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La fabbrica delle notizie. Quando a perdere è la credibilità

Vi sono diversi aspetti che realizzano il concetto di legalità, che lo completano o lo frammentano, che lo rendono soprattutto credibile e indipendente da ogni possibilità di uso per finalità diverse da quelle che non siano la fissazione di responsabilità specifiche, l’affermazione di un diritto, il perseguimento di una violazione di legge. Tra questi aspetti vi è la comunicazione, ovvero l’uso della notizia nel diffondere una operazione di polizia o una attività di indagine.

Non è una novità che negli anni del cosiddetto news management -cioè della gestione produttiva della notizia che viene interpretata come bene o servizio da offrire al consumatore/utente secondo i gusti che questo manifesta in un dato momento, o secondo quello che dovrà essere il messaggio da rendere– che anche le forze di polizia si siano adeguate a tali nuovi modelli comunicativi. Il risultato, però, è stato che il cosiddetto diritto di cronaca, ovvero l’obiettiva descrizione dei fatti resa e valutata secondo le verifiche del caso e nel rispetto delle garanzie fondamentali dell’individuo, si è reso interpretabile da chiunque si assuma il dovere di “comunicare” -superando ogni cautela e ogni limite deontologico- in virtù di una spesso personale valutazione sulla necessità di “produrre” la notizia sostituendosi anche a chi, sulla notizia, avrebbe esclusive non delegabili e responsabilità nel farlo: la Magistratura.

Oggi –nell’assenza di una disciplina comune, al di là dei limiti penali e processuali già previsti e sanzionati sul come deve svolgersi la comunicazione istituzionale nel campo della Polizia Giudiziaria, affidata alle direttive che ogni Procura inoltra alle forze di polizia- sembra quasi che il “prodotto” notizia venga confezionato quasi per autolegittimare la propria azione, per darle credibilità a priori quasi come se sulle capacità investigative messe in campo qualcuno avesse dei dubbi. Ovvero, prescindendo dalla cautela deontologica, ad esempio, di attendere quanto meno lo svolgimento, e l’esito, nel caso di indagati, dell’interrogatorio di garanzia prim’ancora che si approdi anche ad una sola fase predibattimentale. In un'epoca in cui la retorica della onnipervasività della comunicazione invade il nostro quotidiano “passano” nei media show predecisi, o decisi all’occorrenza, dove spesso il messaggio diretto al pubblico si modifica già nelle ore successive alla notizia di un arresto, se non addirittura capovolgersi in fase dibattimentale. Ciò significa che, nell’ambito di tali attività di news management le notizie prodotte dalle forze di polizia -al di là delle modalità, di un potere comunicativo esercitato per dare contezza di quanto fatto al cittadino– diventano meno sostenibili se ciò risponde ad una necessità di legalizzare un operato attraverso un consenso costruito sulla “notiziabilità” dell’evento in sé. Ovvero se la sensazione percepita, e poi confermata dalle vicende successive, è che la notizia alla fine sia stata strumentale ad attribuire correttezza al modo di condurre una operazione come se un’attività di polizia non fosse preventivamente legittima e lecita in re ipsa, in se stessa.

Ciò potrebbe spiegare come mai in questi ultimi decenni sembra quasi che nell’ambito delle operazioni giudiziarie vi siano molti esperti di news management, ognuno dei quali è produttore e protagonista di una proprio stile comunicativo. Un modo di costruire e proporre la notizia che, andando oltre le ragioni del diritto di cronaca, supera la cronaca stessa. Supera le fasi naturali costituzionalmente previste per accertare le responsabilità, pre-sostituituendosi al giudicato penale e su questo promuovendo tesi investigative ricercando il consenso dell’opinione pubblica, decidendo cosa dire e cosa non dire, quali tracce video o di intercettazioni dare alla stampa e quali no. Ragioni di marketing istituzionale? Forse. Ricerca di credibilità? Potrebbe essere. Tuttavia, se la condotta di una attività investigativa viene subordinata a ragioni di news management senza un codice etico e disciplinare uniforme per tutti gli organi di polizia, di certo non si assicura un giusto peso ad ogni forma di reato da perseguire. Ovvero, se è la ricerca della notiziabilità dell’evento, della possibilità che questo possa fare notizia e che sia essa stessa ciò che ci si aspetta da un determinato fatto, da una certa condotta o dalla scelta di una certa indagine piuttosto che un’altra, il risultato che si ottiene è uno solo: il distinguere i reati da perseguire, da parte degli organi investigativi, non in relazione alla gravità ma secondo l’impatto mediatico che questi possono avere.

