista, facilmente giustizialista verso gli altri, meno che verso se stessi. Uno Stato che riduce il Sud, e la Calabria in particolare, ad una grottesca rappresentazione del male, dove si trasformano pastori e contadini in geni del crimine. Una Calabria dove non si offrono vie d’uscita ai giovani se non quella di restare ostaggio della criminalità, quella vera, o di un modello clientelare che crea aspettative senza tempo e che diluisce le promesse al prossimo voto utile oppure l’essere dei numeri per definire operazioni che giocano il loro valore sulla quantità statistica piuttosto che sulla qualità delle condanne.

Per questo, in fondo, tra riforme mancate, una giustizia che si arrocca su posizioni massimaliste e che deborda limiti costituzionali e riservatezza di rango, un premier ostaggio dell’ennesima effervescenza rosa ritenuta più credibile di un qualsiasi politico di buon senso – se ve ne sono in giro -, una sinistra minoritaria nei contenuti e non solo nei numeri, modelli economici che si sommano e si sottraggono tra loro in un balletto nel quale la crisi fa da maestro di danza, dovremmo pensare che l’opinione di Francesco Saverio Nitti sia ancora oggi un riferimento di sostanza più che di concetto. E, cioè, che alla fine, proprio alla fine […]…I politici italiani sono in generale uomini di assai mediocre valore: non amano noie e anche i migliori fra di essi sono incapaci di affrontare i problemi di larga importanza…[…]”.



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