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Riflessioni sul sistema Italia

Le vicende italiane si svolgono, ormai, tra intercettazioni pubblicate, smentite, polemiche su ingerenze tra i poteri, tentativi di legittimare posizioni difficilmente comprensibili dal punto di vista dell’etica politica secondo giudizi non equi, ma sentimentalmente legati alla capacità di essere strumento consapevole di dinamiche politiche precostituite. Tutto questo sembra quasi il contenuto di una scenografia che tenta di mutare gli scenari della democrazia rappresentativa secondo gli interessi delle strutture partitocratiche. Un quadro che, in fondo, presenta la competizione politica come l’epifenomeno di un’assenza di maturità per un sistema che stenta a collocarsi all’interno di una tradizione europea di diritto e di diritti, che si modella sull’interesse particolare del singolo e si costruisce, girandosi su se stesso, all’interno di un provincialismo che non attribuisce possibilità di protagonismo ad alcun leader italiano. Andamenti ambigui di modelli che si sovrappongono senza superarsi e che coesistono in sterili dialettiche senza risultato, senza progetto, senza idee, senza una visione chiara dell’interesse nazionale.

Modelli di partito sempre più fermi su posizioni consolidate di poteri di segreterie che vanno oltre il consenso popolare, che non conoscono lo stato del Paese e, ancora meno, ne capiscono le esigenze e ne gestiscono le necessità. Dal caso del generale Speciale alla pubblicazione di intercettazioni, appunti, note e altri documenti artefatti se ti colpiscono, ma non se diretti contro il tuo avversario, rendono giustizia, purtroppo, a chi non polemico per principio ma costruttivista - in un pensiero divergente che non ha quartiere nelle coscienze del potere - diventa il rappresentante di un’idea liberale che si alterna tra liberalismo dei diritti e delle garanzie ma, soprattutto, a chi tenta di capire perché una democrazia come quella italiana, nonostante i suoi anni, superando il fascismo e due guerre mondiali, non accredita se stessa nella comunità internazionale. Ed è poca cosa credere che non sia così soltanto perché esprimiamo un’immagine forzatamente buonista e fatta di sorrisi quando, in fondo, a decidere le sorti del mondo, e della vicina Europa, sono altri Stati-partner che, rispetto al Bel Paese, hanno soltanto un forte senso identitario e che, nell’aggregazione con altri Paesi, fanno delle loro peculiarità un motivo di forza. Una forza data dalla credibilità delle proposte, delle idee e dalla chiarezza di capire e comprendere il tempo nel quale si muove l’interesse nazionale e quello dei propri partner. Una capacità di persuasione fondata sull’etica nazionale che nel dialogo e nella costruzione di politiche comuni, e non della frammentazione interna, supera una debolezza, una precarietà ideologica che in Italia si manifesta in una navigazione sempre più a vista di governi privi di progettualità e di riferimenti. Ciò che serve non è una chimera.

È solo restituire centralità alla dialettica politica. Ma ad una politica che nasce e si evolve nella società civile, negli animi di chi contribuisce, a vario titolo, alla crescita del Paese e non al monopolio consolidato del sistema dei partiti che si dimostra sempre più avulso dal Paese reale, lontano dalla realtà quotidiana delle comunità italiane. Restituire dignità alla politica significa trovare negli uomini dello Stato e della società civile dei punti di riferimento per ideali, capacità, per esperienze maturate sul campo e non risultato di carriere precostituite all’interno di percorsi di segreteria. Soltanto restituendo la politica alla società civile si potrà attribuire dignità ideologica e di programma da difendere e valorizzare nel confronto parlamentare. E ciò perché ne sarebbe espressione, la politica, di un vissuto quotidiano che verrebbe trasferito nelle aule del potere legislativo. In tutto questo, la stessa difficoltà della sinistra di raggiungere una sintesi ideologica e di leadership per il Partito Democratico, quale architettura unitaria e identitaria, si rispecchia nell’incapacità della destra di superare le proprie contraddizioni interne frutto, com’è, di un patchwork solo italiano di un nazional-populismo che sopravvive in una contraddittoria dimensione falsamente liberale.