Questa sorta di direct-broadcasting, che viene così condotto in ambiti delicatissimi come quelli che riguardano l’ordine e la sicurezza pubblica, la vita o la condanna di una persona, provoca una corsa al protagonismo, personale o istituzionale. Un protagonismo che in uno stato di diritto non può essere visto come una normalità, ma come una negazione delle ragioni del diritto. Ragioni, queste ultime, che si pongono a metà strada tra la corretta informazione e l’accertamento della verità attribuito a fasi diverse da quelle extradibattimentali. D’altra parte, per fare un buon esempio da case study tra i tanti disponibili, come conciliare -oltre le riprese probabilmente già pre-organizzate viste le modalità di registrazione di certo non improvvisabili– la notizia degli arresti di 125 persone eseguiti qualche anno fa in un paesino calabrese con le quasi totali assoluzioni seguite al dibattimento (solo 8 condanne)? Legittimare una indagine, un ruolo, una funzione cercando consenso preventivo attraverso una deriva giustizialista non ha molta coerenza con i valori di una democrazia, con quelli di uno stato di diritto alle cui prerogative giuridico-costituzionali ogni altra giustificazione o interpretazione dovrebbe ritenersi subordinata. La presunta colpevolezza attraverso la celebrazione pre-processuale di spot con la promozione dei diversi brand istituzionali non può sostituirsi a chi, per legge, deve liberamente decidere sulla vita di una persona indagata.

Non è un valore etico ricorrere al consenso dell’opinione pubblica, dividendola così tra colpevolisti e innocentisti, per avallare tesi investigative che si ritengono incontrovertibili a priori, quasi a rendere un fardello inutile la stessa fase processuale. Tutto questo sembra riproporre, nella modernità dei nostri tempi, modi di fare non certo appartenenti alla civiltà giuridica di cui vorremmo essere testimoni. Costruire un mainstream giustizialista alla fine non garantisce nessuno. Neanche coloro che se ne sono serviti dal momento che le stesse ragioni del giustizialismo e della mediaticità alla fine sacrificano chiunque prima o poi, compresi gli stessi utilizzatori al di là dei vantaggi di carriera o delle vanità da prima pagina ottenuti o ottenibili lasciando nell’imbarazzo le istituzioni per le quali essi operano. Mc Luhan riferendosi alla guerra del Vietnam disse che […] La televisione porta la brutalità della guerra nel comfort del salotto. Il Vietnam è stato perduto nei salotti d'America, non sui campi di battaglia del Vietnam […].

Si potrebbe dire parafrasandolo, che la televisione porta la brutalità del crimine nel comfort del nostro salotto, e con essa il senso della insicurezza. E si potrebbe, altrettanto, sostenere che la promozione da telemarketing di operazioni eclatanti forse dovrebbe contribuire ad aumentare il senso di fiducia nelle istituzioni. Però è anche vero che l’insuccesso processuale delle stesse operazioni promosse, o delle indagini già processate negli spot o nei programmi dove i mostri creati si trasformano poi in vittime, producono risultati spesso non piacevoli. In questo caso, la fiducia nella sicurezza e nelle garanzie, la credibilità di quanto fatto o sostenuto rischia di naufragare ancor più velocemente proprio laddove se ne ricerca il consenso: nelle case degli italiani. Quando, al di là delle grandi notizie sulle grandi operazioni, ogni cittadino è costretto a confrontarsi nel suo quotidiano con reati che pur essendo di una certa gravità non hanno un valore mediatico intrinseco ma per i quali chiedono, al di là degli show televisivi, ogni giorno pari impegno e risultati oltre ogni ragione di marketing possibile.


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