Una destra costruita mettendo insieme le difficoltà di chi deve sopravvivere ad ogni costo e costi quel che costi: da partito sdoganato dal passato per necessità e opportunità politica come Alleanza Nazionale, da un partito secessionista nel suo federalismo d’occasione e da un movimento liberale che non si è ancora radicato in nessuna tradizione liberale. In un paese a legalità limitata, a rappresentatività cooptata dall’arco politico perennemente in crisi, ma ancora in piedi, tocca al cittadino riappropriarsi della politica e controllarne l’operato impedendo che la politica stessa si riduca sempre di più ad una sorta di campo privato. Un campo nel quale si sovrappongono sia la fine delle ideologie massimaliste e della rivoluzione pseudoproletaria a sinistra, quanto la deriva di un partito-azienda neopopulista di destra. L’Italia ancora oggi dimostra, attraverso i propri rappresentanti, di non essere una democrazia matura perché essa è ancora il risultato di una storia costruita sull’ambiguità ideologica. Una storia mai processata, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, trascinatasi man mano nel confronto sterile e poco gratificante all’interno di un sistema politico bloccatosi per anni nella dialettica fra antifascismo e anticomunismo.

Un’ambiguità che ha permesso di far crescere quelle classi politiche antagoniste di ieri imborghesitesi oggi, e che non cedono il passo perché un nuovo non c’è, nonostante sia stata superata anche la lunga transizione della sintesi democristiana. In questa gara ai fraintendimenti e all’ambiguità sicuramente non ci si poteva aspettare che maturasse, e si consolidasse, un diffuso senso dello Stato e una coscienza dell’interesse nazionale che caratterizzasse non solo la classe politica e i governi ma, soprattutto, lo stesso elettorato. Molti di noi soffrono sempre di più la contraddizione di sentirsi italiani a metà. Ovvero di percepirsi parte di un sistema che, però, rifiuta molto spesso chi lo vorrebbe servire con lealtà e rispetto perché inserito in un modello culturale e in una storia che dovrebbe rappresentare un patrimonio non nazionalistico ma comunitario. Un patrimonio condiviso, rispettato, fondamentale per dare credibilità anche ai percorsi politici e al ruolo della politica nella società di oggi.

Se l’Italia “[…] è percepita dalla comunità internazionale come la patria del pensiero politico debole, dell’onestà poco diffusa e dalle prestazioni militari precarie […]” ciò è dovuto proprio al fatto che non è una democrazia compiuta. Essa rappresenta ancora un modello democratico manifestamente partitocratico. Un modello autoreferenziale che non va né al di là della dimensione nazionale, dal momento che non è capace di percepire il sentimento della nazione, visto che non è l’Italia il centro dell’attenzione politica dei partiti ma il partito in quanto tale, né tanto meno va oltre una collocazione internazionale marginale che gli viene “assicurata” dai partner euroccidentali. Se l’Italia è un “soggetto geopolitico anomalo” è perché l’Italia stenta a dotarsi di una propria identità geopolitica se non viene trascinata all’interno di dimensioni sovranazionali nel cui solo ambito può mistificare un senso nazionalistico mal celato, poco valorizzato anche in formule multilaterali, perché la partecipazione italiana ha più l’aspetto dell’alibi per incapacità di azione diretta piuttosto che per convinto protagonismo. Di fronte a ciò potremmo provare a modellare un sentimento nazionale che non c’è. Ma il sentimento nazionale non c’è perché non appartiene alla sinistra, la cui intellettualità ha tentato di superare una dimensione scomoda del senso dello Stato in ragione di un internazionalismo vissuto all’ombra di imperialismi tutt’altro che popolari. E perché non appartiene nemmeno alla destra di oggi, al di là delle poche bandiere tricolori e le cravatte verdi, che non avendo una propria cultura politica, definita e rappresentata da una classe di intellettuali veri, si è affidata ad un nazionalismo d’occasione, senza contenuti ma semplice contraltare al simile opposto: il partito comunista. In questo credo che sia condivisibile l’osservazione di Giuseppe Are per il quale “[…] l’Italia racchiudeva in sé […] ma li racchiude per certi versi ancora oggi[…] tutti i pericoli e le potenzialità dissociative che un Paese corrotto dal malgoverno e lacerato da dissensi inconciliabili circa i massimi fini nazionali può far gravare sulla comunità […] {G. Are. Comunismo, compromesso storico, società italiana. Marco Editore. Cosenza 2005, p. 216, ndr}”.

La verità è che la corsa politica è una corsa al potere ma, in un’ottica di democrazia compiuta, essa dovrebbe essere una corsa al potere non per autoreferenziare al suo interno le singole leadership, quanto per voler assumere la guida di una comunità organizzata nel rispetto del consenso ottenuto. La verità è che in Italia la corsa politica non ha raggiunto un’evoluzione in termini di apertura alla partecipazione del cittadino, trasformando i partiti in semplici contenitori di idee. Piuttosto la corsa al potere e al reddito da politica ha strutturato il sistema rappresentativo come espressione di centri di potere, molto spesso personalistici, al punto tale che oggi si realizza il paradosso della competizione. Cioè, se la competizione può creare eccellenze, è altrettanto vero il contrario: e cioè che la corsa al potere può creare, perché strumentali a sostenerlo, molte mediocrità. Si realizza così il risultato per il quale proprio quando le mediocrità superano le eccellenze, non volute ma ben evitate dalle élite politiche, si crea se non il conflitto quanto meno l’incomprensione, il distacco dalla politica da parte del cittadino. La fine di ogni possibilità di poter contare e aver fiducia in una classe politica dotata di credibilità nel suo decidere, nella sua azione, nei risultati; sia negli aspetti nei quali si intende determinare un’economia sana e rispondente alle reali capacità del Paese, che nel voler realizzare una politica di sicurezza e difesa tendente a garantire la sopravvivenza del proprio modello culturale e di valori nel rispetto dell’altro, condividendo pari responsabilità e onorandone gli impegni. In questo modo, come giustamente osservato, anche formule transitorie di strategia politica intese a ridurre il pericolo di opposizioni destrutturati, come la ricerca di abbattere l’opposizione in un regime di consociativismo, non sono riuscite ad offrire occasioni di confronto, di scambio, di sintesi politica e di organizzazione ideale dei partiti.

Al contrario, del consociativismo l’Italia sperimenta da anni una partitocrazia che l’ha traghettata in un modello di democrazia apparente, abbandonando il Paese ad una reale dimensione oligarchica del potere, affidato proprio alle segreterie dei partiti. Ed è proprio la partitocrazia contemporanea la vera responsabile della frammentazione dell’identità nazionale. Una partitocrazia che si serve degli apparati dello Stato, delle risorse pubbliche per sopravvivere e far sopravvivere un sistema di stipendi, consulenze, uomini di partito il cui contributo alla società civile non si è materializzato in una reale partecipazione alla crescita concreta della società nelle diverse attività. È proprio questo il risultato più evidente di un processo di organizzazione interna ai partiti e di compiacenza trasversale tra i partiti. Diffusione dei centri di potere, infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche hanno caratterizzato modelli di spoil system già presenti nel sistema Italia, perfezionatisi oggi in una sorta di regola non scritta per la quale chi vince piazza “i propri uomini”. Una sorta di gentlemen agreement che forse, proprio perché fondato su una particolarissima concezione dell’essere leali, realizza la qualità del lealismo politico, un requisito che permette di superare qualunque minima aspettativa di competenza e di capacità richieste. Ma non basta.

Anche nelle formule grigie di poteri occulti e trasversali che ogni tanto si pensa influenzino la vita politica del Paese, l’Italia assume un ruolo singolare. Infatti, mentre la partecipazione dei poteri forti nel mondo anglosassone cerca di agganciare l’interesse nazionale ad un interesse proprio, in Italia è il perseguimento indiscriminato dell’interesse di un qualsivoglia gruppo di pressione, la possibilità per la quale l’interesse del gruppo stesso, e non viceversa, può coincidere con l’interesse della classe politica che è al potere e a cui si fa riferimento, mentre è assolutamente un optional se ciò coincida o meno con un interesse dello Stato. I poteri forti in Italia sono pronti a manovrare e influenzare altri poteri solo a ragion veduta, prescindendo da ogni autonomia a questi riconosciuta. È evidente, quindi, che in quest’ottica qualunque principio di separazione dei poteri trova difficile realizzazione, così come la garanzia di affermare un’autonoma capacità di salvaguardare un interesse della nazione nei suoi diversi ambiti e senza sovrapposizioni. Insomma la realtà, in una corsa alla propria affermazione di sé, individuo o gruppo di pressione che sia, ci riporta ad una dimensione poco occidentale della cultura politica italiana. Una dimensione nella quale si mortifica il sentimento nazionale attraverso una prevaricazione dei poteri istituzionali definiti dal costituente, l’incapacità di un sistema partitocratrico ancora così rigido e monolitico di saper offrire almeno quelle garanzie minime di equilibrio tra i poteri utilizzati, al contrario, strumentalmente per gli interessi del leader di turno piuttosto che nell’interesse del Paese.

In queste poche osservazioni si risolve ogni dubbio, ogni perplessità sulla ricerca di un’identità mancata o sul perché l’italiano sia così bravo a dissacrare la propria nazionalità, la propria cultura, il proprio sentirsi parte di una storia millenaria, espressione contemporanea di un Risorgimento già ieri molto padano, perché nato e voluto dalla classe politica del Nord, e poco meridionale. La dissacrazione di un senso di appartenenza in controtendenza allorquando altre comunità che si vogliono integrare ricercano il dialogo e riconoscono il nostro modello, ma non mettono da parte la propria dignità culturale. La dissacrazione facile, a poco prezzo, di una scomoda italianità. Una italianità che, se considerata come identità, si trasformerebbe per chi fa politica in una responsabilità verso un Paese e non solo verso la propria comunità locale, il partito, o l’azienda che siano. Un’italianità che ieri era ostaggio di un socialismo internazionalistico finito nel crollo di una storia poco socialista e oggi preda di un possibile federalismo dove di liberale c’è solo la libertà per ogni identità di correre alla velocità che si crede nell’interesse di dividere tra pochi potere e ricchezza.

Ciò che si osserva è un senso di identità limitato, che si perde nella contraddittoria considerazione di chi guarda alla comunità internazionale da un osservatorio da non dichiarare: quello italiano. Un senso di frammentazione e di precarietà degli equilibri sociali e culturali che sono il risultato della perdita di cultura politica sia della sinistra sempre meno proletaria e più liberal-borghese che di una destra populista all’occorrenza. Superando questo senso di provvisorietà, restituendo centralità e valore all’onesta intellettuale - per una nuova politica di servizio e non di professione che guardi al Paese come sistema economico ma anche di valori, di tradizioni, storia e cultura - l’Italia dovrebbe affrancarsi da una storia transitoria ormai languida. Liberarsi da una storia da non protagonista se non laddove gli altri ci hanno resi e ci rendono protagonisti per loro scelta e per opportunità (l’Alleanza Atlantica o l’Unione europea ad esempio). Trasformare una storia priva di stimoli perché ferma al comodo quotidiano interesse di chi ha il potere e vuole mantenerlo. Solo allora potremmo realizzare i sogni di molti italiani che si sentono tali partendo, finalmente, da una storia di tutti, guardando senza riserve mentali o strumentali agli episodi tristi e felici di una storia comune. Considerando, cioè, l’Italia un sistema Paese vero, capace e responsabile nelle sue intime espressioni sociali, economiche, politiche e culturali.

Un sistema Paese guidato da una classe politica responsabile e capace di rappresentare una nazione credibile in un sistema multilaterale, che non annulla la diversità, non omologa, ma riconosce nella diversità il valore aggiunto al confronto dialettico di prospettive diverse. Un modello di consapevole partecipazione nazionale in chiave multilaterale la cui sintesi è la base ideale della maturità di un nuovo modo di interpretare la convivenza civile. È questa la vera rivoluzione culturale e politica che attende il Paese e la nuova classe politica che ne deciderà il futuro, se tale vorrà essere senza privilegi, isole di immunità, zone grigie di poteri trasversali e leadership padronali.


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